E’ morto Alvaro Mangino. Il disastro aereo della Ande, il cannibalismo e i film che hanno raccontato la storia

Aveva 19 anni quando il Fokker F27 delle Forze aeree uruguaiane si schiantò il 13 ottobre 1972. “Mangiare i miei compagni fu la scelta più difficile della mia vita”

Apr 2, 2025 - 16:18
 0
E’ morto Alvaro Mangino. Il disastro aereo della Ande, il cannibalismo e i film che hanno raccontato la storia

Roma, 2 aprile 2025 – “Mangiare i miei compagni fu la scelta più difficile della mia vita”. Alvaro Mangino aveva 19 anni quando il Fokker F27 delle Forze aeree uruguaiane si schiantò contro le Ande il 13 ottobre 1972 perché il pilota che era al momento ai comandi, il tenente colonnello Dante Hector Lagurara, sbagliò completamente i calcoli della rotta e pensando di avere iniziato la discesa verso l’aeroporto Benitez di Santiago del Cile indirizzò il turboelica contro la montagna. Pensava di essere già in Cile, e invece era ancora nel territorio argentino, in quella che venne poi chiamata la ‘Valle delle lacrime’.

Sul velivolo, affittato da una squadra di rugby che aveva pagato il noleggio alla disastrata aeronautica di Montevideo, c’erano gli atleti dell’Old Christians Club oltre a familiari e amici. Di quelle 45 persone sedici si salvarono e diventarono ‘I sopravvissuti delle Ande’ o anche ‘I miracolati delle Ande’.

Ieri se n’è andato uno di loro. Mangino era il protagonista di uno dei tanti film che sulla vicenda si sono succeduti negli anni in cui era stato messo in primo piano il fatto che dopo diversi giorni dalla tragedia per continuare a sperare e avendo finito il cibo ci si cominciasse a sfamare con i resti dei compagni morti mentre altri eroi cercavano di andare alla ricerca di soccorsi, come Roberto Canessa, anch’egli diciannovenne, e Fernando Parrado, che di anni ne aveva 22, che riuscirono poi ad allertare i soccorsi e a fare tornare a casa i compagni feriti ma salvi. Questo accadde a dicembre, due mesi dopo l’incidente.

Mangino è morto sabato 29 marzo a Montevideo in seguito a delle complicazioni dovute a una polmonite. La sua storia ha ispirato il regista Juan Antonio Bayona – che è stato il primo a esprimere le sue condoglianze alla famiglia - per il film candidato agli Oscar ‘La società della neve’ prodotto da Netflix nel 2023, tratto dal libro che sulla vicenda è stato scritto, con lo steso titolo, da Pablo Vierci. Nell’occasione, Alvaro è interpretato da Juan Caruso.

Una storia, quella di quell’ottobre 1972, che ha stimolato scrittori e registi come poche altre nelle vicende tragiche dell’umanità. Solo i film di successo prima di ‘La società della neve’ sono due. ‘I sopravvissuti delle Ande’ diretto nel 1976 dal messicano René Cardona e tratto dal romanzo di Clay Blair Jr. ‘Sopravvivere! L’incredibile storia di sedici giovani rimasti isolati sulle Ande per settanta giorni’, centrato soprattutto sulla figura di Canessa interpretato da Hugo Stiglitz, e ‘Alive. Sopravvissuti’ diretto nel 1993 da Frank Marshall – americano, collaboratore storico di Steven Spielberg - tratto in questo da uno degli altri libri che hanno voluto raccontare la vicenda, ovvero ‘Tabù. La vera storia dei sopravvissuti delle Ande’ di Piers Paul Read. In questo caso Mangino ha il volto di Nuno Antunes, mentre Canessa è interpretato da Josh Hamilton e Parrado da Ethan Hawke. Una produzione hollywoodiana girata totalmente nella Columbia Britannica in Canada e che ebbe diversi riconoscimenti.

Dalla vicenda dei rugbisti schiantatisi sulle Ande ha preso spunto anche la serie televisiva statunitense trasmessa dal 2021 su Showtime ‘Yellowjackets’: in questo caso si tratta di una squadra di calcio femminile liceale il cui aereo si schianta in Ontario e le protagoniste vivono i diciannove mesi che seguono fino al salvataggio in un viaggio fisico e psichico all’inferno e ritorno.

Ma se questa è fiction, i 73 giorni delle Ande sono la cruda realtà e quella sopravvivenza cannibale raccontata con sofferenza da Alvaro Mangino ha avuto forti ripercussioni non solo su chi ce l’ha fatta, ma soprattutto sulle famiglie e su un paese intero, l’Uruguay, che ha visto i suoi cittadini come eroi. Se Mangino è stato il simbolo della confessione, Fernando Canessa, di origini italiane, è stato l’eroe del ritrovamento: la sua vita da allora ha avuto come motivazione quella di mantenere alto il ricordo di quella avventura, di quella lotta che in fondo ha tenuto in vita sedici persone che avevano accanto i corpi dei loro ventinove amici e colleghi che non ce l’avevano fatta. Il titolo del libro che Canessa ha scritto con Pablo Vierci – importante autore uruguaiano e soprattutto compagno di scuola di molte delle vittime e dei superstiti della tragedia, che già nel 1973 cominciò a narrare la vicenda ne ‘La società della neve’ - è emblematico: “Dovevo sopravvivere. Come l’incidente nelle Ande ha ispirato la mia vocazione a salvare vite”.

Ora Mangino non c’è più: ha vissuto cinquantadue anni sapendo di essere un miracolato e in fondo la vita per quel che ha potuto assaporare nella sua adolescenza lo ha ripagato di una avventura che solo sedici ragazzi che sognavano la palla ovale hanno potuto vivere e a lungo ricordare.