Acconto Irpef con le vecchie aliquote, l’errore del Governo costa 250 milioni

Acconto Irpef 2025, il Governo interviene con una correzione da 250 milioni per evitare aumenti fiscali ai contribuenti dopo il caos normativo tra vecchie aliquote e nuove regole

Mar 26, 2025 - 08:41
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Acconto Irpef con le vecchie aliquote, l’errore del Governo costa 250 milioni

Il Governo tenta di rimediare a un pasticcio legislativo che rischiava di far lievitare il conto fiscale per milioni di contribuenti. Un cortocircuito normativo, nato dalla combinazione tra vecchie regole e riforme annunciate e non applicate del tutto, ha portato a un errore di fondo: calcolare gli acconti Irpef con le vecchie aliquote ormai fuori corso.

Dopo giorni di polemiche, il Ministero dell’Economia si è deciso a intervenire, promettendo un correttivo in tempi utili. Un’aggiustatina che costerà circa 250 milioni, necessaria per evitare che lavoratori e pensionati si trovino a prestare soldi allo Stato senza nemmeno saperlo.

Il comunicato ufficiale del Ministero

La crepa si è aperta con la pubblicazione delle istruzioni per il Modello 730/2025. Nonostante la conferma delle nuove aliquote Irpef a tre scaglioni con la Legge di Bilancio, il sistema di calcolo degli acconti continuava a usare lo schema a quattro aliquote.

All’anomalia segnalata dai Caf e da una denuncia della Cgil, il Mef ha prisposto con una nota ufficiale:

In considerazione dei dubbi interpretativi posti, e al fine di salvaguardare tutti i contribuenti interessati, il Governo interverrà anche in via normativa per consentire l’applicazione delle nuove aliquote del 2025 per la determinazione dell’acconto. L’intervento sarà realizzato in tempo utile per evitare ai contribuenti aggravi in termini di dichiarazione e di versamento.

Quando scatta l’acconto dell’Irpef

Qui il pasticcio si fa tecnico ma pesante: il decreto diceva che per gli acconti Irpef del 2024 e del 2025 si dovevano usare le vecchie regole, quelle del 2023. Quindi quattro aliquote, meno detrazioni, più soldi da anticipare. Ma nel frattempo è successo qualcosa: la Legge di Bilancio ha reso definitive le nuove aliquote a tre scaglioni già dal 2024.

Per stabilire se un contribuente deve pagare l’acconto, la norma parla delle regole del 2023. Ma nei calcoli si finisce per usare i dati aggiornati al 2024, con tre fasce di reddito e l’aliquota del 23% per chi non supera i 28.000 euro annui.

Così ci si ritrova con due piani che non combaciano. Da una parte il testo di legge richiama vecchie regole, dall’altra si applicano quelle nuove. Un cortocircuito che ha mandato in confusione Caf, commercialisti e contribuenti. Da qui la necessità di un intervento correttivo da parte del Governo.

Irpef a tre scaglioni: il costo della correzione

Il Governo ha promesso una correzione in tempi rapidi. Una manovra che dovrebbe riallineare calcolo dell’acconto e nuova struttura dell’Irpef, mettendo così fine alla confusione interpretativa e limitando il rischio di errori nei modelli fiscali.

La riforma a tre scaglioni è stata inserita nella legge di bilancio e resa definitiva. Ma l’adeguamento degli acconti è costato una certa lentezza. Ora si rimedia con un’operazione che avrà un impatto da 250 milioni di euro sulle casse pubbliche.

Anticipi fiscali o prestiti forzati: cosa sarebbe successo

Senza la denuncia dei Caf e della Cgil, ma anche senza il megafono della stampa, milioni di contribuenti rischiavano di vedersi prosciugare il conto per un anticipo basato su regole già archiviate. Si parla di cifre tra 75 e 260 euro a testa, con un impatto stimato in oltre 4 miliardi.

Altro che errore tecnico: qualcuno ha parlato di un’operazione di finanza creativa in salsa fiscale. Nel silenzio generale, le dichiarazioni precompilate avrebbero fatto il resto.

Modelli automatici, contribuenti ignari, detrazioni da verificare con la lente d’ingrandimento. E il rischio concreto che in molti non si accorgessero nemmeno dell’addebito in eccesso.