Perché non mi fido di Romano Prodi
Considerazioni a margine su Ventotene, Moro e Prodi... La lettera di Max Del Papa

Considerazioni a margine su Ventotene, Moro e Prodi… La lettera di Max Del Papa
Caro direttore,
sarò deviato io, ma in questi giorni di furibonde tirate di capelli per la gloria postuma di Ventotene, a me torna in mente Aldo Moro, la sua prigionia che nessuno voleva davvero scoperchiare; e così faccio un po’ di spolvero sulle memorie dimenticate, provvidenzialmente come ebbe a prevedere Mino Pecorelli poco prima d’essere ammazzato (nessun colpevole accertato dalla magistratura): “Verrà una grande amnistia a tutto lavare, tutto obliare…”.
Già, l’amnistia del ricordo. Andiamo con ordine. A debita distanza dall’uccisione attesa di Moro, con tanto di sepoltura e ipocritissima giubilazione, emergerà la presenza di un ponte radio tra il covo di via Gradoli, abitato da Mario Moretti e Barbara Balzerani, e la Valle del Salto; Moretti è un radiotecnico diplomato all’Istituto Montani di Fermo, e conosce l’alfabeto morse. Proprio in questa località risulta il Lago della Duchessa, luogo impervio annunciato quale tomba di Moro nel falso comunicato n. 7, redatto dal professionista Toni Chichiarelli, legato agli ambienti malavitosi romani e alla Banda della Magliana (finirà ucciso nel 1984 in circostanze avvolte da cupe ambiguità). Comunicato subito definito dallo stesso Moro, nel carcere brigatista, “la macabra prova generale della mia esecuzione”.
Il covo di via Gradoli è gravido di segnali e circostanze inquietanti. Dirimpettaia della coppia brigatista, tanto per cominciare, è Lucia Mokbel, figlia di un diplomatico egiziano legato ai Servizi Segreti: quando Mokbel si presenta in Questura a riferire di insistenti ticchettii che ricordano l’alfabeto Morse, viene energicamente dissuasa dall’insistere. Successive perquisizioni dei due caseggiati di via Gradoli, 96, i cui appartamenti risultano intestati quasi nella totalità a fiduciarie dei Servizi, si arrestano solo davanti al covo brigatista, mai perquisito.
Più di trent’anni dopo il fratello di Lucia, Gennaro Mokbel, balza agli onori della cronaca in quanto coinvolto in uno scandalo sul riciclaggio di fondi neri da parte di due società di telefonia, Fastweb e Telecom Sparkle, che mette insieme faccendieri, mafiosi, industriali e politici e legati ai soliti Servizi. Mokbel risulta imprenditore nel settore cruciali delle telecomunicazioni, mentre Lucia Mokbel finirà con lo sposare un importante costruttore romano, Giancarlo Scarozza, figlio di Maria Antonietta Finocchi; Michele Finocchi è l’alto funzionario del Sisde coinvolto anni prima in un altro scandalo legato a fondi neri maneggiati dal Servizio.
L’allusione a “Gradoli” arriva agli organi investigativi tramite una pista di comodo dal sapore grottesco: in una seduta spiritica, un gruppo di professori, tra i quali Alberto Clò e Romano Prodi, avrebbe fatto girare il piattino, a comporre quel nome. Ne seguirà una farsesca invasione di Gradoli, paesino del Viterbese, mentre su via Gradoli Eleonora Moro riferirà di persistenti depistaggi tesi a negare l’esistenza della strada in questione.
Quindi, il 18 aprile (in coincidenza con il falso comunicato n. 7 attribuito alle BR), l’allagamento plateale del covo di via Gradoli, alle sette di mattina, appena usciti i due tenutari brigatisti, Moretti e Balzerani. Sotto l’occhio delle telecamere il covo viene trovato in un disordine allucinante, come da chi ha provveduto a visitarlo e a metterlo sottosopra. Un avvertimento plateale, una esplicita sollecitazione ad affrettarsi nel chiudere la questione giustiziando l’ostaggio, ormai ingombrante.
Moro verrà effettivamente eliminato il 9 maggio, pochi minuti prima di una annunciata riunione dei vertici DC, decisiva per il riconoscimento politico ai brigatisti. Va registrata la confidenza resa dal solito Cossiga ad Aldo Cazzullo, che la pubblica sul “Corriere della Sera” del 14 novembre 2007: “Secondo Gallinari erano mille i militanti di sinistra a conoscere la prigione di Moro. Nessuno ha parlato, tranne uno, lo studente dell’autonomia bolognese che attraverso Clò e Prodi ci indicò il covo di Moretti”. Gallinari, chiamato in causa, smentirà piccato: “Cossiga ha dei problemi”. Sia come sia, mille possibili militanti informati e nessuno negli apparati dello Stato. Neppure quando lo studente, per interposto tavolino ballerino, parla e due chiarissimi professori riferiscono.
Ecco, caro direttore, come mai a me in questi tempi di risorgimento ventoteniano viene in mente l’affaire Moro; e una domanda insiste: ma da uno che ha tirato in ballo gli spiriti in merito alla prigionia di uno statista, come fate ad aspettarvi la sincerità su qualsiasi altra cosa?
Max Del Papa