Auto, ecco le case più colpite dai dazi di Trump: da General Motors a Stellantis

Tutti gli effetti dei dazi di Trump sulle case auto.

Mar 28, 2025 - 14:18
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Auto, ecco le case più colpite dai dazi di Trump: da General Motors a Stellantis

Tutti gli effetti dei dazi di Trump sulle case auto

“È l’inizio del giorno della Liberazione in America”. Così Donald Trump ha annunciato l’entrata in vigore dei dazi del 25% sulle auto importate negli Stati Uniti. Il suo obiettivo è che le case automobilistiche possano spostare la produzione di mezzi negli Usa. Il giorno fatidico è il 2 aprile ma l’industria automobilistica mondiale ha già incassato i primi contraccolpi con gravi perdite in borsa.

Le proteste si sono alzate sia dall’Europa, sia dal Canada, sia da altri partner commerciali degli Stati Uniti. Rimane sempre aperta l’ipotesi di una negoziazione tra parti per convincere il presidente Usa a fare retromarcia o a rimandare la misura protezionistica, ma se e quando i dazi entreranno in vigore ci saranno vincitori e vinti.

CONSUMATORI E FORNITORI, CHI CI GUADAGNA E CHI CI PERDE DAI DAZI SULLE AUTO

Secondo Axios, a uscirne bene saranno i rivenditori di ricambi di auto e le concessionarie, perché i consumatori saranno spinti a non comprare più auto ma a riparare i propri veicoli. Chi ne uscirà male, invece, saranno i consumatori che vogliono acquistare nuovi mezzi, visto il probabile aumento dei prezzi. Con loro anche i fornitori e gli esportatori di veicoli statunitensi.

L’impatto sarà ad ogni modo su tutti i nuovi veicoli venduti negli Usa. “Quasi la metà dei veicoli venduti negli Stati Uniti sono assemblati altrove, e non ci sono modelli venduti qui che siano costruiti esclusivamente con parti prodotte negli Usa. Ogni auto ha almeno il 20% di componenti prodotte all’estero, secondo il Dipartimento dei trasporti”, ricorda ancora Axios. Percentuali che fanno capire quanto la decisione di Trump possa avere conseguenze nel profondo sul mondo delle auto.

GLI EFFETTI DEI DAZI SULLA TESLA DI ELON MUSK

Tra le varie case automobilistiche, forse l’unica meno colpita è stata Tesla, l’azienda di veicoli elettrici di Elon Musk, a sua volta consigliere di Trump. L’assemblaggio dei veicoli Tesla, così come gran parte della catena di fornitura, infatti, è localizzata negli Usa, tra California e Texas. Quindi la rende meno dipendente dalle componenti straniere, rispetto a compagnie competitor. Secondo un’analisi della società Bernstein, “grazie all’approvvigionamento quasi totale negli Usa, l’azienda non solo evita difficoltà ma guadagna anche in termini di margine, dato che i concorrenti aumentano i prezzi”. Un’analisi che sottolinea come Tesla sia “il chiaro vincitore dal punto di vista strutturale”. Tanto che in borsa il prezzo delle sue azioni è rimasto pressoché invariato.

Era stato lo stesso Trump ad ammettere che gli effetti dei dazi su Tesla sarebbero stati neutri o addirittura positivi. Musk ha provato a mettere le mani avanti, sottolineando sui social che comunque ci saranno alcune conseguenze negative per la sua azienda: “Per essere chiari, inciderà sul prezzo dei pezzi delle auto Tesla che provengono da altri paesi. L’impatto sui costi non è banale”. Certo che se l’analisi di Bernstein viene sintetizzata con “Tesla vince, Detroit sanguina”, un motivo ci sarà.

IL TONFO DI GENERAL MOTORS

La casa automobilistica forse più in difficoltà è infatti la statunitense General Motors, con sede proprio a Detroit. In borsa ieri ha perso più del 7%. Il problema principale è la sua esposizione su altri mercati, specie quello messicano. Circa il 52% dei veicoli di General Motors venduti negli Usa nei primi nove mesi del 2024 sono stati assemblati in patria, ricorda Cnbc citando un’analisi di Barclays. Ma il resto è importato da altri paesi: circa il 30% dal Messico, appunto, e l’altro 18% da altre parti del mondo, soprattutto dalla Corea del Sud.

Come ricordato sul Sole 24 Ore, S&P Global Ratings ribadisce i danni per General Motors: “Il tema è cruciale per Gm, perché in Messico produce i pick-up venduti negli Usa, vetture ad alto margine. Rimpatriare la produzione è in parte possibile, ma avverrebbe a costi decisamente più alti”.

IL CASO DI FORD

Il mese scorso il Ceo di Ford, Jim Farley, aveva parlato di “molti costi e molto caos” tra le conseguenze delle minacce dei dazi di Trump. Come nel caso di General Motors, anche Ford è una casa automobilistica americana e ha subito perdite in borsa dopo l’annuncio del tycoon (-3,8%). A differenza di GM, però, Ford è posizionata meglio perché circa l’80% delle auto vendute negli Usa sono prodotte negli States. Di conseguenza è meno esposta, anche se sembra voler aspettare che i dazi diventino ufficiali – senza la possibilità di retromarce – prima di iniziare a spostare il resto della produzione negli Stati Uniti.

LA SCELTA DI HYUNDAI E GLI INVESTIMENTI IN USA

Chi invece non ha intenzione di aspettare è Hyundai. L’azienda, infatti, ha annunciato come risposta ai dazi un piano di investimenti da 21 miliardi di dollari negli Usa. In realtà ad annunciarlo è stato un gongolante Trump, che ha accolto con evidente soddisfazione la scelta della compagnia sudcoreana. Di questi 21 miliardi, 5,8 andranno per un nuovo impianto siderurgico in Louisiana che prevede la creazione di quasi1500 posti di lavoro. Altri 9 miliardi di dollari invece sono destinati all’aumento di produzione di macchine, con l’obiettivo di arrivare a 1,2 milioni di veicoli prodotti ogni anno.

LA SITUAZIONE PER STELLANTIS

Diversa la situazione per Stellantis, con i marchi Chrysler, Jeep e Dodge. Il gruppo franco-italiano, infatti, ha perso oltre il 4% in borsa. Stellantis produce negli Usa il 57% delle macchine che poi vende negli States. Una percentuale che la rende più esposta di Ford, quasi ai livelli di GM. Come sottolineato sul Sole 24 Ore, “la preoccupazione prevalente per Stellantis, che comunque ha un footprint industriale importante negli Stati Uniti con 16 stabilimenti, grazie anche all’eredità Jeep, è quella di gestire le produzioni esterne ai confini Usa e di limitare l’impatto potenziale sulla catena di forniture”.

Bisognerà capire anche gli effetti a catena sull’Italia. Repubblica ricorda che Stellantis dal Belpaese “esporta in Usa la 500 elettrica, le Alfa Giulia, Tonale e Stelvio, oltre a Jeep Compass, Renegade e la Hornet della Dodge. Numeri comunque contenuti sui quali l’azienda aspetta di fare le sue valutazioni quando le misure saranno più chiare”. Mentre è ovviamente più critica “la situazione per le fabbriche in Messico e in Canada collegate con gli Stati Uniti”.

Stellantis dovrà tener conto – si legge sul Sole – “degli impegni presi per aumentare la capacità produttiva sul mercato statunitense – 5 miliardi di investimenti annunciati (…) e della produzione fatta dal Gruppo negli stabilimenti in Messico – a Saltillo e Toluca”.

FERRARI AUMENTA I PREZZI

Ferrari, invece, ha già annunciato la prima conseguenza dei dazi. Non si tratta di spostare impianti, visto che la sede e la produzione rimarrà in Italia, a Maranello. Ma la casa automobilistica ha rivisto il suo listino, rendendo noto un aumento dei prezzi fino al 10% negli Stati Uniti.