Perché lo scandalo della chat di Hegseth non è solo un problema di informazioni. Parla il prof. Alegi (Luiss)

Il segretario alla Difesa di Trump, Pete Hegseth, ha inviato al caporedattore di The Atlantic in una chat su Signal i piani per la guerra in Yemen. Il commento del professor Gregory Alegi, docente di storia americana all'università Luiss

Mar 25, 2025 - 13:02
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Perché lo scandalo della chat di Hegseth non è solo un problema di informazioni. Parla il prof. Alegi (Luiss)

Il segretario alla Difesa di Trump, Pete Hegseth, ha inviato al caporedattore di The Atlantic in una chat su Signal i piani per la guerra in Yemen. Il commento del professor Gregory Alegi, docente di storia americana all’università Luiss

Il segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Pete Hegseth, ha inviato piani operativi di guerra dettagliati in chat al caporedattore di The Atlantic.

Il caporedattore della rivista, Jeffrey Goldberg, ha pubblicato i messaggi in cui Hegseth, il vicepresidente Vance e altri funzionari discutevano in una chat sulla piattaforma Signal i piani per bombardare gli Houthi nello Yemen all’inizio di marzo.

Il servizio di Goldberg non include i dettagli di questi piani operativi, ma include screenshot di messaggi di testo. Ieri il Consiglio per la sicurezza nazionale della Casa Bianca ha confermato che il messaggio di gruppo, rivelato per errore al caporedattore di The Atlantic, “sembra essere autentico”, come riporta Axios.

“Lo scandalo della chat tra il vicepresidente Vance, il ministro della difesa Hegseth, la responsabile dell’Intelligence e altri non è soltanto un problema di informazioni che potevano finire in mano ai soggetti sbagliati”, spiega a Startmag  il professor Gregory Alegi, giornalista, docente di storia americana ed esperto di cose aeronautich: “È la conferma – aggiunge Alegi – del preoccupante livello di dilettantismo nel quale opera l’amministrazione Trump. Un problema che era emerso fin dalla fase di selezione per questi incarichi e che adesso diventa drammatico nelle sue conseguenze”.

Tutti i dettagli.

I PIANI DI GUERRA CONDIVISI IN CHAT DAL SEGRETARIO ALLA DIFESA HEGSETH AL CAPOREDATTORE DELLA RIVISTA THE ATLANTIC

Sempre ieri il segretario alla Difesa ha negato che i piani dettagliati dei recenti attacchi Usa contro le milizie yemenite Houthi siano stati pubblicati anticipatamente sulla chat dell’applicazione di messaggistica Signal in cui è stato inserito per errore anche il caporedattore della rivista The Atlantic. “Nessuno ha inviato piani di guerra via messaggio”, ha commentato ieri Hegseth, negando quanto sostenuto dal giornalista, che ieri ha pubblicato parte dei contenuti della chat che includeva Hegseth, il consigliere per la Sicurezza nazionale della Casa Bianca Mike Waltz e da altri funzionari dell’amministrazione Trump.

Intanto, il Consiglio per la sicurezza nazionale ha dichiarato che sta esaminando “come sia stato un numero involontario” alla chat di gruppo.

LA POSIZIONE DELLA CASA BIANCA

Al momento la Casa Bianca non ha affrontato il motivo per cui i massimi funzionari della sicurezza nazionale del governo degli Stati Uniti comunicherebbero informazioni potenzialmente riservate su un’app come Signal.

“Come ha detto il presidente Trump, gli attacchi contro gli Houthi sono stati molto efficaci. Il presidente Trump continua ad avere la massima fiducia nel suo team per la sicurezza nazionale, incluso il consigliere per la Sicurezza nazionale Mike Waltz”, ha fatto sapere la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ieri.

IL COMMENTO DELL’ESPERTO ALEGI

“È da notare il professionismo del giornalista – osserva il professore Alegi – che resta incerto a lungo temendo che sia un agguato, come certi scherzi telefonici nei quali sono caduti anche importanti politici che credevano di parlare con colleghi e invece erano stati ingannati. Quindi la saldezza di nervi nel restare dentro alla chat nella quale era stato erroneamente inserito fino all’ultimo, e poi la gestione ineccepibile di non pubblicare le informazioni e di segnalare quanto accaduto agli organi di sicurezza competenti”. “In questo modo il giornalista ha saputo sia preservare la propria indipendenza, sia dare comunque garanzie alla sicurezza nazionale, tutto il contrario di quanto accade in Italia, quando si lamenta il divieto di pubblicare intercettazioni letteralmente”, aggiunge Alegi.

IL PARALLELO CON IL CASO CLINTON

“L’ultima considerazione riguarda la sensazione di invulnerabilità o meglio di voler fuggire alle proprie responsabilità, la normativa americana impone che le conversazioni ufficiali avvengano su canali ufficiali in modo che vengano conservate a futura memoria perché, trascorsi i tempi previsti gli storici possano esaminarle”, prosegue Alegi ricordando che “per questo motivo i repubblicani a suo tempo attaccarono Hillary Clinton per l’uso di un server della posta privata sul quale scrivere fuori dai canali del Dipartimento di Stato”.

LE RIPERCUSSIONI IN EUROPA

“Il vicepresidente Vance nella chat esprime il proprio disprezzo per l’Europa e gli europei, un disprezzo sicuramente sincero visto che espresso in privato fra amici. La considerazione che bisogna fare qui in Europa – spiega il docente della Luiss in storia americana – è però quella che di fronte a una tale violazione della riservatezza, della segretezza, che ricordiamoci si basa sulla possibilità di un danno e sulla gravità del danno che verrebbe causata dal rilascio delle informazioni segrete, come si sarebbero comportati gli Stati Uniti se fossero stati degli europei o comunque dei non americani a far circolare liberamente informazioni militari così precise, così dettagliate, compresi orari, luoghi e tipologie degli attacchi”.

“È proprio questo eccezionalismo americano per cui le regole non si applicano agli Stati Uniti, ma vanno usate contro gli altri, ciò che crea gravi problemi non ai nemici degli Stati Uniti, ma agli amici che temono l’applicazione di due pesi e due misure”, rimarca Alegi.

I TIMORI SOLLEVATI DALLA VICENDA

Infine, conclude il professore, “la chat privata del governo Trump è, probabilmente, solo una delle tante nelle quali si svolgono gli scambi su contenuti politicamente delicati e che gli storici non avranno mai modo di consultare, anche perché era stata impostata la cancellazione automatica dei messaggi dopo pochi giorni. Questo senso di non volersi sottoporre al giudizio e alla verifica e quindi alla responsabilità è un altro tratto tipico dei governi autoritari o comunque non democratici che temono la legge, temono i magistrati e temono comunque il giudizio a loro esterno. Questa è una delle tante preoccupazioni che emergono subito già alla prima lettura”.