Myanmar, quali sono i siti culturali e i templi distrutti
Il terremoto del 28 marzo non ha abbattuto solo le case e provocato vittime, ma ha colpito anche molti siti culturali del Myanmar. Cosa sappiamo?

Il 28 marzo scorso, due scosse di terremoto di magnitudo rispettivamente 7.7 e 6.7 hanno colpito l’area centrale del Myanmar, entrambe con un epicentro poco profondo – e quindi potenzialmente molto devastante – a nord-ovest di Sagaing, a circa 20 km dalla città di Mandalay, la seconda dello stato asiatico. I contraccolpi di quelle scosse si sono sentiti anche in Thailandia e in Cina sud occidentale. Secondo la giunta militare che governa il Myanmar dal 2021 – e che in questo momento drammatico, ha continuato a bombardare i ribelli nelle aree settentrionali del Paese – ci sarebbero al momento più di 2.000 morti e 3.900 feriti, ma il bilancio sarebbe destinato ad aumentare.
Oltre ad aver spezzato vite umane e abbattuto edifici, il terremoto ha anche distrutto diversi templi buddhisti nella zona, rischia di aver intaccato anche i beni patrimonio mondiale – il Myanmar ne ha due – e diversi altri siti religiosi dal valore inestimabile. “Rischia”, perché quello che sappiamo sui siti distrutti finora è molto poco. La giunta non ha ancora fornito un numero ufficiale del totale di templi, altari, statue del Buddha e pagode distrutti dall’evento sismico. A questo, si aggiunge che molti altri siti culturali e religiosi del Paese sono da considerarsi a rischio anche per il conflitto civile in corso e anche di questi non c’è un bilancio. Chi si sta occupando attivamente di raccogliere informazioni sui beni danneggiati è il World monuments fund, un’organizzazione non-profit privata che ha l’obiettivo di preservare manufatti dal valore storico culturale in tutto il mondo.
I templi distrutti, cosa sappiamo
Pagoda Mahamuni
Diverse strutture danneggiate o crollate si trovano a Mandalay, a pochi chilometri dall’epicentro. Una di queste, secondo le rilevazioni della società statunitense di osservazione spaziale Maxar Tecnologies, è il tempio (o pagoda) Mahamuni. Si tratta di uno dei luoghi di culto e di pellegrinaggio più importanti del Myanmar, per la statua situata al centro del tempio considerata rappresentativa dello stesso Buddha. Narra infatti la leggenda che del Buddha esistano solo cinque ritratti: due si trovano in India, due in paradiso e uno sarebbe quello conservato a Mahamuni. Ora la pagoda è crollata – così come l’annesso monastero – mentre dalla statua del Buddha si è staccata la testa.
Pagoda Shwe Sar Yan
Un video ripreso dalla BBC mostra anche il crollo della sommità della pagoda Shwe Sar Yan, altro importante luogo di culto buddhista che si trova a Mandalay.
Pagoda Ma Shi Kha Na
Sarebbe andata distrutta anche la pagoda di Ma Shi Kha Na, che si trova a Sagaing, a una ventina di chilometri da Mandalay e molto vicino all’epicentro. Fu costruita nel XIV secolo, nel regno di Thado Minbya, il re che getto le basi per la riunificazione del Paese.
L’area di Sagaing e Mandalay, insieme a Innwa, e ai villaggi di Amarapura e Mingun, rappresenta uno dei siti candidati alla lista patrimonio mondiale nel 1996, ma non iscritti. Le antiche città, tutte vicine tra loro, sono state infatti tutte residenze reali dal XIV al XIX secolo e sono ricche di templi, monumenti e monasteri.
Infine, secondo i reporter dell’Associated Press, si sono inoltre registrati danni alle pagode di Naypyitaw, capitale del Myanmar.
Cosa sappiamo dei siti Unesco del Myanmar
Le antiche città Pyu e Bagan (o Regno Pagan) sono gli unici due siti iscritti nella lista dei patrimoni dell’umanità del Paese, il primo nel 2014 e il secondo nel 2019. Il primo, composto dalle aree archeologiche delle città di Halin, Beikthano e Sri Ksetra, scavate solo in parte e abitate tra 200 a.C. e 900 d.C., dista dall’epicentro oltre 450 km in direzione sud e per ora non ci sono notizie specifiche in merito a eventuali danni.
Il sito che ha destato maggiori preoccupazioni per la comunità internazionale è invece Bagan, a circa 150 km a ovest dall’epicentro, ricco di templi, pagode e stupa (monumenti) di XI-XIII secolo, già colpiti e danneggiati dal terremoto del 2016. Ex capitale di un regno regionale buddhista, Bagan costituisce un paesaggio sacro per i fedeli e un’attrazione per migliaia di turisti ogni anno (400mila solo nel 2023). Secondo il quotidiano locale The Global New light of Myanmar, nessuno dei monumenti del sito ha riportato seri danni strutturali, mentre solo la pagoda di Htilo Minlo ha subito piccoli danni interni e crepe alle pareti. Una buona notizia che, sempre secondo il quotidiano, ha “portato la felicità in tutto il paese”.
I “limiti” dell’Unesco e del nostro attaccamento alla lista patrimonio mondiale
Le notizie sono buone o cattive per il patrimonio culturale del Myanmar? In fondo, il sito Unesco di Bagan non ha subito danni. Ma uno dei simboli della religiosità del Myanmar, l’antica statua del Buddha di Mandalay che è fuori dalla lista, ne ha subiti, così come la pagoda in cui è situata. Perciò, se vogliamo essere onesti, dobbiamo affermare che le notizie sono sia buone che cattive. Questa catastrofe umanitaria, che ha colpito anche tanti luoghi della cultura e della religione buddhista, mette in evidenza una volta di più i limiti della lista del patrimonio mondiale: primo fra tutti, non tutti i siti che hanno un elevatissimo valore culturale compaiono nell’elenco.
Non tutti i siti di valore sono nella lista
Questo significa che la lista non è “valida”? No, ma bisogna sempre ricordare che viene aggiornata anno per anno dai rappresentanti di 21 stati membri che per sei anni rappresentano il Comitato patrimonio mondiale e che i siti da aggiungere vengono scelti tra quelli candidati dai singoli Paesi. Ha più chances non solo chi ha i siti che rispettano più criteri per l’ammissione, ma anche chi compila meglio i dossier di candidatura. Per esempio, noi che in Italia abbiamo al momento 60 siti iscritti e che siamo “primi in classifica”, abbiamo dimostrato non solo di avere un patrimonio culturale degno di nota, ma di essere anche molto bravi a compilare scartoffie. Inoltre, una delle critiche più comuni avanzate all’Unesco è che la lista sia fortemente influenzata da una visione occidentale ed eurocentrica e questo spiegherebbe perché tanti siti di valore in altri continenti restino “scoperti”.
Quali sono i patrimoni davvero a rischio?
Secondo punto: non tutti i siti potenzialmente a rischio sono segnalati nella Lista dei patrimoni a rischio, un elenco di 56 siti con uno status particolare che autorizza l’Unesco a disporre di fondi straordinari per tutelare il bene in caso di emergenza.
A spiegare cosa si intenda per “patrimonio a rischio” è la Convenzione del Patrimonio mondiale, parte III, articolo 11, comma 4. In sostanza, si dice che il Comitato redige e aggiorna la lista dei patrimoni minacciati da pericoli “gravi e specifici” che comprendono: l’incuria e il degrado, i conflitti armati, le calamità naturali come terremoti, eruzioni vulcaniche, frane, alluvioni e incendi gravi, ma anche gli effetti dei cambiamenti climatici, tra cui si segnalano maremoti, inondazioni, innalzamento del livello del mare. E si legge anche che “il Comitato può in qualsiasi momento, in caso di necessità urgente, effettuare una nuova iscrizione nella Lista del Patrimonio mondiale in pericolo e pubblicizzare immediatamente tale iscrizione.”
Quindi, per intenderci, non bastano i cambiamenti climatici, che minacciano già un sesto dei beni Unesco. In questo caso specifico, non basta che il paese si trovi nel bel mezzo di un conflitto civile, se questo non minaccia direttamente i due siti Unesco. E non basta che il Myanmar si trovi in un’area altamente sismica, attraversato da una lunga faglia tra la placca tettonica indiana e quella euroasiatica. Visto che sia Pyu che Bagan (per quello che sappiamo) non hanno subito danni, non vi sarà un’iscrizione d’urgenza per la richiesta di fondi extra. Sarebbe servita per i templi di Mandalay e per il grande Buddha ma, come detto, sono stati candidati, ma mai iscritti, e quindi per la comunità internazionale è come se non esistessero.
L’evoluzione della situazione si conoscerà solo nei prossimi giorni e nei prossimi mesi e solo allora, se ci sarà un bilancio ufficiale dei beni culturali distrutti, si potrà capire l’impatto reale della perdita per il Myanmar – e per tutti noi.