Le Big Pharma lavorano ai fianchi Trump su dazi e non solo

Per creare un nuovo impianto di produzione farmaceutica negli Stati Uniti, si stima che ci vogliano da 5 a 10 anni e 2 miliardi di dollari. Ecco perché, nonostante J&J, Eli Lilly e Astrazeneca abbiano già in programma investimenti miliardari negli Usa, le Big Pharma stanno lavorando ai fianchi l'amministrazione Trump per trovare un accordo sui dazi. Fatti, numeri e commenti

Apr 2, 2025 - 13:19
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Le Big Pharma lavorano ai fianchi Trump su dazi e non solo

Per creare un nuovo impianto di produzione farmaceutica negli Stati Uniti, si stima che ci vogliano da 5 a 10 anni e 2 miliardi di dollari. Ecco perché, nonostante J&J, Eli Lilly e Astrazeneca abbiano già in programma investimenti miliardari negli Usa, le Big Pharma stanno lavorando ai fianchi l’amministrazione Trump per trovare un accordo sui dazi. Fatti, numeri e commenti

 

L’attesa sta per finire. Oggi alle 22, ora italiana, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, nel giorno da lui ribattezzato “della Liberazione”, annuncerà che tipo di dazi commerciali intende imporre ai Paesi stranieri.

Il settore farmaceutico, più volte citato da Trump, aspetta col fiato sospeso, ma i produttori si sono già mossi per chiedere pietà al presidente, mostrando grande disponibilità nell’adempiere le sue richieste, dall’abolizione dei programmi dedicati a diversità e inclusione fino al trasferimento o all’aumento degli investimenti negli Stati Uniti.

PRESSIONI SUL PRESIDENTE

Secondo fonti sentite da Reuters, le Big Pharma “stanno facendo pressioni” su Trump “per ridurre gradualmente i dazi sui prodotti farmaceutici importati, nella speranza di ridurre il peso dei dazi e di avere il tempo di spostare la produzione”.

Per ora, gli scenari più accreditati sono che il presidente Usa imponga dazi reciproci, ovvero pari a quelli applicati dai partner commerciali sui prodotti statunitensi, o dazi universali al 20%. Quello che è certo è che colpiranno “tutte le nazioni”.

Trump, nei suoi vari annunci, ha detto esplicitamente che presto avrebbe dichiarato dazi specifiche sull’industria farmaceutica ma, stando alle fonti, non avverrà oggi. Mentre potrebbe invece essere annunciato uno studio che esamini le modalità di applicazione dei dazi specifici per il settore.

LE SPERANZE DELLE BIG PHARMA

Ma nonostante gli incontri riservati e la disponibilità dichiarata da Trump a negoziare, le Big Pharma sanno che i dazi saranno inevitabili anche per loro, tuttavia sperano almeno che i dazi del 25% minacciati dal presidente siano graduali. Questa, secondo una delle fonti, è una possibilità “sicuramente in discussione da parte dell’industria farmaceutica”.

Un’altra delle fonti, un lobbista dell’industria, ha detto che il settore spera anche che il rispetto delle norme statunitensi sulla definizione delle politiche, che richiedono periodi di commento pubblico sulle leggi federali, possa rallentare l’attuazione delle nuove tasse.

QUANTO DIPENDONO GLI USA DAI FARMACI IMPORTATI

Sebbene alcune delle maggiori case farmaceutiche siano statunitensi, che si tratti di principi attivi o di produzione, hanno a che fare sia con Europa che Asia, soprattutto con Cina e India, da cui dipende molto anche l’Ue. Secondo Eurostat, le esportazioni di farmaci e prodotti farmaceutici dell’Ue verso gli Stati Uniti ammontavano a circa 90 miliardi di euro nel 2023.

SPOSTARE LA PRODUZIONE NEGLI USA

Spostare una maggiore produzione negli Stati Uniti rappresenta però un notevole impegno di risorse.

Che alcuni, tuttavia, hanno già annunciato negli ultimi mesi. Johnson & Johnson ha pianificato un aumento degli investimenti negli Stati Uniti del 25%, per un totale di oltre 55 miliardi di dollari nei prossimi quattro anni ed Eli Lilly ha in programma di spendere almeno 27 miliardi di dollari per costruire quattro nuovi impianti di produzione negli Stati Uniti. Ma anche la britannica Gsk ha detto che investirà fino a 800 milioni di dollari nel sito della Pennsylvania, il più grande investimento produttivo nel Paese, e l’anglo-svedese Astrazeneca ha raddoppiato i piani di espansione negli Usa, annunciando una spesa di 2 miliardi di dollari per la ricerca e lo sviluppo e per gli impianti di produzione di farmaci biologici e terapie cellulari.

UN PROGETTO NON A BREVISSIMO TERMINE

L’associazione di categoria PhRMA ha dichiarato che possono essere necessari da 5 a 10 anni e 2 miliardi di dollari per creare un nuovo impianto di produzione negli Stati Uniti, in parte a causa dei requisiti normativi. L’associazione ha battuto proprio su questo negli incontri di febbraio e marzo con l’amministrazione per esortarla a prendere in considerazione un aumento dei dazi scaglionato su più anni. I produttori hanno anche sostenuto che i dazi potrebbero aumentare la possibilità di carenza di farmaci e ridurre l’accesso per i pazienti. Tuttavia, Trump è fermamente convinto che si debbano produrre più medicinali negli Usa per ridurre la dipendenza dall’estero.

ESCAMOTAGE PROVVISORI

Intanto, nell’attesa di conoscere oggi maggiori dettagli, almeno tre case farmaceutiche, di cui due con sede in Europa, hanno riferito nei giorni scorsi di aver inviato farmaci negli Stati Uniti, come confermano anche i dati di DHL, che ha registrato un aumento delle esportazioni farmaceutiche per via aerea dall’Europa.

Il caso dell’Irlanda è particolarmente eloquente. Il Paese infatti, uno dei principali esportatori di farmaci negli Usa, ha registrato esportazioni per 9,4 miliardi di euro – quasi il triplo rispetto ai 3,2 miliardi di euro di dicembre e più del doppio rispetto ai quasi 4,1 miliardi di euro di farmaci spediti nel gennaio 2024.

Ma, stando a quanto dichiarato dall’esperto di filiera farmaceutica Prashant Yadav, senior fellow del Council on Foreign Relations, verso gli Stati Uniti, quest’anno sono aumentate anche le esportazioni di farmaci da Francia, Germania, Italia, Spagna e Gran Bretagna.