Prime vittorie di Trump, ecco le multinazionali che si spostano ed assumono negli Usa

Quella che Donald Trump ha in corso con “il resto del mondo” è una prova di forza. Gli Stati Uniti sono ancora così potenti e imprescindibili da costringere gli (ex) alleati e i “nemici” a sottostare ai suoi diktat economici, accettando di pagarne i costi? Oppure i meccanismi messi in moto da Washington finiranno per […] L'articolo Prime vittorie di Trump, ecco le multinazionali che si spostano ed assumono negli Usa proviene da Il Fatto Quotidiano.

Mar 27, 2025 - 10:06
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Prime vittorie di Trump, ecco le multinazionali che si spostano ed assumono negli Usa

Quella che Donald Trump ha in corso con “il resto del mondo” è una prova di forza. Gli Stati Uniti sono ancora così potenti e imprescindibili da costringere gli (ex) alleati e i “nemici” a sottostare ai suoi diktat economici, accettando di pagarne i costi? Oppure i meccanismi messi in moto da Washington finiranno per ritorcersi contro gli Usa, isolandoli ed accelerandone il declino relativo?

Una vera risposta si avrà solo nel medio – lungo termine. Il breve termine è invece il periodo in cui le politiche commerciali muscolari e le minacce fruttano di più, ovvero prima che “le vittime”, abbiano il tempo per riorganizzarsi e lavorare sulle alternative. E, in effetti, qualche primo risultato, almeno in termini di annunci, Trump lo sta portando a casa.

Pochi giorni fa, il conglomerato sudcoreano Hyundai ha, ad esempio, presentato un piano di investimenti negli Usa da 21 miliardi di dollari. Poco meno di 6 miliardi serviranno per un nuovo impianto siderurgico capace di sfornare quasi 3 milioni di tonnellate di acciaio l’anno. Metallo che, prodotto in territorio americano, non sarà sottoposto a dazi e servirà anche per la produzione locale delle automobili del marchio asiatico, che verrà, a sua volta, potenziata. Hyundai prevede che i vari investimenti porteranno alla creazione di 14mila nuovi posti di lavoro. Va da sé che i posti che si creano negli Usa, seppur senza una perfetta equivalenza, non si creano, o addirittura si perdono, altrove.

Secondo quanto riporta l’agenzia Reuters, pure la giapponese Honda ha deciso invece di costruire la nuova serie di Civic ibride nello stato dell’Indiana, anziché in Messico, in modo da aggirare i dazi sul paese centroamericano. Quella di Hyundai sembra una strategia più sensata, visto che prevede di prodursi in loco anche il materiale fondamentale per fabbricare vetture. Case automobilistiche che decidessero di spostare negli Usa soltanto la produzione di veicoli dovrebbero poi importare acciaio sottoposto a dazi oppure utilizzare quello, più caro, realizzato dai produttori statunitensi. Meccanismo che vale comunque per qualsiasi componente o materiale che si appoggi ad una filiera con diramazioni fuori dai confini a stelle e strisce. Ciò rende il tentativo di spingere a rilocalizzare con la minaccia dei dazi, meno semplice di quel che sembra.

Un’altra maxi operazione è quella annunciata dal gigante taiwanese dei semiconduttori Tsmc. Già impegnato a rafforzare la sua presenza negli Usa, il gruppo asiatico ha portato a 100 miliardi il valore del suo investimento, mettendo in agenda la costruzione, da qui al 2023, di 5 siti di fabbricazione di chip e un centro ricerca. Secondo la società, una volta pienamente implementato il piano, si creeranno 40mila nuovi posti di lavoro.

La politica della Casa Bianca incide però anche sulle stesse multinazionali americane che, negli scorsi anni, hanno molto delocalizzato all’estero, dove il costo del lavoro è più basso e i diritti dei lavoratori più deboli. Ora questi gruppi vengono spinti a “tornare a casa”, spaventati con i dazi e allettate da promesse di un trattamento fiscale particolarmente favorevole che compensi il maggior costo del lavoro,

La casa farmaceutica statunitense Pfizer ha fatto sapere di essere disposta a “rimpatriare” produzioni che attualmente si trovano all’estero mentre la concorrente Eli Lilly ha annunciato la creazione di 4 nuovi impianti negli Usa, con una spesa di 27 miliardi nei prossimi 4 anni. Strategia simile, ma più in grande, quella di Johnson & Johnson: 55 miliardi per costruire nuovi siti da qui al 2030.

Infine c’è Apple che la testa l’ha sempre tenuta negli Usa ma quasi tutto il resto l’ha spostato altrove. A cominciare dalla costruzione e l’assemblaggio di iPhones che avviene in Estremo Oriente, Cina inclusa, ed India. Ora Apple ha promesso di investire 500 miliardi negli Usa, innanzitutto per un grande impianto nel Texas. Il piano era già cantiere prima della vittoria di Trump ma è stato rafforzato dopo l’arrivo del nuovo presidente. Ventimila i nuovi posti previsti.

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