Alla sbarra Anan Yaeesh: a L’Aquila si processa la resistenza palestinese

«Non mi era mai accaduto che il diritto di difesa venisse così oltraggiato come è avvenuto in questo caso», dichiara l’avvocato Flavio Rossi Albertini, appena uscito dalla prima udienza del processo in Corte d’Assise che ha visto alla sbarra del Tribunale de L’Aquila Anan Yaeesh, Ali Irar e Mansour Doghmosh mercoledì pomeriggio. «Tra l’altro, un […] The post Alla sbarra Anan Yaeesh: a L’Aquila si processa la resistenza palestinese appeared first on L'INDIPENDENTE.

Apr 4, 2025 - 11:10
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Alla sbarra Anan Yaeesh: a L’Aquila si processa la resistenza palestinese

«Non mi era mai accaduto che il diritto di difesa venisse così oltraggiato come è avvenuto in questo caso», dichiara l’avvocato Flavio Rossi Albertini, appena uscito dalla prima udienza del processo in Corte d’Assise che ha visto alla sbarra del Tribunale de L’Aquila Anan Yaeesh, Ali Irar e Mansour Doghmosh mercoledì pomeriggio. «Tra l’altro, un caso in cui tre palestinesi sono portati a giudizio per terrorismo, quando da 18 mesi si consuma un genocidio ai danni di quel popolo». Il processo si svolge in un tribunale italiano, ma a dirigerlo sembra vi sia Israele stesso. Anan, Ali e Mansour sono infatti accusati di associazione con finalità di terrorismo per aver – secondo le indagini e le accuse formulate dalle autorità israeliane – finanziato la Brigata Tulkarem, un gruppo di autodifesa armato attivo nella resistenza contro Israele nella Cisgiordania occupata dall’esercito sionista dal 1967.

Anan Yaeesh si trova in carcere dal 29 gennaio 2024, quando è stato arrestato per ordine di Israele, che ne ha richiesto l’estradizione. Nonostante lo zelante e immediato parere positivo del ministero della Giustizia, le evidenti prove raccolte da associazioni e gruppi a difesa dei diritti umani, che raccontano le torture nelle carceri israeliane, hanno permesso di bloccarne la deportazione. Poco dopo, la procura dell’Aquila ha aperto un fascicolo per terrorismo, chiedendo di nuovo il carcere sia per lui che per Ali e Mansour Doghmosh, due palestinesi anch’essi residenti in Abruzzo. Dopo sei mesi di detenzione, questi ultimi sono stati scarcerati, mentre Anan si trova tuttora in prigione. E la prima udienza, svoltasi ieri, sembra voler già imprimere un chiaro indirizzo politico al processo.

Il pm ha infatti reiterato la richiesta, già rigettata in fase di udienza preliminare, di acquisire 22 interrogatori inviati da Israele nei confronti di altrettanti giovani di Tulkarem arrestati, deportati nelle carceri israeliane e sottoposti prima ad interrogatori dello Shin Bet e poi della polizia giudiziaria, in assenza di qualsiasi garanzia difensiva. Il giudice ha ora deciso di accettare la domanda, acquisendo 15 dei 22 interrogatori, nonostante questi siano stati condotti in assenza di difensore e nonostante le informazioni che vi sono contenute siano state con tutta probabilità estorte con la violenza – come spesso accade nelle carceri di Tel Aviv, dove le torture e le violazioni dei diritti umani sono più che ben documentate.

«Ad avviso della difesa, l’acquisizione dei predetti verbali rappresenta una palese violazione dei principi giuridici su cui si fonda la civiltà giuridica del Paese di Verri e Beccaria e ci accomuna ai sistemi di stampo autoritario rappresentando uno strappo, un vulnus ai principi su cui si fonda il giusto processo» scrivono i tre avvocati difensori in un comunicato stampa sulla vicenda. Associazioni come Amnesty international e Human Rights Watch hanno costantemente ribadito come Israele «sottoponga a trattamenti crudeli e inumani ai danni dei detenuti in violazione del divieto di tortura» i prigionieri palestinesi nel corso degli interrogatori per ottenere confessioni. Tale «ricorso sistematico» alla violenza «è stato il motivo per cui la stessa Corte di Appello dell’Aquila aveva revocato la misura cautelare della custodia in carcere alla quale era sottoposto lo Yaeesh nell’ambito della procedura estradizionale ritenendolo non estradabile», scrivono ancora gli avvocati. Ma sembra che la Corte abruzzese se ne sia già dimenticata. Intanto, sono almeno 63 i detenuti deceduti nelle carceri israeliane dal 7 di ottobre, a causa delle torture o delle mancate cure. L’ultimo, Walid Ahmad, un ragazzo di 17 anni, dichiarato deceduto nel carcere di Megiddo pochi giorni fa dopo sei mesi di detenzione amministrativa.

«Circostanza ancora più grave e meritevole di denuncia politico-giudiziaria o giuridica» continua l’avvocato Rossi Albertini «è il fatto che noi avevamo inserito un’articolatissima lista di testimoni suddivisa sui 3 imputati, fatta di consulenti, professori universitari, Francesca Albanese [la relatrice speciale ONU per i Territori occupati Palestinesi, ndr], per descrivere quello che è effettivamente il contesto nel quale sarebbero maturati questi fatti». Ovvero per raccontare i motivi e spiegare il contesto di Tulkarem e perché esiste un gruppo armato contro Israele. «Tutti questi sono stati assolutamente esclusi. Allo stesso modo (e questo è forse ancora più grave) sono stati esclusi dal giudice molti testimoni che noi avevamo inserito, che erano invece stati presenti proprio nella città di Tulkarem come volontari internazionali, come cooperanti, residenti e che avrebbero potuto riferire sui fatti per cui è presente l’imputazione, sui fatti che vengono contestati». Solo tre testimoni, su 47 presentati, sono stati ammessi, e con la possibilità di testimoniare per uno solo degli imputati, negando così ogni possibilità di difesa agli altri due. Sui fatti compiuti in Cisgiordania, quindi, riferirà principalmente la Digos dell’Aquila, probabilmente la meno formata a parlare del complicato contesto di occupazione sessantennale che interessa quei territori. A questo si aggiungono le confessioni estorte dallo Shin Bet a 15 giovani di Tulkarem: insomma, un inizio di fuoco per quello che sembra voler essere un processo alla resistenza palestinese voluto da Israele.

A essere sotto processo, infatti, non sono solo tre uomini palestinesi, ma l’intera resistenza di un popolo. È un’idea a essere sotto accusa: difendersi dalla pulizia etnica portata avanti da Tel Aviv in Cisgiordania non è un atto di resistenza. È terrorismo. I palestinesi non hanno diritto all’autodeterminazione né all’autodifesa, nonostante il diritto Internazionale sancisca la piena “legalità” di agire, anche attraverso la lotta armata, per difendere la propria terra da un’occupazione straniera. Ma il diritto, come spesso accade, viene usato o dimenticato a seconda di chi è sotto accusa.

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