Essere ottimisti, il dovere di chi fa impresa

Se c’è un gesto ottimista, è sottoscrivere una polizza. Sembra un controsenso ma è così. I Paesi nei quali si rileva la maggiore penetrazione di polizze facoltative (quelle obbligatorie per legge non contano) sono anche i Paesi economicamente più dinamici: segnatamente Francia, Germania, Regno Unito e Spagna – in quest’ordine – che hanno un’incidenza di […] L'articolo Essere ottimisti, il dovere di chi fa impresa proviene da Economy Magazine.

Apr 4, 2025 - 08:35
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Essere ottimisti, il dovere di chi fa impresa

Se c’è un gesto ottimista, è sottoscrivere una polizza. Sembra un controsenso ma è così. I Paesi nei quali si rileva la maggiore penetrazione di polizze facoltative (quelle obbligatorie per legge non contano) sono anche i Paesi economicamente più dinamici: segnatamente Francia, Germania, Regno Unito e Spagna – in quest’ordine – che hanno un’incidenza di spesa assicurativa facoltativa procapite rispetto al Pil tra il 2,7 e il 4,5%. L’Italia è ferma al 2%. E ricordiamoci che dal 2000 al 2019, mentre l’Italia cresceva solo del 4,4% in termini reali, la Francia segnava un +28%, la Germania un +27, la Spagna un +37 e la Gran Bretagna un +38%. Poi, per fortuna, negli ultimi 4 anni si è invertita la tendenza, e l’Italia è uscita dalla pandemia meglio degli altri: ma, appunto perché ha saputo gestire meglio un “cigno nero” devastante, cioè un rischio.

Sottoscrivere una polizza è un gesto ottimistico e razionale. È come dire a se stessi: so che potrà capitarmi un guaio, ma pongo fin d’ora le premesse per minimizzare i danni e reagire.

In questo senso, la sfida delle polizze anti-catastrofali alla quale Economy dedica la coverstory di questo numero è una cartina di tornasole, un termometro per capire se tra noi la lezione del Covid ha lasciato buoni frutti oppure no. “Shit happens”, le disgrazie capitano. Ma bisogna essere pronti a fronteggiarle. È un dovere preciso per chi fa impresa. È il dovere di essere ottimisti.

Ma di fronte all’enorme cumulo di stress che i nostri tempi ci stanno mettendo sulle spalle, con tutti i cambiamenti che ci impongono, è spontanea una domanda: si può essere ottimisti, in questo contesto, senza essere fessi? A ben pensarci la risposta è: sì. Abbiamo nella realtà attorno a noi tanti elementi che ci confortano, a volerli vedere. Soprattutto se ci poniamo in grado di guardarli con occhi limpidi e oltre gli steccati dei pregiudizi di sempre.

Guardiamo per esempio al piano anti-dazi del governo italiano: cosa possono fare le 200mila imprese italiane che esportano (e che ci danno da vivere!) se davvero Trump imporrà dazi alle importazioni americane dall’Europa? Si scoprono sorprese. Esportiamo in Svizzera il doppio (30 miliardi) che in Cina; in tutta l’Africa i due terzi che in Cina; in Canada appena 6 miliardi. Come dire: ci sono ampi spazi di crescita!

Poi. È vero, la nostra bolletta energetica è disastrosa, colpa dell’autolesionistica uscita dal nucleare. Ma intanto adesso nel nucleare si è deciso di rientrare; e poi sulle rinnovabili siamo avanti a molti altri Paesi, a cominciare dalla Francia. Le banche italiane sono tirchie, ma almeno sane e solide. C’è un grave mismatch tra domanda di lavoro e offerta, e spesso competenze inadeguate tra i giovani: però nonostante tutto la disoccupazione si è molto ridotta. L’industria ha segnato il passo per due anni: ma sta ripartendo.  Il turismo tira, come non mai. E se i salari reali sono bassi, dal ’91 al 2022 sono aumentati di appena l’1%, i consumi sono cresciuti del 13% circa. Il risparmio è calato, ma meno che in molti altri Paesi europei. E denaro contante ne circola tanto. Merito, tra virgolette, dell’economia sommersa? Forse, e non c’è da compiacersene: però la nave va.

La situazione italiana per molti versi sfugge alle “metriche” ufficiali del sistema internazionale. Di nuovo, non ci sarà da compiacersene, ma la “resilienza” italiana genera frutti sorprendenti. Anche sul fronte tecnologico, dove la galassia dell’intelligenza artificiale e dei “large language model” inizia ad annoverare molti italiani tra i protagonisti europei.

È chiaro che non possiamo fare affidamento più di tanto sulla politica: in generale, per lo stato di prostrazione in cui la Rete ha ridotto le dinamiche del consenso elettorale; e in specie per l’individualismo sfrenato che mina il nostro sistema istituzionale dall’interno. Ma la vera novità è che i principali Paesi concorrenti – Francia e Germania in primis – sono in situazioni anche peggiori. E la nostra competitività può trarne vantaggio. Razionalmente ottimisti si può esserlo, insomma. Quello non si può fare è dormire sugli allori: sono allori secchi. E il futuro si costruisce solo rimboccandosi le maniche e lavorando oggi come se non ci fosse un domani.

Il corsivo
Perché la cultura woke ha contribuito a far vincere Trump

Un uomo di trent’anni, in Gran Bretagna, viene a sapere conversando tra amici dell’esistenza del “papilloma virus” e dei problemi – raramente mortali, per fortuna, ma fastidiosissimi – che possono derivare da quest’infezione, più frequente in chi ha una vita sessuale relativamente promiscua. Apprende anche che un fattore predisponente al contagio è l’immunodepressione: e sa di essere immunodepresso per i farmaci che assume contro una malattia autoimmune. Va al centro pubblico di assistenza sanitaria, s’informa, e senza tanti complimenti gli spiegano: “Abbiamo scarsità di vaccino, sei lei è omosessuale, cioè fa parte della categoria a rischio, può ottenere la somministrazione nel giro di una settimana, altrimenti dovrà attendere mesi”. Lui, sconcertato, replica sottolineando quanto ha già detto, di essere cioè a rischio in quanto immunodepresso dai farmaci salvavita. Ma l’altro ribadisce: “L’unica categoria con prelazione è quella degli omosessuali; se proprio ci tiene a vaccinarsi, quando sul questionario trova la domanda sul genere, barri la casella in cui afferma di non volersi definire né maschio né femmina”.

Per questo, anche per questo, ha vinto Trump. È sacrosanto che chi è omosessuale abbia una prelazione profilattica per determinate malattie ricorrenti in questo gruppo sociale. Ma non a discapito di altri gruppi, altrettanto a rischio. Ovvio, no? E chi invece ha concepito una simile discriminazione è cretino. Perché commette un’ingiustizia pensando di trarne vantaggio in termini di consenso. Mentre le assurdità non pagano: almeno, non alla lunga. Le minoranze vanno incluse, mai discriminate, ma non considerate maggioranze.

La cultura woke che ha imposto simili distopie è un autogol per i valori della democrazia, della civiltà e della solidarietà. E ha indotto reazioni sociali uguali e contrarie, dagli effetti altrettanto iniqui e nocivi. Tra i quali i successi elettorali dei bulli. Chi, tra i progressisti occidentali, continua a non capirlo è cretino. Ed essendolo, ha buone chanche in politica… (s.l.)

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