Non solo Calderone, tutte le lauree dibattute dei potenti
La laurea triennale della ministra Calderone non compare nell'Anagrafe Nazionale dei Laureati, poiché è stata conseguita quando la Link rilasciava titoli di diritto maltese non riconosciuti in Italia. Il punto di Stefano Feltri dalla newsletter Appunti

La laurea triennale della ministra Calderone non compare nell’Anagrafe Nazionale dei Laureati, poiché è stata conseguita quando la Link rilasciava titoli di diritto maltese non riconosciuti in Italia. Il punto di Stefano Feltri dalla newsletter Appunti
Nella classifica delle scelte sbagliate che un politico può fare ce ne sono due che quasi sicuramente, presto o tardi, presentano il conto: farsi pagare la casa da qualcun altro, magari se qualcuno che ha avuto o spera di avere in cambio favori, e mentire sul titolo di studio.
Questa seconda categoria di polemiche, va detto, è tra le più imbarazzanti nell’immediato ma tende a lasciare poche tracce nel lungo periodo. Come si spiega?
In questo Paese siamo ossessionati dal pezzo di carta, dal valore legale del titolo di studio, ma a nessuno sembra importare il fatto che assieme al pezzo di carta dovrebbero essere abbinate delle competenze. E che quindi non è uguale ottenere una laurea da parlamentari o da ministri, giusto per poterla esibire, o invece prenderla in tempo, e poi fare una vita professionale, diciamo così, da laureati.
Intendiamoci: in una democrazia non c’è niente di male a essere rappresentati da parlamentari o ministri non laureati, specie in un Paese che è penultimo nell’Unione europea per quota di laureati. In Italia ci sono solo il 26,8 per cento di laureati nella fascia di età 30-34 anni, mentre la media dell’Ue è 41,6 per cento.
Anche gli operai o gli artigiani hanno diritto, in una democrazia, a candidarsi e – se eletti – a governare. Però sono gli stessi parlamentari o ministri a voler spesso esibire titoli che non hanno, quasi pensassero che senza il pezzo di carta nessuno li prenda davvero sul serio. E dunque – questa è l’implicazione più discutibile – che basti un titolo qualsiasi per diventare subito più autorevoli.
Il caso di cui si discute in questi giorni è quello della ministra del Lavoro Maria Elvira Calderone, nata nel 1965, che si è laureata nel 2012 alla triennale e alla specialistica 2016 alla Link Campus. Il Fatto Quotidiano ha indagato su quella laurea, insospettito dalla vaghezza delle comunicazioni sul sito del ministero, e ha scoperto cose interessanti.
Nessuno paga
Insomma, di cose strane nella laurea della ministra Calderone ce ne sono parecchie. Ma sappiamo già come finirà questa storia: sarà tutto perdonato, per citare un famoso titolo di Charlie Hebdo.
Un ministro ben più noto di Calderone, cioè il co-fondatore di Fratelli d’Italia e oggi titolare della Difesa, Guido Crosetto, ha avuto anche lui problemi con la laurea parecchi anni fa, nel 2013: mentre si discuteva del master non conseguito dal giornalista Oscar Giannino, allora in politica, il sito torinese Lo Spiffero rivela che anche Crosetto non è laureato.
Il sito della Camera però indica che lui è laureato, e anche Wikipedia. Crosetto ammette, si scusa, spiega che ha lasciato gli studi per la morte del padre, e che comunque non ha mai usato questo titolo inesistente per lavoro. Alla Zanzara di Giuseppe Cruciani, poi, minimizza il caso: c’è chi fa ben di peggio in Parlamento.
Nel governo Meloni quattro ministri non hanno la laurea, uno l’ha presa appena arrivato al ministero della Cultura, Alessandro Giuli, ma ha spiegato che era una tappa già prevista e non un modo per rendersi più credibile come ministro.
L’elenco di quelli che hanno mentito o sono stati sorpresi ad aver un po’ ritoccato il curriculum è lungo. E nessuno ha avuto particolari conseguenze.
Daniela Santanché sosteneva di aver fatto un master alla Scuola di direzione aziendale della Bocconi, ma era solo un corso di formazione. I periodi trascorsi da Giuseppe Conte in università americane – in particolare New York University – non erano per docenze o seminari ma per studiare un po’ di inglese.
E’ rimasta celebre quella specie di laurea ottenuta da Renzo Bossi, figlio di Umberto e detto il Trota, in Albania. Per una serie di irregolarità quella laurea – pagata 77.000 euro – è poi finita al centro delle inchieste di magistrati italiani e albanesi e ha spinto Renzo Bossi alle dimissioni dal Consiglio regionale della Lombardia nel 2012.
L’eurodeputato della Lega, Marco Valli, non si era laureato alla Bocconi come diceva ma aveva solo dato qualche esame.
Da ministra dell’Istruzione, l’ex sindacalista Valeria Fedeli del Pd aveva indicato nel curriculum un “diploma di laurea” che poi aveva dovuto correggere soltanto in “diploma”.
Marianna Madia, già ministra della Funzione pubblica, è stata rieletta anche nel 2022 deputata del Pd nonostante le irregolarità nella sua tesi di dottorato dimostrate dal Fatto Quotidiano quando ancora ci lavoravo io: c’erano problemi di plagio e parti della tesi quasi certamente non scritte da lei. Madia ha querelato il Fatto e un giudice ha certificato che l’inchiesta giornalistica era corretta. Non è successo niente.
Perché non c’è una vera sanzione reputazionale in Italia per chi mente o imbroglia sul titolo di studio?
L’unico che ha scontato una decennale espiazione è Oscar Giannino, un raro caso in cui vantare il master a Chicago era davvero ridondante perché anche i suoi detrattori non hanno mai messo in discussione la competenza e la professionalità del giornalista.
In Italia nessuno paga per le bugie sul “pezzo di carta” perché è uno di quei tanti peccati così diffusi che rendono i politici più vicini non solo agli elettori comuni, ma anche a gruppi organizzati, come quelle schiere di dipendenti pubblici che si laureano in università telematiche per fare carriera senza sudare troppo il titolo di studio.
Non è così in altri Paesi – soprattutto in Germania – si contano invece esempi di politici che si sono dovuti dimettere e hanno chiuso la carriera per qualche disinvoltura sui titoli di studio.
C’è stato un solo governo composto quasi solo da laureati, quello Monti, dove l’unico non laureato era l’ex maestro di strada Marco Rossi Doria.
Quando le cose si mettono male, anche i non laureati e anche chi è sempre pronto all’indulgenza verso i furbetti del diploma, vuole che a guidare il Paese ci siano persone la cui competenza è stata davvero certificata.
Di per sé, un governo di persone laureate o con il dottorato non è garanzia di risultati migliori, anche se la formazione e la competenza dovrebbero aiutare a gestire le complessità della politica.
Ma invece è abbastanza legittimo auspicare di avere un governo nel quale ci sono soltanto persone che non hanno mentito, truccato o abbellito il proprio curriculum, che non vantano titoli che non hanno, o che non hanno seguito qualche scorciatoia per ottenere lauree e master.
Meglio un governo di diplomati onesti che di laureati discutibili.
(Estratto da Appunti)