Quei falsi miti sulla sostenibilità

Macchè mondo equilibrato: «Quanto sta avvenendo va in direzione diametralmente opposta e sta peggiorando in modo sostanziale gli equilibri del pianeta» chiarisce Antonio Galdo, guida del progetto “Non sprecare” L'articolo Quei falsi miti sulla sostenibilità proviene da Economy Magazine.

Mar 24, 2025 - 23:42
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Quei falsi miti sulla sostenibilità

La sostenibilità continua a essere una voce fondamentale nelle strategie e nella comunicazione delle aziende. Secondo l’Osservatorio Clean Tech di Innovatec e Circularity il 79% delle Pmi e delle grandi imprese italiane nel 2024 hanno effettuato investimenti in sostenibilità, in aumento rispetto al 70% dell’anno precedente. E di questi investimenti, il 68% si concentra su interventi di efficientamento energetico. Una macchina da guerra che sembra procedere spedita, senza intoppi. Eppure, è proprio sul tema della transizione energetica che iniziano a sentirsi preoccupanti scricchiolii, amplificati dalla grave crisi dell’industria automotive in Germania e in l’Italia.

Antonio Galdo, giornalista di lungo corso, scrittore, fondatore e guida del progetto “Non sprecare”, ha ora gettato  un sasso pesante in uno stagno non del tutto tranquillo con il suo saggio “Il mito infranto – Come la falsa sostenibilità ha reso il mondo più ingiusto”, da poco uscito da Codice Edizioni (pp. 185, euro 19), nel quale smonta con la giusta dose di polemica ed evidenza dei dati il mito, appunto, di essere avviati verso un mondo più rispettoso ed equilibrato. «Non esiste una sostenibilità che possa prescindere dalla riduzione delle disuguaglianze, da una ridistribuzione della ricchezza», chiarisce subito Galdo nell’Introduzione, «quanto sta avvenendo va in direzione diametralmente opposta, e una falsa applicazione della sostenibilità e sta peggiorando in modo sostanziale gli equilibri del pianeta». 

La sostenibilità sembra oggi all’ingresso di un tunnel che non sappiamo dove potr‡ portare. Sul piano ambientale molti degli obiettivi che si erano dati l’Onu e l’Europa sembrano irraggiungibili. Quali sono i motivi di questa impasse?

Il principale riguarda la debolezza della politica. Noi purtroppo viviamo una fase nella quale assistiamo a un’eclissi della politica, che ha perso il suo primato e non dispone degli strumenti per raggiungere i suoi obiettivi. È vero che sono importanti i comportamenti individuali, gli stili di vita, ma servono anche quelli che un grande ambientalista come Alex Langer chiamava i “decreti del re”, le decisioni politiche. Possiamo essere bravissimi a sviluppare energia da fonti rinnovabili in Italia, ma il nostro Paese, e anche  l’Europa, sono piccoli rispetto ai grandi inquinatori del pianeta che sono Cina, India e Stati Uniti, i quali non si siedono neanche ai tavoli di un negoziato politico. La Cina riesce a essere, allo stesso tempo, la numero uno al mondo nelle energie rinnovabili e uno dei massimi inquinatori con le sue centrali a carbone. Stesso discorso per l’India. E poi c’è la politica trumpiana dell’autarchia energetica. Insomma, senza una governance forte e condivisa non si va da nessuna parte.

Eppure, la sostenibilità continua a essere strategica non solo nelle grandi multinazionali ma anche della media e piccola impresa… 

Sì, ma attenzione, la domanda da farsi è: perché la sostenibilità negli anni è diventata, come io dico nel titolo, un “mito”? Dopo il periodo propulsivo del dopoguerra, che ha portato ad un innalzamento senza precedenti del benessere e dei consumi  in modo tutto sommato trasversale e uniforme, il sistema ha cominciato a dare segnali di debolezza a partire almeno dagli anni ’80: molti mercati erano diventati maturi, il tasso di crescita della ricchezza stava frenando, c’era bisogno di escogitare nuove suggestioni per attrarre i consumatori e la sostenibilità è diventata  la parolina magica da apporre come un’etichetta su qualsiasi prodotto. Un esempio lampante è quello della moda.  Sia il fast fashion, sia il segmento del lusso sono in crisi per un problema di domanda: questa industria ha macinato utili stellari, basta guardare gli stili di vita dei miliardari, mentre la classe media deve fare i conti con i guardaroba pieni e per un terzo non utilizzati. Come può venire in mente di fare nuovi acquisti? E allora si punta sui prodotti ecosostenibili, spesso alimentando fake news.

A proposito di fake news nel libro accenni al grande imbroglio della carne sintetica…

È un caso da manuale. Intanto, se la consideriamo una risposta al problema della fame nel mondo, va detto che non riusciremo mai a produrre una quantità tale di carne artificiale da sfamare quelli che oggi non accedono a questo tipo di alimenti. Eppure, il piano di lancio del nuovo prodotto è stato organizzato alla perfezione dalle grandi società di consulenza: un prodotto etico, sostenibile, corroborato dai soliti studi per dire che questo mercato ha una potenzialità di 1.000 miliardi di dollari all’anno. Poi sono arrivate le banche d’affari, i fondi d’investimento ed è partita la corsa alla speculazione. Prendiamo il caso di Beyond meat, la società che produce hamburger vegani fondata da Ethan Brown con l’obiettivo di dare una risposta concreta ai cambiamenti climatici. È stata collocata in Borsa al Nasdaq a 25 dollari, è arrivata a 250 dollari e ora quota a meno di 4. Tutti i grandi investitori hanno aspettato la fine del lock-up e sono passati all’incasso facendo plusvalenze miliardarie. È chiaro che qui la sostenibilità non c’entra per nulla…

Sulla transizione energetica l’Europa sta pagando fortemente dazio. Che prospettive vede? è necessario rallentare il processo perchè sia economicamente sostenibile per le aziende?

Diciamola tutta: se vogliamo che l’auto elettrica, oggi un gingillo dell’upper class e dei milionari, esca dal catalogo del lusso, deve diventare un prodotto di largo consumo come è già in Cina dove i modelli entry level li trovi anche a 6.000 dollari, mentre in Italia non ci compri neanche una motocicletta. Gli incentivi che i produttori richiedono al governo come soluzione di tutti i problemi sono indispensabili, certo, ma non bastano. La verità è che i produttori italiani, così come quelli europei,hanno investito nel cambio di tecnologia troppo poche risorse e, quindi, rispetto alla Cina siamo spaventosamente in ritardo. Serve un cambio di passo, come peraltro ci chiedono le nuove generazioni che sono molto più interessate delle precedenti al problema, perché sanno che è fondamentale per il loro futuro.

A penalizzare i grandi produttori europei c’è anche il monopolio cinese sui prodotti di filiera: il solo il settore delle batterie è controllato al 70% …

Ma è non solo la filiera, l’altro grave problema sono le materie prime, in particolare i cosiddetti metalli rari, come il nichel, il cobalto, indispensabili nella produzione delle auto elettriche, dei pc, degli smartphone. Si trovano per lo più in Africa e, ancora una volta, le miniere sono da tempo controllate soprattutto dai cinesi che hanno saputo aprirsi la strada con imponenti politiche di finanziamento. Oggi questi Paesi sono a rischio default e devono pagare gli interessi ai finanziatori cinesi e americani, e dove li prendono i soldi? Tagliano le spese sulla sanità, sull’istruzione, cioè su quella parte che invece è quella dove bisognerebbe investire di più. Sono allergico agli slogan ma oggi servirebbe un nuovo piano Mattei portato avanti da governi sensibili a una politica strategica in Africa. 

Che  cosa possiamo fare concretamente in Italia sia sul fronte energetico sia di lotta alle grandi disuguaglianze del pianeta? 

Partiamo dal fatto che le rinnovabili costano, soprattutto in Europa. Quindi se mettiamo insieme i micro-impianti di condomini, strade, associazioni, imprese, parrocchie, scuole e incentiviamo le comunità energetiche, i costi degli investimenti saranno molto più bassi. L’Enel in Italia l’ha capito per prima e ha fatto un piano per finanziare e accompagnare l’intero processo. E finalmente, da qualche settimana, abbiamo anche gli indispensabili regolamenti e vedremo se il modello avrà  successo e potrà essere esportato altrove, ad esempio in Africa, trasferendo chiavi in mano progettualità che aiuterebbero molto questi paesi ad accedere alle energie rinnovabili a prezzi sostenibili anche per loro.

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