Meloni getta acqua sul fuoco: "Scelta errata, non una catastrofe"
La premier annulla tutti gli impegni e convoca una task-force a Palazzo Chigi. La via del dialogo con Usa e Ue

Nervi saldi. Alle otto di sera, quando Giorgia Meloni decide di commentare al Tg1 la guerra dichiarata da Donald Trump, la prima preoccupazione è bloccare l’ondata di panico che ha terremotato la Borsa: "La scelta degli Stati Uniti è sbagliata, ma non è una catastrofe. Bisogna frenare l’allarmismo che sento in queste ore. Il mercato degli Usa è importante per le esportazioni italiane, ma vale il 10% e non smetteremo di esportare". In realtà, qualcosa di molto simile allo sgomento si era diffuso in mattinata anche a Palazzo Chigi. Il colpo era atteso ma non così pesante e con un riflesso tanto devastante sui mercati. Di fronte a un quadro da allarme rosso, la premier cancella tutti gli impegni in agenda: era attesa in Calabria, a Limbadi, ma rimane a Roma per concentrarsi sulla strategia per far fronte ai dazi americani.
Convoca a Palazzo Chigi i vicepremier Tajani (collegato da Bruxelles) e Salvini assieme ai ministri Giorgetti (Economia), Urso (Imprese), Foti (Affari europei), Lollobrigida (Agricoltura) per un vertice che si trasformerà in una task force incaricata di monitorare la situazione. Il piano messo a punto è di arrivare a un accordo con gli Stati Uniti magari per dimezzare al 10% i dazi, in una cornice europea. Pressando Bruxelles per un cambio di passo. Cercando nel frattempo un modo per tutelare i settori produttivi più colpiti, con cui ci sarà un confronto la prossima settimana.
Tutti concordano sulla necessità di evitare una escalation. Lo conferma la premier nell’intervista serale: "Condivideremo le nostre proposte con i partner europei. È possibile che ci siano scelte diverse, ad esempio io non sono convinta che la scelta migliore sia quella di rispondere a dazi con altri dazi. Il nostro obiettivo è arrivare a rimuoverli, non a moltiplicarli". Quasi tutti gli alleati convengono anche sull’obbligo di procedere all’unisono con la Commissione Ue provando a incidere, ma senza rotture. Di parere diverso è la Lega; Salvini ne parla con Giorgetti, poi riunisce il suo staff economico e il verdetto è drastico: della Commissione non ci si può fidare, bisogna intavolare trattative bilaterali, Paese per Paese e poi è proprio quello che chiede Trump.
L’occasione si presenterà presto, quando il vicepresidente americano J.D. Vance dal 18 al 20 aprile sarà a Roma. Quella strada Meloni e Tajani sanno di non poterla seguire. "In materia commerciale la competenza esclusiva è dell’Ue", sottolinea il ministro degli Esteri. Qualcosina sottobanco ci può scappare ma nulla di più. In parte però la premier concorda con il Carroccio, ovvero sulla necessità di aprire una trattativa anche con Bruxelles per "rimuovere i dazi che si è imposta: ad esempio le regole sull’automotive del Green Deal, l’energia, la semplificazione". Possiamo fare molto cose, insiste Meloni: "Magari anche una necessaria revisione del Patto di Stabilità". Insomma, due trattative al prezzo di una: con gli americani, per convincerli a ripensare e rivedere almeno il conto sbagliato dei dazi europei. E con gli europei per intervenire sulle regole ma anche per condizionare la risposta a Trump. Ecco perché Tajani di buon mattino è volato a Bruxelles per incontrare il commissario Ue al Commercio, Maros Sefcovic, al quale ha consegnato una lista di "una trentina" di prodotti italiani da tutelare. Vino, motocicli, gioielleria, ma soprattutto agricoltura, tessile e piccola manifattura "come ad esempio il distretto delle piastrelle di Sassuolo", ha sottolineato Tajani.
Entro il mese, probabilmente in un Consiglio europeo straordinario che l’Italia dovrebbe chiedere, Meloni insisterà per evitare una rappresaglia. Piuttosto – il ragionamento – è meglio concentrarsi su settori come i Big Tech, sui quali si può danneggiare la controparte senza farsi male. Non con i dazi ma con altri strumenti bellici come tasse o leggi. Oltre a introdurre il principio "Buy European", compra europeo.