Ma il Foglio Artificiale merita i contributi statali?
Il Foglio Artificiale? Ma non era il solo quotidiano anticonformista e culturale? Ora che abbraccia gli algoritmi la battaglia snob di Ferrara e Cerasa convince meno che mai. Ecco perché. La lettera di Claudio Trezzano

Il Foglio Artificiale? Ma non era il solo quotidiano anticonformista e culturale? Ora che abbraccia gli algoritmi la battaglia snob di Ferrara e Cerasa convince meno che mai. Ecco perché. La lettera di Claudio Trezzano
Caro direttore,
scrivo questa lettera sperando che sia tu a leggerla e non qualche assistente digitale o maggiordomo virtuale dato che adesso nelle redazioni va di moda così. Foglio docet, direbbero i dotti. Quelli insomma che dovrebbero leggere, secondo quanto hanno sempre millantato Giuliano Ferrara e Claudio Cerasa, Il Foglio. Un giornale volutamente snob, per pochi. Scritto dai colti per i colti. Che nell’ultimo periodo è scritto però dalle macchine ugualmente per… i colti?
Già, perché come saprai da martedì 18 marzo in edicola e in digitale “c’è un nuovo Foglio, fatto con un’intelligenza diversa: quella artificiale. Avete capito bene. Il Foglio Ai è il primo quotidiano al mondo, un quotidiano vero, fatto ogni giorno, frutto di discussioni, frutto di provocazioni, frutto di notizie, realizzato usando interamente l’intelligenza artificiale. Per tutto. Per la scrittura, i titoli, i catenacci, i quote, i sommari. E a volte anche per l’ironia. Noi giornalisti ci limiteremo a fare le domande, nel Foglio AI leggeremo tutte le risposte. E ci aiuterà, in modo non sappiamo ancora se naturale o artificiale, a spiegare come si può far passare l’intelligenza artificiale dallo stato gassoso, ovvero quello della teoria, a quello solido, ovvero quello della pratica”.
Così è stata presentata la trovata solo apparentemente innovativa, in realtà per certi versi profondamente derivativa dato che lo stesso Foglio ben due anni fa si era divertita parecchio a giochicchiare con l’algoritmo smart di OpenAi e aveva nascosto qua e là brevi articoli scritti da ChatGpt, invitando i lettori a scovarli. Evidentemente l’esperimento è riuscito, oppure è stato così velocemente dimenticato che 24 mesi dopo l’intero giornale viene scritto dall’intelligenza artificiale.
Passino, direttore, i rischi che ciò comporta (mi auguro che un lettore umano di bozze resista nella corsa alla digitalizzazione) e il fatto che non conoscendo l’algoritmo non sappiamo dove peschino tali macchine e come lavorino esattamente, potrei anche abbozzare ed essere d’accordo se l’Intelligenza artificiale manlevasse il deskista, solitamente sottopagato, da tutte le routine più penose e ripetitive, mentre onestamente sobbalzo se dal Foglio mi scrivono che l’Ai farà tutto: titoli, catenacci (un mio maestro diceva sempre che i bei titoli solitamente si impara a farli a fine carriera e quelli sono i giornalisti fortunati perché altri sono destinati a non farli mai) mettendoci persino la sua ironia. Che ironia potrà mai avere un elettrodomestico?
“Abbiamo colto e utilizzato a buon fine una preziosa opportunità economica per arricchire il panorama editoriale italiano caratterizzato da troppo conformismo”, scriveva tempo fa Giuliano Ferrara a proposito dei contributi pubblici a pioggia di cui ha beneficiato il suo quotidiano, che già nel 2015 il Fatto Quotidiano aveva calcolato che corrispondessero a “50 milioni 899 mila 407 euro, ecco quello che Il Foglio è costato ai contribuenti a partire dal 1997, data in cui il giornale ha cominciato a riscuotere i contributi pubblici per l’editoria: 2 milioni 994 mila euro l’anno, 250 mila euro al mese, 8 mila euro al giorno. Per 17 anni. Una bella sommetta”.
Del resto per Ferrara i contributi pubblici sono dovuti perché da quelle parti mica si fa giornalismo? No, si fa “cultura”. Lui stesso ha paragonato i quotidiani (ovviamente il suo quotidiano, dato che gli altri sono conformisti) all’arte: “Come l’opera lirica, che riscuote adesione e passione nella cultura popolare. E in alcune parti del mondo gode dell’appoggio di risorse statali limitate”.
Mi chiedo, direttore, se far realizzare un giornale dall’Ai sia configurabile come cultura e non sia piuttosto peggior sponsor dei più pigri modi di lavorare a suon di copia-incolla. Un modus che testate “dotte” come il Foglio dovrebbe invece combattere e arginare mettendo in campo analisi puntute. Ma come potrà farlo se demanda all’intelligenza artificiale persino l’ironia dei suoi pezzi (con risultati a mio avviso stucchevoli, ma giusto che ciascuno dica la sua in merito: siamo nel campo della soggettività).
Lo stesso direttore Claudio Cerasa presentando in tv l’iniziativa ha detto “ce lo possiamo perché siamo orgoglioamente snob“: sarò troppo volgare io, ma non mi sovviene il nesso. Nemmeno la newsletter del Post sull’editoria, la sempre puntuale Charlie, lo scorge: “Il quotidiano il Foglio ha avuto un’idea spiritosa, questa settimana, nel solco di una sua lunga storia di invenzioni che a volte ne fanno un giornale di satira più che di informazione”, si legge sul giornale fondato da Luca Sofri. Inutile ricordarti che almeno tre delle firme del Post sono passate proprio dal Foglio (per non parlare della colleganza della famiglia Sofri con il Foglio e con il Post, diciamo).
Mi viene poi in mente una domanda: prima i contributi pubblici erano utilizzati per finanziare il “servizio pubblico e culturale” del Foglio (ma si può fare un servizio pubblico volutamente elitario? O è una contraddizione in termini?), mentre ora finiranno per pagare la licenza d’uso degli algoritmi dell’Intelligenza artificiale? E a quali software house andranno? Nel 2023 era stato specificato l’uso di ChatGpt – dunque del software dell’americana OpenAi -, mentre oggi non mi pare sia stata svelata l’Ai che si finge elefantino…
Per completezza, devo dire che la trovata del Foglio sembra eccitare soprattutto gli addetti ai lavori su LinkedIn. Non si contano gli interventi che menzionano Il Foglio e il suo rinnovato amore per l’Ai, scritti naturalmente in lingua inglese. Ti allego qualche screen. Certo, di fronte a questi post mi viene il dubbio che si tratti solo di mero marketing. Che anche gli snob aderiscano alla corrente del pensiero popolana del “purché se ne parli”?
Garantisco che quanto scritto non è stato suggerito da alcuna intelligenza artificiale,
Un caro saluto
Claudio Trezzano