I dazi colpiscono anche il biglietto verde

Il dollaro sta scendendo drasticamente, avvicinandosi a cancellare i guadagni accumulati da novembre, a causa delle politiche economiche di Trump e delle aspettative di un rallentamento economico. Le politiche tariffarie degli Usa stanno avendo un impatto valutario significativo, con quasi tutte le valute del G-10 che sono in aumento rispetto al dollaro americano.

Apr 3, 2025 - 12:39
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I dazi colpiscono anche il biglietto verde

La guerra commerciale non si combatte solo sul fronte industriale ma anche su quello valutario. Il dollaro continua a scendere, avvicinandosi a cancellare tutti i guadagni accumulati da quando Trump ha vinto le elezioni a inizio novembre.

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Il Bloomberg Dollar Spot index, che misura la forza del biglietto verde rispetto a un paniere delle principali valute mondiali, segna un calo del 4,4% da inizio anno e solo oggi perde l‘1,5%. L'euro estende il suo rialzo, salendo di oltre il 2% e raggiungendo il livello più alto degli ultimi sei mesi. Quasi tutte le valute del G-10 sono in aumento rispetto al dollaro, con la corona svedese e lo yen giapponese che continuano a sovraperformare. Le valute maggiori con le peggiori performance sono invece il siclo israeliano e il renminbi cinese.

L'annuncio di Trump sui dazi, più duro del previsto, ha scatenato una vendita globale di azioni, mentre i rendimenti obbligazionari sono scesi e il dollaro si è indebolito.

“Sul mercato valutario, la reazione negativa del dollaro sembra riflettere il fatto che gli investitori stanno già guardando oltre le tariffe e lo shock inflazionistico, prezzando un aumento del rischio recessivo” affermano gli analisti di Equita.

Il biglietto verde perde terreno anche perché i trader prevedono che la Fed taglierà i tassi di interesse tre volte quest'anno per sostenere l'economia in rallentamento, questo è quanto emerge da Bloomberg analizzando l'andamento dei tassi overnight. “Le prospettive di crescita più deboli degli Stati Uniti non supportano una ripresa ciclica sostenuta del dollaro," ha affermato Elias Haddad di Brown Brothers Harriman.

Il dollaro sta affrontando il suo secondo peggior giorno dal 2023 e ulteriori perdite sono previste se consideriamo le opzioni come un anticipatore. Le cosiddette "risk reversals", un indicatore di mercato di posizionamento e sentiment, mostrano che gli investitori stanno abbandonando rapidamente il dollaro. Nel periodo di un mese, i trader di opzioni sono neutrali sulle prospettive del dollaro per la prima volta da settembre, mentre nel lungo periodo, la domanda per esposizione rialzista è ai minimi degli ultimi quattro anni.

“Il biglietto verde si sta indebolendo proprio mentre gli Stati Uniti alzano le tariffe” puntualizza Gabriel Debach, market analyst di eToro. “Ma è nei dati della Federal Reserve che si leggono i dettagli più significativi: il dollaro ha perso di più nei confronti dei Paesi avanzati e di meno verso i mercati emergenti. Una svalutazione selettiva, che non colpisce tutti allo stesso modo. Il dollaro scivola proprio dove la concorrenza industriale è più diretta. Non si tratta solo di dinamiche di mercato. Il rafforzamento delle valute avanzate (euro, yen, sterlina, franco svizzero) è tutt’altro che neutrale".

Giappone, Unione Europea e Regno Unito sono economie che si trovano oggi a fare i conti non solo con barriere doganali, ma anche con un cambio sfavorevole. Secondo Debach, “In una fase di rallentamento globale e domanda debole, il rafforzamento del cambio rischia di compromettere la competitività. Al contrario, lo yuan cinese si è apprezzato. L’impatto valutario della strategia americana si sta scaricando più sugli alleati che sui competitor”.

Come spiega il manager di eToro, “è una dinamica che ricorda il Plaza Accord del 1985, ma senza accordo. Allora fu una scelta concertata, oggi è una mossa imposta forse. Ma le conseguenze sono le stesse: valute forti, export penalizzato, alleati industriali sotto pressione. La Bce osserva. Vincolata al mandato di stabilità dei prezzi, non può né vuole intervenire sul cambio. Ma un euro più forte, in un contesto di debolezza industriale e tensioni sul commercio globale, rappresenta un ulteriore fattore di svantaggio competitivo. Nel frattempo, l’Asia risponde. Cina, Giappone e Corea del Sud, storicamente divisi, hanno ripreso a parlarsi, uniti da un interesse comune: contenere la pressione americana. Anche l’Europa cerca una linea comune. Il paradosso è che, nel tentativo di frammentare, Trump ha finito per ricompattare. Il cambio è tornato ad essere uno strumento di politica economica. Non dichiarato, ma efficace. Il dollaro si svaluta dove serve. Gli Stati Uniti esportano più facilmente. E i partner tradizionali, Europa in testa, si trovano a pagare il prezzo di una strategia che, a oggi, non è stata né negoziata né bilanciata”.

Debach conclude: “nel 1944 l’America arrivava in Europa per salvarla. Nel 2025, l’America si chiude per salvarsi da un mondo che considera ostile. Il multilateralismo è in pausa. I mercati si riallineano. E la globalizzazione, quella che conoscevamo, ha smesso di essere un paradigma. È diventata un problema da risolvere”.