Operaio ex Ilva malato di tumore curato con fermenti lattici. L’odissea tra gli ospedali, poi la beffa: lo chiamano per l’intervento ma è già morto

La Asl tarantina ha aperto un'inchiesta interna. Il caso dell'operaio malato di tumore al duodeno. La cura a base di fermenti lattici del medico di base che non lo avrebbe neanche visitato L'articolo Operaio ex Ilva malato di tumore curato con fermenti lattici. L’odissea tra gli ospedali, poi la beffa: lo chiamano per l’intervento ma è già morto proviene da Open.

Apr 4, 2025 - 22:49
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Operaio ex Ilva malato di tumore curato con fermenti lattici. L’odissea tra gli ospedali, poi la beffa: lo chiamano per l’intervento ma è già morto

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Un errore medico, liste d’attesa con tempi infiniti e una sanità evidentemente incapace di rispondere alle urgenze. Questa è la drammatica esperienza di Cristina, una donna di Taranto che ha perso il marito, Antonio, a causa di un tumore diagnosticato troppo tardi. Tutto ha avuto inizio nel 2023, quando – ricostruisce Today – Antonio, operaio dell’ex Ilva, ha iniziato ad accusare forti dolori allo stomaco. Il medico di base, senza nemmeno visitarlo, gli ha prescritto semplici fermenti lattici. Sei mesi più tardi, una diagnosi impietosa: un tumore aggressivo al duodeno. Il ritardo nell’individuazione della malattia si è rivelato fatale. «Se fosse stato visitato subito, sarebbe bastata una palpazione per capire che qualcosa non andava», denuncia Cristina.

Visite private e mancate risposte

Dopo mesi di sofferenza, nel marzo del 2023, Antonio si sottopone a un’ecografia addominale. L’esito è preoccupante: serve una Tac con contrasto. La famiglia, spinta dall’urgenza, decide di effettuare l’esame in regime di intramoenia, pagando di tasca propria. Il risultato evidenzia una grave anomalia, ma la struttura non fornisce indicazioni precise, limitandosi a consigliare una visita ematologica a Taranto. C«i hanno lasciati soli, senza una guida, senza un indirizzo chiaro su cosa fare», racconta Cristina. La stessa sera, si rivolgono a un ematologo privato, che riceve Antonio in casa e chiarisce subito la gravità della situazione: senza una biopsia, non si può avere una diagnosi certa. Ma la burocrazia e i tempi della sanità pubblica si frappongono tra Antonio e le cure necessarie. Un radiologo, consultato privatamente, esamina la Tac e ammette di non poter intervenire, suggerendo la necessità di un chirurgo.

La diagnosi tardiva

Dopo aver perso mesi a causa di una diagnosi tardiva, trovano finalmente uno specialista a Taranto disposto a ricoverarlo. Antonio viene operato e, dopo due mesi di attesa, riceve la terribile diagnosi: linfoma non Hodgkin a cellule T, un tumore raro e aggressivo, legato all’inquinamento ambientale. Ex lavoratore dell’Ilva, scopre che altri pazienti con lo stesso tumore sono stati ricoverati dopo di lui. Inizia la chemioterapia, ma dopo un anno di cure estenuanti, il suo corpo non resiste più.

L’ultima beffa: la chiamata per l’intervento, ma Antonio non c’è più

A rendere ancora più dolorosa questa vicenda è la telefonata ricevuta da Cristina pochi giorni fa. «Mi hanno chiamata dall’ospedale per informarmi che l’intervento per mio marito era programmato. Ma lui era morto da un anno». L’operatore, ignaro della tragedia, le ha chiesto se il problema fosse stato risolto. «Sì, certo, mio marito è morto nel 2024», ha risposto amaramente Cristina. «Come si fa a curare un tumore con i fermenti lattici? Come si fa ad attendere due anni per un intervento salvavita?», conclude.

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