Lavorare in Comune non conviene tra stipendi bassi e fuga di personale
Oltre 140mila dipendenti in meno, dimissioni in aumento e stipendi più bassi della PA: ecco perché sempre meno persone scelgono di lavorare nei Comuni italiani

Più dimissioni che pensionamenti, stipendi poco competitivi e carichi di lavoro crescenti. Lavorare nei Comuni italiani oggi è sempre meno attraente. Lo confermano i dati del nuovo rapporto sul personale degli enti locali, pubblicato da ministero dell’Interno e IFEL. Dal 2007 a oggi, la pubblica amministrazione comunale ha perso quasi 30% della sua forza lavoro, mentre cresce il numero di chi sceglie volontariamente di andarsene.
Tra i motivi troviamo compensi inferiori rispetto ad altri settori pubblici, percorsi di carriera limitati, poca formazione e una macchina amministrativa che fatica a rinnovarsi. Il risultato è che molti Comuni, soprattutto i più piccoli, fanno i conti con uffici svuotati, età media sempre più alta e difficoltà a trovare personale qualificato per gestire servizi essenziali e fondi straordinari come quelli del Pnrr.
Il personale comunale in calo: numeri, dimissioni e carenza cronica
Nel 2007 i Comuni italiani contavano 491.678 dipendenti, mentre a fine 2023 ne sono rimasti 350.515: un crollo del 28,7% in poco più di 15 anni, pari a oltre 141mila persone in meno. Ma non è solo una questione di pensionamenti. Dal 2017 in poi, le dimissioni volontarie hanno iniziato a superare le uscite per età: quasi 96.000 dipendenti hanno lasciato l’impiego comunale per scegliere un’altra strada, dentro o fuori la Pa.
Chi se ne va, spesso lo fa perché trova di meglio altrove: retribuzioni più alte, meno stress, più riconoscimento. E chi resta, si trova a gestire gli stessi carichi (o maggiori) con risorse sempre più limitate. Soprattutto nei piccoli Comuni, dove le uscite non vengono sostituite, la macchina amministrativa rischia il blocco.
I numeri diventano ancora più seri se guardiamo agli uffici strategici. Nelle aree tecniche, fondamentali per progettare, costruire, gestire gli appalti e far avanzare il Pnrr, il personale è diminuito del 17,4% dal 2015 al 2023. Mentre aumentavano fondi e responsabilità, i tecnici diminuivano.
Stipendi bassi e formazione al minimo
Il rapporto entra nel dettaglio di una delle motivazioni del calo dei dipendenti: gli stipendi. Chi lavora in Comune infatti guadagna meno rispetto a chi svolge lo stesso ruolo in altri settori pubblici. Gli stipendi sono, per ruolo, pari a:
Funzionari
- Comuni: 36.872 euro;
- agenzie fiscali: 44.124 euro.
Dirigenti
- Comuni: 101.374 euro;
- Regioni: 113.422 euro;
- ministeri: 111.206 euro.
In alcuni casi, la differenza è di migliaia di euro all’anno, pur a fronte di responsabilità uguali o superiori. Per un giovane laureato in cerca di stabilità e prospettive, un contratto comunale è spesso l’ultima opzione. La questione non è solo economica. Solo il 12,9% dei Comuni ha un ufficio dedicato alla formazione del personale. L’82,5% dei Comuni con meno di 1.000 abitanti non ha alcun piano formativo.
Il personale quindi non viene aggiornato, non ha accesso a percorsi strutturati di crescita e spesso deve arrangiarsi in autonomia. La formazione, dove c’è, è esternalizzata: il 53,6% dei corsi è affidato a soggetti privati, mentre solo il 4,2% è organizzato internamente dagli enti. Pochi corsi e poche risorse portano a poca motivazione.
Un sistema in affanno
Il quadro complessivo vede la macchina dei Comuni arrancare. Il personale invecchia (età media di 51 anni), i giovani sono pochi, i carichi crescono, le competenze richieste aumentano ma i mezzi non tengono il passo.
Il Pnrr, occasione storica per rilanciare i territori, rischia così di diventare un boomerang se gli enti non riescono a gestirlo al meglio. Secondo il report mancano progettisti, tecnici, esperti di rendicontazione. E senza queste figure, i bandi si perdono, i fondi si sprecano e, infine, i cantieri non partono.