Roberto Perotti, chi è (e cosa pensa) l’economista che Assogestioni candida al cda di Generali
Carriera, pensiero e azione di Roberto Perotti, l'economista bocconiano che Assogestioni candida per il cda di Assicurazioni Generali

Carriera, pensiero e azione di Roberto Perotti, l’economista bocconiano che Assogestioni candida per il cda di Assicurazioni Generali
Assogestioni ha sciolto la riserva, presentando una lista di quattro candidati per il prossimo consiglio di amministrazione di Assicurazioni Generali. Tra loro il nome più di spicco è l’economista Roberto Perotti, milanese, classe 1961.
Oggi è arrivata ufficialmente la lista dei fondi in vista dell’assemblea di Generali che dovrà eleggere i nuovi vertici della compagnia. Tutti confermati i nomi emersi dalle indiscrezioni dei giorni scorsi, dopo polemiche all’interno dell’associazione: si tratta di Roberto Perotti, Francesca Dominici, Anelise Sacks e Leopoldo Attolico.
Anima Sgr, BancoPosta Fondi Sgr, Eurizon Capital Sa, Eurizon Capital Sgr, Fideuram Asset Management (Ireland), Fideuram Intesa Sanpaolo Private Banking Asset Management Sgr, Interfund Sicav, Kairos Partners Sgr, Mediolanum Gestione Fondi Sgr e Mediolanum International Funds Limited hanno depositato la lista di minoranza (di soli candidati indipendenti) per il rinnovo del consiglio di amministrazione del Leone, previsto nella prossima assemblea ordinaria dei soci in programma il 23 e il 24 aprile.
Ecco curricula e pensiero dell’economista Roberto Perotti.
LA CARRIERA ACCADEMICA E GLI INCARICHI DI ROBERTO PEROTTI
Dopo una laurea cum laude in Economics all’università Bocconi nel 1987, tra l’altro con relatore il professore ed ex premier Mario Monti, Perotti ha ottenuto un PhD al MIT, nel dipartimento di Economia nel 1991. In questo caso a seguirlo nel suo lavoro di ricerca era Alberto Alesina.
Tra i diversi incarichi accademici ricoperti, Perotti è stato professore associato alla Columbia, ricercatore all’istituto Innocenzo Gasparini per la ricerca economica e infine professore, prima straordinario e poi dal 2010 ordinario, alla Bocconi. Ha avuto esperienze di studio a Tel Aviv e ad Harvard. Per poi essere consulente per la Banca Centrale Europea, per la Banca d’Italia, per la Banca mondiale e per il consiglio dei governatori della Federal Reserve.
Per Perotti potrebbe non essere una novità tornare nel consiglio del Leone di Trieste, visto che da maggio 2016 al maggio 2022 ne è stato già un membro indipendente. Precedentemente, era stato dal settembre 2014 al dicembre 2015 tra i consiglieri economici del governo italiano (pro bono), all’epoca il premier era Matteo Renzi.
LA BATTAGLIA (PERSA) PER RIDURRE DA PALAZZO CHIGI LA SPESA PUBBLICA
Da Palazzo Chigi era stato scelto come commissario alla spending review. Obiettivo: tagliare la spesa pubblica del paese. Un incarico ricoperto prima di lui da Piero Giarda, Enrico Bondi e Carlo Cottarelli. Anche Perotti, però, come gli altri ha fallito. L’economista infatti ha lasciato l’incarico dichiarando di “essersi sentito poco utile”. Voleva recuperare 10 miliardi dagli sprechi pubblici per il 2016, ma alla fine nella legge di Stabilità ne furono previsti circa la metà. Troppi gli ostacoli nella pubblica amministrazione che lo hanno portato alle divergenze, pur civili, con l’allora premier Matteo Renzi. Secondo le cronache di quel periodo, la questione cardine che Perotti non ha digerito sarebbe stata quella delle tax expeditures, agevolazioni fiscali su cui il premier non sarebbe intervenuto.
I COSTI ENORMI DEI DIRIGENTI MINISTERIALI SECONDO ROBERTO PEROTTI
Nei suoi articoli scritti negli ultimi anni su Lavoce.info, sito di informazione economica fondato da Tito Boeri e Francesco Giavazzi, si scorge da dove Perotti avrebbe voluto almeno in parte recuperare soldi. Nel dicembre 2013, infatti, sosteneva che gli alti dirigenti ministeriali italiani – oltre a essere più numerosi – fossero pagati tra il 50 e l’80% in più rispetto per esempio a quelli britannici.
E snocciolava dati a conferma. Un capo di gabinetto dell’allora ministero delle Politiche Agricole guadagnava 275mila euro rispetto ai 192mila del permanent undersecretary britannico (+43%). Mentre i tre direttori di dipartimento guadagnano 287mila euro contro i 166mila dei tre director general inglesi (+70%). Il segretario generale del ministero degli Esteri guadagnava più di 300mila euro, “il 15% in più del suo omologo britannico”, spiegava. E ancora: “Il capo di gabinetto guadagna 273.000 euro, l’80% più del chief operating officer britannico”. Per poi passare al ministero della Salute, dove “il direttore del dipartimento ha uno stipendio di 293.000 euro, il 45% più del permanent secretary britannico. La media dei quattordici direttori generali italiani è di 232.000 euro, quella dei cinque director general britannici di 164.000 euro, una differenza del 40%”. Tutti stipendi troppo alti che andavano tagliati, secondo Perotti.
L’AFFONDO CONTRO GLI STIPENDI DELLE AMBASCIATE
Stesso dicasi per le ambasciate e i loro diplomatici in giro per il mondo. Sempre l’economista Perotti, in un articolo del 2014, sosteneva infatti che per quanto riguarda gli stipendi degli ambasciatori “in media, le remunerazioni nette italiane sono due volte e mezzo quelle tedesche. In Europa e in America del Nord sono quasi tre volte”. Un articolo giudicato “incompleto” dall’allora ambasciatore italiano a Londra Pasquale Terracciano che ha accusato Perotti di “utilizzare la gogna mediatica per propagandare le sue tesi”. Accuse rispedite al mittente dall’economista.
LO “SCONTRO” CON LA CORTE COSTITUZIONALE
Non è l’unico scontro avuto da Perotti negli anni. Nel dicembre 2017 il botta e risposta fu con la Corte costituzionale, per via di un’inchiesta di Report per cui Perotti aveva fatto da consulente. Sempre in un articolo su Lavoce.info, l’economista criticò una spending review della Corte definita “apparentemente straordinaria”, ma che portò “la riduzione effettiva del costo della Corte a carico del contribuente di circa 2 milioni contro gli oltre 9 milioni affermati dalla Corte”. Articolo a cui la Corte costituzionale rispose con alcune precisazioni, più sulla forma che sulla sostanza dell’articolo.
LA POSIZIONE SUL COMPLOTTO FRANCESE CONTRO L’ITALIA
Pochi giorni dopo, sempre nel 2017, se la prese di fatto contro un libro di Roberto Napoletano, ex direttore del Sole 24 Ore, oggi alla direzione del Mattino, che svelava un presunto “disegno di conquista che la Francia conduce in modo strategico e militare nei confronti dell’Italia”. Secondo quanto scritto da Napoletano, “i francesi vogliono conquistare il nord dell’Italia e magari lasciare che il sud diventi una grande tendopoli per gli immigrati di tutto il mondo”. Teorie che secondo Perotti sono “prima ancora che implausibili, contabilmente e fattualmente sbagliate”. E da lì partiva a spiegare perché secondo il suo parere la tesi e la ricostruzione di Napoletano fossero errate.
PEROTTI E L’ABBUFFATA DEL PNRR
C’è un’altra questione su cui Perotti ben più recentemente si è esposto. Nel suo libro del 2023 “Pnrr, La Grande Abbuffata”, scritto con Tito Boeri, ha infatti analizzato il Piano nazionale di Ripresa e Resilienza sottolineandone i vari lati negativi. Secondo i due autori, in sostanza, il Pnrr italiano è stata una scommessa molto rischiosa. L’Italia ha chiesto il massimo delle somme del programma NextGenerationEU, di cui molti in prestito e quindi da restituire, senza avere certezza di un impatto definitivo sulla crescita dell’economia italiana. In poche parole sono troppi soldi da spendere in poco tempo senza affrontare i problemi strutturali del paese, secondo il duo di economisti. E la scommessa, o meglio “l’abbuffata”, è stata condivisa dai vari governi intercorsi – dal Conte II, passando per quello Draghi fino ad arrivare a Meloni. Si è pensato a prendere più soldi possibili, senza pensare al dopo, secondo Perotti.