Paolo Ruffini, dal musical “Sapore di Mare” al libro “Benito, presente!”: “Ogni sera dedichiamo lo spettacolo a Carlo Vanzina e Eleonora Giorgi. Se il mio libro diventasse un film o uno spettacolo? Mi piacerebbe moltissimo” – Intervista Video
Paolo Ruffini, è a teatro con il musical “Sapore di Mare”, e in libreria con e il suo libro “Benito, presente!”. Il musical “Sapore di Mare” uno è uno spettacolo che prende spunto dalla celebre commedia dei fratelli Vanzina, e che si avvale di un cast di straordinari artisti capitanato da Fatima Trotta e dallo stesso Ruffini. L’immagine […]


Paolo Ruffini, è a teatro con il musical “Sapore di Mare”, e in libreria con e il suo libro “Benito, presente!”. Il musical “Sapore di Mare” uno è uno spettacolo che prende spunto dalla celebre commedia dei fratelli Vanzina, e che si avvale di un cast di straordinari artisti capitanato da Fatima Trotta e dallo stesso Ruffini. L’immagine è curata da Diego Dalla Palma con il laboratorio “Atelier Creativo”.
Se a teatro Ruffini ci racconta le estati italiane dei favolosi anni ’60 riportando sul palco un film cult, quello che invece fa grazie al suo romanzo dalla forza gentile e sognante, dal titolo “Benito, presente!”, è come dice l’autore stesso: “raccontare una favola che attraversa la Storia per riconciliarci con un destino diverso, lasciandoci vedere cosa saremmo tutti se qualcuno ci esortasse a scegliere l’educazione all’amore non solo a scuola, ma nella vita”.
Poche ore prima dello spettacolo all’Arcimboldi di Milano, noi di SuperGuidaTv abbiamo incontrato e intervistato paolo Ruffini, e con lui abbiamo parlato del musical e del suo romanzo.
Paolo Ruffini: intervista all’autore di “Benito, presente!”
Sapore di Mare è un cult del cinema italiano. Che rapporto hai con questo film e come è stato interpretarlo a teatro? Come è stato trasformarlo in un musical?
“Il mio rapporto con Sapore di mare è intenso, è come se fosse un vecchio zio di famiglia che mi coccolava durante le serate belle in cui sai quando i film cominciavano alle 20:30. Ah che meraviglia, e mi ricordo che era un periodo molto bello perché era più facile essere spensierati. È un film che noi nella nostra trasposizione cerchiamo proprio di riportarlo come valore. A un certo punto dico, ‘quanto ci manca la leggerezza’, e sottolineo proprio questa parola e come oggi forse siamo tutti un po’ più pesantoni, di come non ci accorgiamo magari di cose anche belle, perché diamo più valore ai fastidi diamo, alle questioni, ai problemi. Invece forse dovremmo essere più attenti al presente e anche al fatto che davvero quella spensieratezza non vuol dire essere superficiali come diceva Italo Calvino, ma vuol dire planare sulle cose dall’alto, essere leggeri. Sapore di mare è un film leggero così come è leggero il musical che portiamo in scena. Sapore di mare è uno di quei retaggi di cultura popolare, che oggi diventa un grande evento e che una volta era una commedia che si vedeva con grande facilità. Questo mi ricorda un po’ l’effetto che ha fatto Topo Gigio a Sanremo. Topo Gigio io lo vedevo la domenica mattina vicino a un signore vestito da mago e si vedeva tutte le domeniche mattina e quello che tu vedevi tutte le domeniche mattina, oggi è super ospite a Sanremo, perché oggi è tutto talmente raggiungibile che quella semplicità e quell’incanto è un effetto speciale. Cioè, oggi il più grande effetto speciale è Topo Gigio. Cioè, arrenderci tutti e credere al fatto che un topo ci possa cantare con una liricità incredibile, una poesia come Nel blu dipinto di blu. Io credo che Sapore di mare abbia questo tipo di incanto. Che tutto quello che ahimè è arrivato prima di internet abbia veramente il valore del mito, perché il mito per esistere ha bisogno di irraggiungibilità. Oggi internet ci consente di raggiungere qualsiasi cosa. I social ci consentono di raggiungere qualsiasi cosa, e questa cosa a volte non ci rende più ricchi, ma ci rende più tristi”.
“Mi collego a un discorso anche di educazione emotiva che poi mi piacerebbe fare. Hai presente quando sei triste, sei adolescente e arriva un genitore che ti dice ‘Ma perché sei triste? Non ti manca niente”, è per quello che son triste. Io dicevo alla mia mamma: perché non mi manca niente? Sarei molto più felice se mi mancasse qualcosa no?’ E però se allo stesso tempo sei felice compri meno perché quel qualcosa che ti manca non è detto che tu lo voglia trovare. Quel qualcosa che ti manca è esattamente come lo struzzo per Willy Coyote. Cioè è quella cosa a cui te vuoi sempre arrivare ed è giusto che tu non ci debba arrivare perché così continuano i cartoni animati. Ecco, oggi c’è veramente tutto forse troppo. Mi piacerebbe avere tutto il tempo per vedere tutte le serie, per vedere tutti i film, per leggere tutti i libri, per ascoltare tutti i podcast. Ma c’è molta più produzione di quello che tutte le persone che esistono a questo mondo possano leggere, vedere, contenere o ascoltare. Questo vuol dire che abbiamo un profluvio di informazioni e che molto spesso sono anche cose ottime, ma che nessuno di noi avrà modo di vedere, di ascoltare o di capire, e questo secondo me ci riporta l’idea che: fermi tutti, ridatemi Topo Gigio, ridatemi Sapore di Mare, ridatemi quel tempo in cui c’era tanto meno ma si sognava tanto di più”.
Qual è il tuo ruolo nello spettacolo e cosa ti affascina di più di questa storia?
“Interpreto Cecco che è un fotografo, nel film era interpretato da Enio Drovandi, un grande attore. Sono felice perché sai a volte uno dice: “Ah fai il ruolo che ha interpretato un attore facendo nomi altisonanti”, io sono felicissimo di interpretare il ruolo che ha fatto un grande attore, molto timido, umile, modesto, che però ha lasciato quella punta di toscanità nella versione degli anni ’60 di Sapore di Mare ed è un narratore che cerca di tenere le fila all’interno delle vicissitudini amorose degli anni ’60, della Versilia di Forte dei Marmi ed è molto leggero, divertente, una sorta di puuk shakespeariano che ogni tanto rompe anche quella quarta parete a teatro che mi dà tanto fastidio, e dialoga col pubblico cercando di portarlo dentro la storia e di aggiornarlo anche un pochino sul fatto che negli anni ’60 c’era un altro senso del pudore, un altro senso del politicamente corretto. Paradossalmente erano per certi aspetti più scorretti e per certi altri più abbottonati, e penso sia molto entusiasmante”.
Hai qualche aneddoto divertente accaduto durante le prove o sul palco?
“L’aneddoto? Beh intanto che io tutte le sere dedico lo spettacolo a Carlo Vanzina. Mi commuove sempre pensare a Carlo perché è uno degli uomini più colti, più dolci, più generosi. Un signore d’altri tempi. Ho fatto con lui ‘Ex Amici come prima’ e ‘Estate ai Caraibi’. Il nostro ambiente è spietato per certi aspetti, ma io ti sfido a trovare qualcuno che non trova una parola bella per Carlo Vanzina, era un uomo, un artista e un autore straordinario. Questo spettacolo è stato scritto da suo fratello Enrico con Fausto Brizzi e Maurizio Colombi, che l’ha anche diretto, e sono con Fatima Trotta che è un’attrice bravissima, una grande cantante, e ogni sera lo dedichiamo un po’ a lui e poi abbiamo vissuto mentre lo stavamo facendo anche l’addio di Eleonora Giorgi, che ha interpretato invece il secondo capitolo di ‘Sapore di mare’ e quindi ogni sera penso che loro ci stiano battendo le mani da lassù e che con un sorriso benevolo ci guardano e noi li ringraziamo tanto perché ci hanno regalato davvero un’infanzia bella”.
Benito, presente!: Da dove nasce l’idea di raccontare questa storia?
“La fascetta dice ‘Se tornassi indietro nel tempo e diventassi il maestro elementare di un futuro dittatore’. È la storia è questa: Edoardo Meucci è un docente che insegna storia e filosofia in un liceo classico, che poi viene addirittura declassato, va a insegnare alle elementari e un caso fortuito, un colpo di testa abbinato a un fulmine, lo portano a tornare indietro nel tempo. Lui si trova a Predappio e tornare indietro nel tempo a Predappio vuol dire arrivare nel 1890, fa l’appello e si alza un bambino che risponde al nome di Benito Mussolini che ha 7 anni e quel maestro torna indietro nel tempo con un suo collega che anche lui è un uomo di sinistra, idealista, convinto antifascista, antimussoliniano e lui è un anarco-insurrezionalista che dice vabbè: ‘ammazziamo sto bambino e ci siamo levati un criminale’. Invece il protagonista decide di compiere un’azione un po’ più coraggiosa. Nel senso che bisogna avere tanto coraggio per ammazzare qualcuno figuriamoci un bambino, forse non bisogna essere scellerati ovviamente, però lui, il protagonista dice di volerlo educare, crede nella pedagogia, nell’educazione, e cerca di educarlo e quindi si instaura un rapporto di amicizia tra questo maestro e questo bambino che risponde al nome di Mussolini, ma è pur sempre un bambino. E’ un romanzo non politico e non è divulgativo, ma racconta di una forma di educazione che forse a scuola avremmo necessità di apprenderne un po’ meglio. La cultura, se tu non l’appoggi a una sensibilità, diventa solo una sfilata di nozioni fine a loro stesse. Io credo fortemente in un’educazione emotiva, che mi ha portato anche a riflettere su un dato che ho letto. Uno dei padri della psichiatria pediatrica, dice che se nei primi se anni di vita un bambino non riceve una carezza o un abbraccio, o impazzisce o muore. Quindi, ovviamente non c’è nessuna diagnosi retroattiva, non c’è nessuna giustificazione, non c’è niente che possa assolutamente giustificare i comportamenti criminali che sono stati compiuti nella nostra storia, c’è soltanto il desiderio di analizzare che cosa sarebbe potuto accadere se una persona nei suoi primi anni di vita avesse ricevuto un po’ più di carezze, un po’ più d’amore ed un’educazione emotiva diversa. E’ un romanzo che fondamentalmente parla di amore e di come forse l’amore è la cosa più politica che si possa fare nella nostra vita”.
Mentre lo scrivevi, hai pensato a come potesse il pubblico recepirlo questo questo libro?
“Certo, nel senso che comunque a un certo punto c’è una grande provocazione. Nel libro si chiede di empatizzare con un bambino, ovviamente non empatizza con un criminale, non empatizza con Benito Mussolini, ma empatizza con un bambino e quel bambino si chiama Benito, ha 7 anni e non ha ancora fatto niente di male. Quello è il dato, capire quanto eravamo tutti noi magnifici a quell’età. Io faccio queste interviste ai bambini con Questo format sui social che si chiama Il Babysitter e vedo che i bambini sono dei capolavori. I bambini fino a 3 anni non sanno nemmeno che cos’è una bugia, che cos’è una violenza. Se dai uno scappellotto a un bambino di 3 anni, lui lo prende come considerazione nonostante senta un sopruso e quindi questo è davvero qualcosa di interessante. Credo che il lettore si possa divertire molto perché poi alla fine è un romanzo leggero, divertente, comico, che riecheggia un po’ ‘Non ci resta che piangere’. Ti immaginerai che questi maestri vanno da Benito: ‘Allora, intanto con quello coi baffetti non ci parlare! Come ti vesti di nero? No nero no lascia stare meglio il rosso’. Oppure ‘Allora ti insegno una canzoncina: stamattina mi sono svegliato – Ripeti con me – bella ciao, bella, c…’. Quindi è molto divertente anche questo aspetto leggero e poi nel libro ci sono anche degli aspetti molto più profondi che sono riservati al fatto che ognuno di noi meriterebbe un amore incondizionato che forse già i nostri genitori essendo esseri umani e quindi fallibili, fanno fatica a darci questo amore incondizionato. Poi a maggior ragione, la società, tutti i condizionamenti, la scuola e qualsiasi altra cosa. Noi quello che viviamo nella vita, è sicuramente un deterrente per poter raggiungere una forma soddisfacente di amore intanto verso noi stessi e poi anche verso gli altri”.
Nel libro c’è molto del tuo stile ironico ma anche riflessivo. Questa è una caratteristica che riesci a portare in tv, al cinema, a teatro e anche nella scrittura. È stato difficile bilanciare questi due aspetti nella scrittura?
“Ma l’ironia in realtà va a braccetto con la riflessione. Poco fa ne parlavo con i colleghi: questo musical ha un momento in cui si ride tantissimo e poi ci si commuove. Credo che quando accade questa alchimia, questa contaminazione tra le emozioni, quando ti scende una lacrima sul sorriso, hai vinto per me. Questo è il mio obiettivo in tutto quello che faccio. La comicità per me è qualcosa che per come so farla io, è sempre legata a un valore positivo, poi c’è la satira che è sempre un pochino più caustica. Io figurati poi sono livornese, delle volte va bene anche la scorrettezza, però secondo me poi bisogna ritornare un pochino ad una dinamica buona. Guarda i comici degli anni 80-90, erano tutti che sorridevano. Oggi è difficile trovare un comico particolarmente simpatico, ci siamo adattati su un livello dove la comicità è meglio se un po’ cattiva, ma non cattivella, proprio cattiva. Un po’ come quando diciamo: che palle sti film che finiscono tutti bene. No c’è sempre il lieto fine oggi i film è già tanto se finiscono perché sennò son serie e poi ci stiamo vergognando di piangere, io non trovo più un film che mi faccia davvero piangere o davvero ridere. Oggi ci sono tante commedie ma non c’è un film comico, un film commovente. Una volta c’erano i film comici dove si dava molto più valore all’emozione, oggi è come se ci si vergognasse della propria sensibilità e quindi si mette un coperchio sull’emotività e io invece ho scritto un libro e faccio tendenzialmente dei film dove cerco a volte di far ridere, a volte di far sorridere e a volte di commuovere. E questa cosa mi piace molto, cioè cercare di migliorare la qualità dell’emozione di chi guarda quello che faccio”.
Qual è la frase, la scena che avevi immaginato fin dall’inizio e che non doveva mancare?
“C’è un pezzo che mi piace tanto, al capitolo 28, alla fine il maestro davanti a Mussolini cerca di insegnargli delle cose e poi ovviamente cerca di essere attendibile dal punto di vista storico e invece a un certo punto se ne frega e gli insegna le cose più belle che ha imparato, e quindi gli parla di Federico Fellini, di Antonioni, di Alda Merini di Salvatore Quasimodo, di cose ovviamente che lui non poteva avere ancora conosciuto perché sono tutte cose del ‘900. A un certo punto gli legge una poesia, che è una delle poesie più belle che io abbia mai letto che è ‘Se questo un uomo’. Il maestro gli dice: questo signore si chiama Primo Levi. Cosa ne pensate? Un alunno che si chiama De Nevi dice: ‘penso che la guerra sia una cosa terribile e ho paura che la faccia il mio papà’. Mussolini alza la mano e dice: ‘mi dispiace tanto per questo signore, penso che non è giusto che qualcuno stia così male e vorrei che non ci fossero le guerre nel mondo, vorrei che questo signore fosse felice’. Il maestro dice: ‘Adesso però è morto Benito’, ‘Ah e quindi lo hanno sepolto al cimitero?’ chiede il piccolo Mussolini e il maestro risponde ‘Le persone buone quelle importanti non vengono sepolte vengono seminate e danno frutti che continuano nel tempo e al di là della loro vita’. Ecco, almeno in un romanzo mi piace pensare di un’idea dove pace vuol dire veramente che anche un piccolo Mussolini ascolta una poesia di un grande uomo come Primo Levi e la capisce. Ecco questa è la bellezza della fantasia e della letteratura, e come mi viene da parafrasare una una bellissima frase di Madre Teresa che diceva ‘non invitatemi mai è una manifestazione contro la guerra perché non verrò. Ma se fate una manifestazione a favore della Pace io sarò in prima fila’. Io sono convinto che molto spesso oggi si arriva a una dicotomia, cioè tu devi essere pacifista se no t’ammazzo. Questo è il paradosso dei giorni d’oggi, cioè trattare sempre con odio tutte le persone che magari non la pensano come noi, anche su valori positivi. Per me no, per me il controllo di guerra è cultura, il controllo di mafia è cultura, e il controllo di fascismo è proprio la libertà, e quindi io per essere antifascista non devo essere come loro e quindi non devo in maniera coercitiva fare in modo che qualcuno pensi quello che voglio io. Questo credo che sia la libertà e questo credo che sia il motivo per cui tante persone prima di noi, tra cui Primo Levi e tanti altri grandi uomini, si sono sacrificati proprio per il nostro sorriso, per la nostra capacità di comunicare arte e per la nostra libertà”
Hai già pensato a una trasposizione cinematografica o teatrale di Benito, presente!? Chi vedresti nei ruoli principali?
“No beh ‘Benito presente!’ è molto cinematografico, è già una mezza sceneggiatura, mi piacerebbe lavorarci, lo sto sognando. Sognare qualcosa nel percorso creativo è già un buon punto. Mi piacerebbe, però va costruito bene, è un argomento ed una situazione delicata. Hai ragione che è anche molto teatrale, perché c’è un’unità di luogo, non c’è una un’unità di tempo ma ci sono due tempi definiti, il presente e il passato. Credo che possa essere funzionale perché tutto in questo momento storico al di là del di quello che uno ne possa pensare su un ritorno di certi regimi, di certe forme dittatoriali che per me comunque sono lontane anni luce. Io faccio un altro format, si chiama Il Badante, intervisto delle persone che il fascismo l’hanno vissuto davvero. Lì il problema non era che ti si rompeva il telefonino, il problema era che ti mancava il pane, e c’è una signora che mi diceva: mi nutrivo dell’odore del pane. Siamo molto fortunati, dobbiamo accorgercene. Penso che ‘Benito, presente!’ potrebbe essere un bellissimo film e un bellissimo spettacolo. Gli voglio molto bene a questa storia perché è una storia che mi ricorda di come la fantasia veramente possa ancora migliorarmi un po’ la vita, il pensiero, i sogni e le emozioni”.