Forest, il mago da ridere: “Ero il punk di Nicosia poi Jango mi ha folgorato”
Il comico Michele Foresta riparte con la Gialappa’s ma non dimentica la gavetta: “A Londra e Parigi mi esibivo in strada ma non ero capace di chiedere i soldi”

Milano, 31 marzo 2025 – Il richiamo del Forest. L’omonimo Mago è sicuramente il capitano del collaudato equipaggio agli ordini della Gialappa’s. Il loro show riprende oggi (31 marzo) su Tv8. Prima ospite Elodie.
Com’è andata?
“Sul dark web abbiamo trovato una sua foto dove lei firmava delle mutande, senza il proprietario dentro. Poi abbiamo scoperto che, dietro, c’era un mercato nero di mutande bianche”.
Dopo 24 anni lavora ancora con la Gialappa: non si è stancato?
“Faccio il Gialappa’s show perché la tv rimbambisce. Lavorando con loro ho la fortuna di seguirla dal vivo”.
I Gialappi non si sono stufati?
“Sono costretti a lavorare. Marco (Santin, ndr) ha un cane che mangia tre sacchi di croccantini al giorno, Giorgio (Gherarducci, ndr) è un collezionista d’arte: ha appena acquistato la Dama con l’Ermellino di Leonardo, e ha versato solo l’acconto”.
L’ora della pensione è vicina...
“Non posso andare in pensione perché non riesco a entrare nel sito dell’Inps con lo Spid”.
Si avvicina alla terza età (Forest ha 64 anni, ndr). Quali i primi sintomi?
“La perdita di memoria. Hai in mente un personaggio, hai davanti la faccia, chiarissima, ma il nome non viene fuori. Allora mi impongo di non andare a cercare su internet. Ma, dopo due o tre mesi che non mi viene il nome, cedo a Google”.
Ripartiamo dall’inizio, cioè da Nicosia, dove lei è nato e vissuto in gioventù...
“Se ti serviva qualcosa – e oggi è lo stesso – la frase ricorrente era: ‘devi andare a Catania’. Catania, la nostra New York”.
Oggi sembra incredibile, ma ha avuto un periodo punk...
“Lavoravo a Radio Nicosia, leggevo giornali musicali come ‘Ciao 2001’, che aveva le foto dei primi punk. A Nicosia eravamo in due a essere punk, io e un mio amico. Avevo 16 anni. Il mio amico aveva più libertà d’azione perché era orfano, io mi travestivo da punk di nascosto, alle feste. Vestirsi da punk significava alzare il bavero della giacca e riempirsi di finte spille alle orecchie. Ai capelli avevo fatto un taglio punk senza basette, quando mio padre mi ha visto si è arrabbiato e mi ha messo in punizione, potevo fare solo il tragitto casa-scuola. Allora per ribellione mi sono rapato a zero”.
Qual era il suo compito in radio?
“All’inizio mi facevano mettere a posto i dischi. Il mio amico Santino aveva un programma che si chiamava ‘Musica d’oltreoceano’, era innamoratissimo di Elvis Presley, e il giorno in cui è morto ha tappezzato la sua A112 coi manifesti di Elvis e con quelli andava in giro per il paese. Mi ricordo che Elvis è morto verso Ferragosto, nel 1977. Aspetta che controllo la data: ah no, è ancora vivo”.
Come si avvicinò alla magia?
“A Nicosia avevo un amico, Nino Binelli, che aveva una rosticceria. Nel bel mezzo di un pranzo tirava fuori le carte e intratteneva i clienti con giochi fantastici. Io alla radio facevo il mago da ridere e lui mi ha proposto di fare degli spettacoli insieme, negli oratori dei paesi vicini. Andavamo di nascosto dai nostri genitori, avevamo 16 anni. Eravamo dei maghi clandestini”.
Poi è andato a Milano...
“Per il militare. Mi sono iscritto a una scuola di mimo dove, per uno stage, è stato chiamato Jango Edwards. La sua esibizione mi ha stordito, scombussolato, folgorato, con la sua libertà di andare sul palco e dire quello che voleva. È stato il mio imprinting. I primi cabarettisti che ho visto al Ciak sono stati Francesco Salvi, altro folle, e Pongo”.
Ha vissuto anche a Londra...
“Con la scuola di mimo mi ero appassionato alla filosofia del clown, di potersi esibire ovunque senza bisogno di un palcoscenico o di un manager, solo con un naso rosso che è la maschera più piccola del mondo. Mi sono misurato con il teatro di strada, l’ho fatto per diverse estati sia a Londra davanti al Covent Garden, sia a Parigi davanti al Centre Pompidou. A Londra era tutto regolamentato, bisogna iscriversi, avere l’assicurazione, prenotare l’orario di esibizione. Chi prima arrivava si prendeva gli orari migliori, l’uscita degli uffici o l’orario di pranzo. Io arrivavo tardi e mi toccavano sempre i peggiori. Però non sapevo chiedere i soldi, ‘fare cappello’ come si dice, mentre alcuni erano così bravi che li chiedevano in anticipo. Io mi bloccavo e così, quando finivano i miei, di soldi, tornavo in Italia”.
Lei ha fatto cabaret in mille piccoli locali...
“A Milano ho inventato il mio personaggio dell’anti-mago... Una volta dovevo esibirmi vicino a piazza Missori e, prima di entrare, ho avuto una discussione con uno che mi aveva rubato il parcheggio. Inizia lo spettacolo, e me lo ritrovo in prima fila!”
Ha detto che ai tempi di Mediaset, per un certo periodo, non potevate pronunciare il nome ‘Gasparri’. È vero?
“Era il momento della famosa legge che porta il suo nome. Sono accadute anche discussioni pesanti tra i Gialappi e l’ufficio legale di Mediaset. Non era gradito toccare quell’argomento”.
Ha mai fatto scherzi micidiali, o ne è stato vittima?
“Dovevo fare una convention a Torino ed ero preoccupato, perché al comico si adattano spazi non troppo grandi, lì invece ero al palazzetto dello sport. Il regista era Maurizio Pagnussat. C’era un cameraman con la telecamera a spalla che mi girava intorno per riprendermi. Avevo la mia valigetta con gli oggetti del mago appoggiata su un tavolino dietro di me. Viene il momento dei giochi, mi volto, e due bicchieri sono spariti. Come è possibile? Penso di essere rimbambito. Il giorno dopo accade lo stesso. Rimango senza ciò che mi serve davanti al palazzetto gremito di gente! Solo in seguito ho capito: il cameraman che mi girava intorno faceva sparire gli oggetti, su indicazione del regista. Posso dirlo: ancora oggi odio Pagnussat”.