Non l’amore, ma l’assenza di sé: perché continuano a uccidere le donne
Il caso di Sara e Ilaria, vittime di chi non accetta di essere ignorato: finché il sistema resta immobile, non ci sarà un’ultima, solo la prossima

Sara Campanella non gli aveva mai concesso nulla. Ilaria Sula, invece, aveva già detto basta. Una mai cominciata. L’altra finita da tempo. Entrambe sono state eliminate. Perché non servivano più. Non a un amore.
A un’identità fragile, costruita sull’illusione di valere solo se qualcuno ti riflette.
Non è il “no” a uccidere. Il “no” respinge, ma riconosce. Finché esiste, alimenta l’illusione. La vera detonazione arriva quando lei esce dal quadro. Quando non conferma. Quando non riflette più l’immagine che l’altro ha di sé. Per chi vive nel riflesso, l’autonomia dell’altra è la fine. E ciò che non serve più, si elimina. Stefano Argentino non ha mai avuto Sara. Non l’ha persa. Non l’ha mai posseduta. Non l’ha mai nemmeno vista. E questo, per lui, era insostenibile. Non il rifiuto. L’irrilevanza. L’ha seguita. Ha osservato. “Non mi sorridi più come prima,” le ha detto. Poi ha colpito. Con metodo, non con impulso. Con la precisione di chi non cerca contatto, ma vendetta contro la propria invisibilità.
Mark Antony Samson, invece, Ilaria l’aveva avuta. Lei, ad un certo punto, si era sottratta. Aveva smesso di orbitare. Aveva scelto di proseguire senza di lui. E quando una donna si sgancia dal ruolo di specchio, certi uomini si sentono evaporare.Tre colpi al collo. Non è rabbia cieca: è una firma. Lì si forma la voce. Lì si rompe la parola. Lì si cancella la scelta. Poi una valigia usata non per farla sparire, ma per ridurla. Per comprimere la complessità di una donna in qualcosa che si può richiudere e gettare come un sacco dell’immondizia.
Continuiamo a chiamarlo amore malato, quando c’è solo patologia. Continuiamo a parlare di raptus, di gelosia, di follia. Soprattutto, continuiamo a cercare l’odio nelle azioni esplosive, ignorando l’altra violenza: quella che non urla,che cammina accanto, che osserva e aspetta. Quella che doveva essere fermata prima. Anche stavolta l’allarme è scattato tardi. Dopo la lama. Dopo che il sangue aveva già macchiato il marciapiede. Dopo la valigia. Quando non c’era più niente da salvare. Solo da raccontare sulle prime pagine di cronaca nera.
Giulia Cecchettin e Giulia Tramontano dovevano essere le ultime. Erano diventate simbolo. La linea da non superare. Promesse, applausi, marce silenziose.
E invece no. Non è cambiato il linguaggio. Non è cambiato il sistema. È cambiata solo l’ora in cui l’ennesima donna viene seppellita. Ogni volta diciamo: “mai più”.
Ma il “mai più” dura quanto un titolo ed una manifestazione in piazza. Poi ricomincia.
Perché finché raccontiamo chi uccide come un innamorato respinto, finché chi vede non riconosce, finché chi può fermare resta zitto, non ci sarà un’ultima. Ci sarà solo la prossima.