"Mettete giardini nelle vostre fabbriche". Canali e l’architettura della serenità
L'architettura sostenibile può conciliare fabbriche belle e rispetto per l'ambiente, riducendo i costi e migliorando la biodiversità.

A stabilire che le fabbriche devono essere belle – pur tenendo conto della soggettività di tale attributo – e in armonia con l’ambiente circostante dovrebbe bastare anche solo il comune senso del decoro (se non del pudore). Ma per uscire dal generico, e attingere alle fonti, la nostra Costituzione all’art. 9 è inconfutabile: "La Repubblica… tutela il paesaggio, l’ambiente, la biodiversità". Per completare l’impegno, le norme istitutive delle varie Commissioni per la qualità architettonica e il paesaggio (sia Comunali che Regionali) sono più dettagliate. Viene voglia di ribaltare la questione: come mai, nonostante le chiare prescrizioni a livello costituzionale, regionale e comunale sopra richiamate, si continua a costruire fabbriche che belle non sono, ma soprattutto offendono il paesaggio?
La risposta è drammaticamente elementare: è una questione di quattrini. Cioè l’interesse economico (da parte della società che vuol costruire la fabbrica), e l’interesse privato prevalgono sul bene (pubblico) del paesaggio e dell’ambiente. Questa è una storia vecchia come il mondo, non c’è da stupirsi. L’interrogativo però dobbiamo porcelo pragmaticamente. Come oggi è possibile costruire fabbriche che non deturpino l’ambiente senza far spendere troppo all’operatore economico? A tale domanda ho cercato, in qualità di architetto progettista, di dare risposte concrete, e i risultati (cioè le fabbriche costruite, efficienti, al presente ancora perfettamente funzionanti) sono sotto gli occhi di tutti, si possono visitare e toccare con mano. E allora perché tirar su fabbriche come scatoloni, ingombranti e/o sgraziati, magari addirittura con poche finestre o senza del tutto (“tanto per far luce bastano le lampade led”), cioè volumi edilizi che avviliscono l’ambiente e non favoriscono il benessere di chi ci lavora dentro? Costa davvero tanto meno il costruire male piuttosto che puntare su edifici più garbati e corretti, più rasserenanti per chi li utilizza, ma anche più favorevoli alla biodiversità perché il verde si insinua dappertutto? Val la pena investire male per risparmiare qualche euro e per tanti anni a venire, e in tanti cittadini innocenti pagarne le conseguenze?
Il problema è, prima che ambientale, economico. E la risposta, ho la presunzione che la si possa offrire, ma non con le chiacchiere, bensì con i fatti. Ad esempio confrontando costi e benefici di fabbriche realizzate, magari anche dal nostro Studio, per valutare nel modo più scientifico il divario di costo tra scatoloni alienanti e le “fabbriche giardino” in cui si vive meglio e risanano l’ambiente, che naturalmente auspichiamo. Per rimanere sul concreto, cioè alle fabbriche realizzate su progetti elaborati dallo Studio Canali, potremmo immaginare una sorta di viaggio ideale - ma che potrebbe facilmente anche diventare reale, se richiesto da qualche curioso incredulo - in Italia, tra Toscana, Marche, Emilia. E naturalmente dopo aver chiesto il benestare ai padroni di casa, che mi fa piacere qui citare, per la lungimiranza nell’immaginare, e il prezioso sostegno nel fare: Prada (una dozzina di progetti, cinque costruiti), Smeg a Guastalla e a Collecchio, Gran Sasso a Teramo, Pinko a Fidenza. Mi piacerebbe ora possedere qualche magia per materializzare agli occhi dei lettori (che devono invece accontentarsi di scarne parole) le delizie immaginate in quegli stabilimenti per alleggerire la fatica del lavoro e inverdire ciò che sta intorno.
Premessa fondamentale è che chi fatica dovrebbe godere di un ambiente il più possibile rasserenante: il verde, specie se impiegato come merita, è sempre elemento di grande vivacità ambientale. Attorno ai nostri stabilimenti dunque, ecco filari di pioppi cipressini (Valvigna, Guastalla). Dentro, in patii inattesi e preziosi (Montegranaro, ancora Valvigna, Fidenza, Collecchio, Montegranaro, Montevarchi, ma un po’ ovunque) la sorpresa di un verde più contenuto ma suggestivo. Sui tetti di cemento del piano terra giardini pensili (Valvigna, Pinko). Facciate inverdite di rampicanti. E rampicanti a mo’ di frangisole che anche allietano. Sui lucernari, striscianti che brillano al sole e schermano dal calore estivo (Valvigna, Teramo, ovunque). Piccoli ma efficaci specchi d’acqua. Declivi collinari prima erosi e trascurati ora rinaturati a “prato armato”.
E anche come soddisfazione personale, la constatazione che alla fine il problema dei costi quasi non esiste, nei nostri casi. Perché i costi sono in realtà contenuti grazie alla sobrietà dei materiali e delle forme. E soprattutto grazie alla scarsa incidenza quantitativa. Cioè grazie a dimensioni ridotte di queste piccole voluttà, a fronte delle estensioni veramente significative che i componenti industriali (pilastri, tetto, eccetera) raggiungono.