“Quell’azienda era una bomba atomica innescata”, chieste pene fino a 17 anni per gli imputati del processo Pfas a Vicenza

Il cuore del processo, iniziato nell’estate 2021, è costituito dalle sostanze perfluoroalchiliche Pfas (Pfos, Pfoa- Gen X) prodotte dalla Miteni di Trissino L'articolo “Quell’azienda era una bomba atomica innescata”, chieste pene fino a 17 anni per gli imputati del processo Pfas a Vicenza proviene da Il Fatto Quotidiano.

Feb 13, 2025 - 17:11
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“Quell’azienda era una bomba atomica innescata”, chieste pene fino a 17 anni per gli imputati del processo Pfas a Vicenza

Trent’anni dopo l’inizio del più colossale inquinamento di acque compiuto da un’azienda in Italia, la Procura di Vicenza ha chiesto la condanna di 9 dei 15 imputati, amministratori e manager che si sono succeduti nella gestione della Miteni di Trissino. La pena più pesante è di 17 anni e sei mesi, la più tenue di 4 anni di reclusione. In totale le richieste di condanna raggiungono i 121 anni e 6 mesi di reclusione. “Quell’azienda era una bomba atomica innescata, una bomba a orologeria che ha inquinato l’ambiente, ha avvelenato le acque e causato un disastro, con gravi effetti sulla popolazione” ha detto il pubblico ministero Hans Roderich Blattner che ha completato la requisitoria iniziata una settimana prima dal suo collega Paolo Fietta, di fronte alla Corte d’assise, sostenendo che l’azienda, nelle sue diverse anime societarie, ha perpetuato per anni “un comportamento doloso e criminale”.

Il processo – Il cuore del processo, iniziato nell’estate 2021, è costituito dalle sostanze perfluoroalchiliche Pfas (Pfos, Pfoa- Gen X) prodotte dalla Miteni che ambiva a diventare leader mondiali, nonostante la scoperta negli Usa che un’attività simile aveva causato danni enormi. Ha così continuato nella produzione di una sostanza che causa gravi danni all’organismo (l’hanno definito “l’inquinante eterno”), sversando i residui (“a causa di una gestione sciatta”) nel terreno. Con il passare del tempo una vasta area è stata impregnata al punto da contaminare la falda sottostante, la più grande d’Europa, un enorme lago che scorre nel sottosuolo del Veneto. È così che i Pfas si sono trasferiti negli acquedotti, finendo nei rubinetti delle case di decine di comuni, nelle province di Vicenza, Verona e Padova. Le persone interessate all’inquinamento sono state circa 350mila, in un vasto arco di tempo. I Pfas avrebbero causato gravi malattie e perfino tumori. Un’indagine epidemiologica ha quantificato in 4.000 le vittime in un arco di tempo di circa trent’anni.

La requisitoria – Le richieste di condanna di Blattner e Fietta vanno analizzate secondo tre fasce, in cui possono essere divisi gli imputati. Nell’elenco troviamo innanzitutto i manager giapponesi di Mitsubishi Corporation che hanno avuto il controllo della Miteni dal 2002 al 2009: assoluzione per Maki Hosoda, 60 anni, business manager 2002-2008; assoluzione per Kenij Ito, 68 anni, business manager 2008-09; 16 anni di reclusione per Naoyuki Kimura, presidente o consigliere Miteni dal 2003 al 2009; 16 anni per Yuji Suetsune, 64 anni, presidente Miteni dal 2003 al 2006. Le responsabilità di Mitsubishi vanno ricondotte alla conoscenza dell’inquinamento, che risalirebbe almeno al 2005. “Sapevano tutto, nascosero la verità e continuarono a produrre. – ha detto il Pm Blattner – Fu il maresciallo del Noe di Treviso Manuel Tagliaferri a scoprire un report ordinato dall’azienda sui rischi di inquinamento. Era custodito in una sede anonima di Miteni, a Caponara, in Brianza. Quando i carabinieri si presentarono, fu loro risposto con un silenzio assoluto”. Le assoluzioni dei due giapponesi sono motivate dalla mancanza di prove sulla loro partecipazione alle decisioni operative.

Gli imputati – Il secondo gruppo degli imputati è costituito dai vertici della società lussemburghese Icig-International chemical Investors, proprietaria di Icig Italia 3 holding srl, a cui è passato il controllo dell’azienda nel 2009, versando soltanto un euro. Una cifra simbolica, che i pm hanno motivato con la consapevolezza sia di Mitsubishi, che di Icig dello stato gravemente contaminato del sito industriale. Mitusbishi avrebbe regalato l’azienda sapendo quali sarebbero stati i costi per il ripristino dei terreni e delle acque, Icig aveva accettato l’acquisizione perché avrebbe voluto continuare un’attività lucrosa, anche se inquinante. Queste le richieste: 17 anni di reclusione per Hendrik Schnitzer, 67 anni, amministratore delegato 2009-2018; 17 anni per Georg Hannes Riemann, 72, consigliere 2009-2018; 17 anni per Alexander Nicolaas Smit, 82, cittadino olandese, residente in Francia, presidente Miteni 2009-12; 17 anni e 6 mesi per l’irlandese Brian Anthony Mc Glynn, 68 anni, residente a Milano, presidente o amministratore delegato Miteni dal 2007 al 2018.

Il terzo gruppo degli imputati è costituito dai responsabili di stabilimento o dell’area tecnica. Queste le richieste: 5 anni per Antonio Nardone, 63, consigliere delegato agli scarichi dal 2015 in poi; 12 anni per Luigi Guarracino, 69, di Alessandria, direttore operativo o amministratore delegato Miteni 2009-2012; assoluzione per Mario Fabris, 63, di Fontaniva (Padova), direttore tecnico 2005-09; assoluzione per Davide Drusian, 51 anni, di Marano (Vicenza), procuratore dal 2007 al 2018; assoluzione per Mauro Cognolato, 53 anni, di Strà (Venezia), procuratore con delega ambientale 2010-11; assoluzione per Mario Mistrorigo, 74 anni di Arzignano, procuratore in materia sicurezza e ambiente dal 1996 al 2010. I quattro incaricati aziendali con delega ambientale sono stati assolti perché secondo i Pm non potevano interferire sul potere di spesa della Miteni

La tesi dell’accusa – Secondo la procura sono quindi stati commessi tutti i reati contestati: l’avvelenamento delle acque destinate all’alimentazione umana (attraverso lo sversamento nel sottosuolo e nella falda), il disastro ambientale, la gestione non autorizzata di rifiuti e l’inquinamento ambientale. C’è anche la bancarotta fraudolenta, perché secondo l’accusa, l’attività dell’azienda, a fronte dell’inquinamento provocato, avrebbe dovuto interrompersi a partire dal 2008. “Le spese per radere al suolo lo stabilimento e ripristinare lo stato dei terreni e delle acque sarebbe stato enorme, nell’ipotesi minore possibile ammontava a 17,5 milioni di euro, e avrebbero dovuto essere contabilizzata nei bilanci. Per questo c’era stata la bancarotta” ha concluso Blattner, Per evitare di far fronte all’impegno economico, che aveva azzerato il valore dell’azienda e dello stabilimento, Mitsubishi aveva praticamente regalato la Miteni. “E’ meglio tenerla o regalarla? Questo si sono chiesti gli amministratori giapponesi quando l’azienda è passata di mano”. Proprio la cessione sarebbe una delle prove della consapevolezza dolosa che la produzione fosse la causa di un inquinamento senza precedenti.

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