Perché la rigorista Germania vuole diventare spendacciona?

Che cosa celano i piani della Germania sulla spesa pubblica (non solo per la difesa) e quali sono le implicazioni politiche, economiche e culturali. Il corsivo di Battista Falconi

Mar 15, 2025 - 10:53
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Perché la rigorista Germania vuole diventare spendacciona?

Che cosa celano i piani della Germania sulla spesa pubblica (non solo per la difesa) e quali sono le implicazioni politiche, economiche e culturali. Il corsivo di Battista Falconi

 

L’accordo da 500 miliardi sottoscritto con i Verdi in Germania si presta come parametro di comprensione per molte realtà nelle quali siamo immersi. L’ex locomotiva europea è un osservato molto speciale, poiché la sua crisi multifattoriale è eclatante, persino in uno scenario debole come quello del vecchio continente, che condiziona le altre nazioni in modo vario: in generale provoca un effetto deprimente ma all’Italia, per esempio, fa comodo poiché contribuisce a tenere basso lo spread.

Conservatori, socialdemocratici e Grunen tedeschi hanno stanziato un fondo da 500 miliardi per aumentare la spesa pubblica, allentando le regole costituzionali sul debito. Mossa che ricorda da vicinissimo lo svincolo delle spese per la difesa dal limite del 3% di rapporto deficit-Pil del tanto nominato Rearm Europe, che prevede un plafond addirittura di 800 miliardi (il computo è però vivacemente dibattuto, poiché includerebbe voci e misure diverse).

Queste colossali iniezioni finanziarie straordinarie si ripetono ormai con frequenza, le abbiamo viste dopo la pandemia di Covid e nelle agende di contrasto ai cambiamenti climatici: misure green, superbonus, Pnrr, Next Generation UE sono diciture cui ci siamo abituati, nonostante il loro ammontare apocalittico. Per “ricostruire l’Europa dopo la pandemia di COVID-19 è stato stanziato un totale di 2.018 miliardi di euro” recitano i documenti ufficiali, parlando di “un’occasione unica per uscire più forti dalla pandemia, trasformare le nostre economie, creare opportunità e posti di lavoro per l’Europa in cui vogliamo vivere”.

A distanza di un lustro dalla pandemia, possiamo ben dire che questa retorica da libro Cuore non ha certo prodotto il Bengodi che prometteva. Nel suo pragmatismo, Giorgia Meloni ha più volte, da oppositrice e come presidente del Consiglio, ribadito la sua perplessità verso queste misure eccezionali: “Superbonus è stata la più grande truffa della storia ai danni dello Stato”, “soldi gettati dalla finestra”, “Il Covid era un’emergenza, ma sulla strategia me lo dica lei se ha funzionato”… Parafrasando il celebre slogan dei pubblicitari, “quando il prodotto è gratis, il prodotto sei tu”.

Credevamo di aver chiuso l’epoca allegra nella quale si spendeva senza pensieri, senza pensare che qualcuno avrebbe dovuto saldare il conto, poiché i politici si preoccupavano solo di soddisfare le domande crescenti degli elettori. Di essere entrati in un’epoca di maggior rigore, di sobrietà, in cui i parametri vincolano la spesa pubblica. Ma ora pare di essere tornati indietro, alle politiche spendaccione, sempre con la pezza di una buona causa: pandemia, ecologia, sicurezza. E le cifre si alzano – 500, 800, 2.000 miliardi – con la stessa faciloneria che connota la guerra dei dazi, con aumenti di percentuali a ogni contromossa dei competitori, e con cui si gioca a spararla più grossa sulla guerra e della pace. Temi che si legano moltissimo tra loro, perché una politica accorta e realistica, assieme ai grandi valori come la vita umana e ai diritti intangibili come l’integrità territoriale delle nazioni, dovrebbe considerare sempre il computo di spese e ricavi. Devastare l’Ucraina o il Medio Oriente quanto costa e a chi conviene?

Il problema è da un lato la tentazione delle leadership di staccarsi da terra per volare sulle ali della propaganda, con l’intento di stabilizzare la propria precaria poltrona: campioni assoluti della disciplina Emmanuel Macron, che ama le esibizioni geopolitiche muscolari ma non ha un vero governo, e Ursula Von der Leyen: incredibile come sia stata rinominata dopo la vicenda degli scambi di messaggi con la casa farmaceutica Pfizer, che ha portato anche a una denuncia penale. Del resto, che l’Europa abbia un problema morale ce lo ricorda ora lo scandalo che coinvolge la cinese Huawei e diversi europarlamentari e lobbisti, anche italiani.

Dall’altro lato, però, la disinvoltura con cui si varano nell’indifferenza piani di centinaia di miliardi poggia sull’ignoranza diffusa in tema economico. Sappiamo che diverse dichiarazioni politiche degli ultimi giorni hanno bruciato in borsa enormi capitali, che grandissimi Stati si stanno affidando alle criptovalute, di cui però sospettiamo le peggiori nefandezze. Ma cosa queste cose significhino davvero per i nostri portafogli non lo sappiamo.

Per emendarci dall’ignoranza, due consigli di lettura. Intanto tornare a Milton Friedman, al suo “Non esistono pasti gratis. Una prospettiva radicalmente liberale che non sfocia mai nell’utopismo”, appena riedito da Liberilibri. Abbinato a “Nessun pasto è gratis. Perché politici ed economisti non vanno d’accordo”, del Mulino, di Lorenzo Forni (nomen omen).