Cosa non funziona del Libro Bianco della difesa Ue. Parla Gaiani
Libro Bianco della difesa Ue: obiettivi, sfide, problemi, incognite e scenari. Conversazione di Startmag con Gianandrea Gaiani, direttore di Analisi Difesa

Libro Bianco della difesa Ue: obiettivi, sfide, problemi, incognite e scenari. Conversazione di Startmag con Gianandrea Gaiani, direttore di Analisi Difesa
Quali sono i principali ostacoli politici ed economici all’attuazione del Libro Bianco sulla Difesa europea e il Piano ReArm Europe/Readiness 2030?
Gli ostacoli sono diversi, tanto che questo Libro Bianco contiene 21 pagine. Io lo chiamerei piuttosto un libricino bianco dove c’è un’impostazione soprattutto ideologica che è quella tipica dei Baltici, tipica di Kaya Kallas, tipica di una parte di Europa che guarda alla Russia come futuro nemico. Intanto un libro bianco deve essere una cosa un po’ più corposa e ci vuole del tempo a farlo, non si fa in una settimana, deve immaginare quali sono i scenari futuri. Sì, qui c’è qualche riferimento al Medio Oriente, pochissimo al Mediterraneo, c’è qualche riferimento all’Artico, ma mi sembra un parto totalmente baltico, quindi rivolto a un nemico, la Russia, che probabilmente nei prossimi anni non sarà più nemico una volta finita questa guerra – e non c’è bisogno di essere putiniani perché Mark Rutte, che di certo non è un putiniano, lo ha detto incontrando Trump a Washington.
L’ostacolo principale è che questo libro bianco della difesa è un libricino, non è un documento di indirizzo, quindi non è corretto chiamarlo libro bianco. È troppo orientato ideologicamente e politicamente verso la guerra di oggi, verso lo scenario di ieri, quindi sulla guerra in Ucraina che comunque probabilmente si esaurirà e quando si esaurirà questa guerra gli stessi Stati Uniti saranno i primi a recuperare un rapporto con la Russia. Quindi un libro bianco dovrebbe guardare agli scenari futuri, credo. Ed è impostato da Kaja Kallas per quella che è la sua impostazione, la politica baltica e anche la politica dell’Unione europea. L’Unione Europea sta battendosi fino all’ultimo per evitare che questa guerra finisca. L’Unione Europea è l’unica tra gli attori in campo che non è in grado di combattere la guerra. Tantomeno una guerra come quella in Ucraina. Io trovo che ci siano tanti paradossi, questi sono più evidenti.
Il Libro Bianco della difesa europea rappresenta un passo concreto verso una maggiore autonomia strategica europea?
Allora, dovrebbe farlo, però attenzione perché qui ci vorrebbe maggiore approfondimento della questione, perché oggi che si sta diffondendo in Europa una certa diffidenza verso gli Stati Uniti di Trump almeno. Da quello che è emerso dallo scandalo della chat pubblicata da The Atlantic pare che sia il segretario alla Difesa Usa Hegseth sia il vicepresidente Vance abbiano espresso giudizi poco lusinghieri verso l’Europa. Quindi l’Europa dovrebbe ritagliarsi un’immaginazione strategica rispetto agli Stati Uniti.
Perché?
All’epoca della presidenza Biden, abbiamo seguito gli Usa nell’avventura bellica in Ucraina e pochi mesi dopo che abbiamo rinunciato al gas russo, l’America di Biden ha fatto quella splendida legge per la riduzione dell’inflazione che faceva ponti d’oro alle industrie europee che si trasferivano con gli stabilimenti negli Stati Uniti, venite da noi che l’energia costa 6 volte meno. Anche in questo caso il limite lo vedo ideologico. Nel vedere l’America di Trump nemica, mentre quella di Biden era amica.
Io queste cose le dico perché 15 anni fa avevo fatto una battaglia giornalistica molto critica verso l’adozione dell’F-35, che è solo il più importante degli acquisti di armamenti americani in Italia e in Europa, sostenendo che se gli F-35B – quelli per la Marina che possono andare sulla portiera Cavour – erano un acquisto indispensabile perché non c’erano altri aerei con capacità come quelli di atterraggio verticale e decollo corto. Beh, gli altri servivano soltanto a porre noi europei nella sudditanza tecnologica e anche contrattuale e anche economica nei confronti degli Stati Uniti, mortificando le nostre industrie, quelle europee. Allora mi davano del talebano, perché comprare americano era un must, ma già allora gli americani non facevano gli interessi degli europei.
E oggi?
Ora con la guerra in Ucraina, l’Europa ha aumentato l’acquisto di armi americane di oltre il 30%, arriva Trump e l’Ue scopre che gli americani non solo non ci sono amici, ma ci sono nemici. Quindi con il Libro bianco dobbiamo comprare solo europeo. Addirittura quando si parla del programma da 800 miliardi di euro fra debiti e quote di spesa non contabilizzate, si dice addirittura che questi soldi dovranno essere utilizzati per sviluppare programmi che siano solo tra paesi Ue, quindi senza coinvolgere britannici e americani. Però attenzione, fino a un mese fa la gran parte dei paesi Ue ha ordinato e sta comprando americano. Mi sembra anche in questo caso una valutazione puramente politica, distaccata dalla verità.
Senza dimenticare che tanti paesi europei hanno programmi che vanno al di là di quanto enunciato dal Libro bianco. Per esempio l’Italia sta puntando molto sul Gcap, il programma per il sistema di combattimento aereo di sesta generazione con Regno Unito e Giappone. Londra e Tokyo non fanno parte dell’Europa, quindi cosa dovrebbe fare l’Italia? Nel recente passato anche la Germania ha rinunciato a collaborazioni europee, per comprare Patriot americani e non solo.
Che ne sarà allora del piano da 800 miliardi lanciato da Von der Leyen?
In realtà tutto il programma degli 800 miliardi mi pare un piano finanziario che sovverte quello che è l’ordine normale dei piani di acquisizione. Non si arriva con 800 miliardi con il diktat di non spenderli in America. Ci sono diverse aeronautiche di paesi europei, inclusa la Svizzera neutrale, inclusa la Finlandia che hanno comprato gli F-35, compresa l’Italia. Cosa facciamo? Li buttiamo via? Annulliamo i contratti? Io vedo molto a schizofrenia in tutto questo, non una ragionata pianificata impostazione strategica che per sua natura deve svilupparsi negli arco di diversi anni.
Quanto è realistico pensare a una difesa comune europea, considerando le diverse visioni strategiche degli Stati membri?
Allora parlare come fa qualcuno di esercito europeo, o meglio di forze armate europee, è una sciocchezza. Lo capisce chiunque e lo dicono tutti, l’ha detto anche di recente nell’intervista al Messaggero l’Ammiraglio Cavo Dragone, presidente del Comitato militare Nato. È irrealistico. Perché non siamo una federazione di stati, cioè il Maryland e Texas sono federati e guardano a Washington come la loro capitale, l’Italia e la Francia non sono federate e non guardano a Bruxelles come la loro capitale. Quindi gli interessi delle nazioni hanno una loro sovranità, soprattutto nel settore difesa. Io credo che tutti questi libri bianchi e programma di Readiness scavalcano le competenze della Ue.
In che modo?
Io sono molto preoccupato che l’Unione europea continui a utilizzare emergenze finte o costruite, molto costruita quella del rischio di invasione russa a mio parere, per andare oltre i suoi limiti e cercare di imporsi sugli stati membri. Perché non è corretto. Io credo che ci sia un tentativo della nomenclatura europea, di imporsi sulla sovranità dei singoli stati. E questo mi pare una minaccia alla nostra libertà, ai nostri diritti e alla democrazia. Io non vedo una Europa che possa mettere insieme delle forze armate congiunte, perché non è una federazione di stati.
Cosa può fare dunque l’Europa?
Quindi quello che ragionevolmente l’Europa può fare e lo ha fatto anche finora, l’ha fatto anche bene, è mettere insieme dei programmi, decidere di acquistare insieme o sviluppare insieme dei prodotti militari, penso all’Eurofighter Typhoon. I Typhoon li possiamo ancora comprare anche se sono prodotti anche dall’Inghilterra? Nel consorzio Eurofighter c’è anche la Gran Bretagna infatti. Oppure l’Europa ci dice no, dovremmo comprare solo i Rafale francesi? Abbiamo queste cose ma le abbiamo fatte bene. Mbda è il terzo gruppo missilistico mondiale e coinvolge tanti paesi europei, non solo Italia, Francia e Gran Bretagna, ma coinvolge anche la Germania. Il consorzio ha sviluppato prodotti acquistati da tanti paesi europei.
Quindi noi possiamo pensare di sviluppare insieme un procurement più possibile congiunto, mettendo insieme le diverse esigenti per economizzare denaro e produrre anche più velocemente prodotti di qualità europei. Nei campi in cui riusciamo ad essere sufficientemente autonomi, ma non possiamo aspirare in questo momento a nient’altro. Anche perché, parliamoci chiaramente, la geografia dell’Europa è variegata. Per l’Italia lo scenario preoccupante, più serio di mobilitazione è il Mediterraneo. Ai baltici, ai polacchi, ai svedesi, ai finlandesi interessa solo il fianco orientale. Abbiamo interessi diversi. E anche tra vicini abbiamo spesso interessi contrapposti. La Francia nel Mediterraneo è un nostro alleato o un nostro rivale? E allora è chiaro che – avendo interessi e politiche estere diverse e rivalità interne all’Europa – ognuno avrà il suo strumento militare, poi che questo bisogna ammodernarlo, renderlo più efficiente e su questo non c’è alcun dubbio. Però non credo che l’obiettivo dovrebbe esssere quello di prepararci all’invasione europea da parte della Russia.
Secondo Mario Draghi “occorre definire una catena di comando di livello superiore che coordini eserciti eterogenei per lingua, metodi, armamenti e che sia in grado di distaccarsi dalle priorità nazionali operando come sistema della difesa continentale”. È d’accordo?
Io con Mario Draghi non sono quasi mai d’accordo. Se quando parla di questioni finanziarie non c’è dubbio che ha autorevolezza. Sulle questioni militari e di politica estera mi pare che non abbia mai dimostrato una grande preparazione, ma del resto ognuno deve fare il suo mestiere. Qui stiamo parlando di uno strumento militare che non dovrebbe essere più più dipendente dallo Stato che lo mette in campo. E alle dipendenze di chi allora? Di una nomenclatura europea che nessuno ha mai eletto? Di von der Leyen, di Mario Draghi?
Coloro che hanno distrutto l’Europa portandoci al disastro economico e militare – perché l’Europa era molto più forte nel 2021 che oggi – raccontandoci che le nostre sanzioni avrebbero distrutto la macchina bellica e l’economia russa. Mario Draghi disse queste cose da Presidente del Consiglio. Quelli che ci raccontavano che i russi avevano finito le munizioni e rubavano le schede elettroniche dalle lavatrici delle case dei cittadini ucraini nell’Ucraina occupata. E questa era von der Leyen. Dopo il disastro che hanno provocato, portandoci deindustrializzazione, recessione, crisi energetica, sono gli stessi che oggi ci vogliono portare le ricette per uscire dal disastro che loro hanno provocato. Gli errori che hanno fatto dovrebbero indurli quantomeno a tacere oggi, non a presentarsi come salvatori di un’Europa che hanno demolito. E se l’obiettivo era di demolire le patrie per costruire un organismo europeo che debba assorbire addirittura le forze armate nazionali, questo rappresenta la vera minaccia alle nazioni e ai popoli europei.
Con il piano europeo che di fatto demanda ai singoli Stati soprattutto le spese per gli investimenti sul settore, e con il maxi piano della Germania, non c’è il rischio che alla fine solo la Germania possa davvero puntare sulla difesa visti le differenti situazioni dei conti pubblici degli altri Paesi europei?
Questa è la preoccupazione che hanno molti in Europa. Fino a ieri la Germania era l’unica a non fare debito e bacchettava tutti quelli che facevano debito. Ricordo anche situazioni drammatiche, non solo pesanti come è stato per l’Italia, per i paesi considerati “spreconi”, ma per la Grecia ci fu una situazione sociale devastante per il rispetto di regole che oggi la Germania annulla.
In questo momento c’è un segnale per tutta l’Europa che la Germania cambia le regole e fa e disfa le regole come ha fatto sempre a suo vantaggio e a sua misura. È chiaro che la Germania oggi ha bisogno di forti investimenti pubblici, con un debito che pagheremo tutti noi europei, per contrastare recessione, deindustrializzazione e la grave crisi energetica. Allora, la mia domanda è anche un’altra.
Prego.
Siamo di fronte a un programma finanziario più che militare. È corretto pensare di attuare un riarmo militare oggi, in queste condizioni, quando in Europa smettiamo di produrre acciaio perché costa troppo? Quando tutti i prodotti militari dal 2022 in poi sono cresciuti raddoppiando o addirittura triplicando il loro prezzo, quando tutte le materie prime necessarie per produrre materiale militare – io penso anche agli esplosivi che non si trovano sul mercato – tutti questi materiali sono cresciuti fra l’80 e il 120% in questi tre anni.
Cosa suggerisce allora?
In questo momento, forse avrebbe molto più senso sostenere la fine dell’ostilità in Ucraina, il ripristino con una nuova Yalta. Dopo la telefonata tra Trump e Putin il New York Times ha parlato di una nuova Yalta. Dovremmo forse sostenere la fine dell’ostilità, la definizione in una conferenza internazionale per la definizione di una nuova architettura di sicurezza all’est Europa che metta tranquilli i russi, metta tranquilli gli ucraini che riceveranno la loro ricostruzione e che allenti le tensioni e riporti l’Europa ad acquisire gas russo in quantità infinita e a prezzi, speriamo ancora una volta, ragionevoli.
Perché auspica questo?
Perché il mercato energetico europeo senza il gas russo vivrà di incertezza, di sbalzi di prezzi, che sono tutti quegli elementi per cui l’industria non ce la farà o si trasferirà altrove dove avrà maggiori garanzie. Allora noi abbiamo tutto l’interesse di chiudere la guerra, ricominciare a ristabilire i rapporti con la Russia – lo stanno facendo gli americani – tornare ad avere il gas a buon mercato, stabilizzare la nostra industria e, a quel punto, provare a parlare di programmi di riarmo perché avremo condizioni economiche e costi più favorevoli.
Cosa dovrebbe fare allora l’Ue?
Se i prezzi degli armamenti sono cresciuti di tre volte o del doppio o del triplo dal 2022, questo significa che se noi oggi per la quota investimenti, per il procurement, spendessimo il doppio del 2022, cosa difficile da fare, o addirittura il triplo, forse compreremmo le stesse cose perché i prezzi sono saliti all’inverosimile. Allora stabilizziamo prima la situazione geopolitica, stabilizziamo i rapporti tra noi, i nuovi rapporti tra noi e la Russia. Cerchiamo di non avere una nuova guerra fredda perenne perché per noi sarebbe un disastro. Riportiamo le relazioni a livello civile e ritorniamo ad aver gas russo in quantità e a quel punto facciamo un piano di riarmo. Anche perché è inutile che si continui a dire che i russi ci invaderanno fra tre anni. Se fosse così, i soldi che mettiamo in campo oggi – di cui parliamo di mettere in campo oggi questi 800 miliardi – non ci daranno entro tre o quattro anni una maggiore forza militare. I tempi sono molto più lunghi per la produzione e lo sviluppo e l’acquisizione di armamenti. Io vedo tutto questo costruito per ragioni ben comprensibili ma che non hanno nulla a che fare con la difesa dell’Europa, che non hanno nulla a che fare con la stabilità dell’Europa, al contrario.
Quale impatto avrà il Libro bianco Ue sulla politica di difesa italiana?
I vantaggi per l’industria della difesa italiana sono quelli di poter continuare la cooperazione in ambito europeo che già abbiamo sviluppato da tantissimo tempo. Se ci saranno nuovi programmi l’Italia sarà coinvolta, non c’è dubbio su questo. Senza aspettare Libro bianco o gli annunci di von der Leyen, in questi anni sono stati annunciati numerosi nuovi programmi militari: penso solo per l’Italia, i nuovi cacciatorpediniere, i nuovi sottomarini, l’acquisizione di 49 aerei da combattimento fra Eurofighter Typhoon e F-35, il piano per il rinnovo linea di mezzi corazzati, ci sono tanti programmi in campo che coinvolgono l’Italia e l’industria italiana. Io credo che questo piano non cambierà i programmi che sono in essere. Mi chiedo come potrà sopravvivere questo piano ad esempio al fatto che molte nazioni europee, incluso l’esercito italiano, hanno ordinato dei lanciarazzi campali Himars negli Stati Uniti.
Dovremmo rinunciarci? L’Europa si chiederà di non comprarli? Allora dovremmo mettere a terra gli F-35? Io considero questo Libro bianco dell’Unione europea l’ennesima aria fritta, ma con una solida motivazione alle spalle che è quella di sostenere gli interessi della nomenclatura europea prima e della Germania poi. Non mi dimentico che Ursula von der Leyen è stata Ministra della Difesa proprio in Germania.
E quali potrebbero essere i vantaggi, ma anche i rischi, per l’industria della difesa italiana?
Per quanto riguarda l’Italia, io credo che ci siano già tutti gli elementi positivi che riguardano le nostre aziende. Li vediamo da Leonardo a Elettronica, ma a Fincantieri anche, che ovviamente non ha un’attività legata soltanto alla difesa. Io credo che le intese fra paesi europei, se si rafforzeranno, ne sarò ben felice, perché ho sempre sostenuto che noi non abbiamo interessi comuni con gli Stati Uniti, anzi ne abbiamo sempre meno, e tecnologicamente non dovremmo dipenderne. Se questo programma europeo aiuterà o sosterrà o ci farà lavorare più per produrre sistemi europei che sul mercato siano competitivi con quelli americani, allora anche il Rearm Europe o come lo vogliono chiamare, Readiness 2030 e questo libricino bianco avranno dato una mano in questo senso, questo mi trovo positivo.
Non credo però che l’Italia abbia bisogno di questi piani europei per attuare una politica migliore. Lo sta facendo nell’ambito delle spese che intende sostenere, nell’ambito delle valutazioni politiche che il governo italiano ha deciso di varare negli anni in termini di spesa e di procurement, senza farci dettare cosa e come comprare dalla nomenclatura europea che ovviamente non mi pare abbia mai perseguito una volta solo gli interessi dell’Italia.
Direttore, un’ultima domanda a cui in realtà ha già risposto, ma ci torniamo sul finale. Nel libro bianco della difesa non si parla di esercito comune europeo, ma è ragionevole credere che sia iniziato un processo che porterà all’esercito europeo?
Io spero proprio di no, perché se ci fosse un progetto del genere sarebbe contrario ai trattati europei. Le forze armate europee saranno un’eventuale federazione di Stati europei. Il giorno in cui ci sarà uno Stato europeo federale, come lo sono gli Stati Uniti ad esempio, il giorno in cui la Francia e l’Italia staranno a Bruxelles come il Maryland o il Texas stanno a Washington, allora avremo uno Stato federale europeo e avremo anche forze armate europee, un fisco europeo, tutto unificato, come una federazione di Stati, come lo sono gli Stati Uniti. Io dico grazie al cielo, non ci siamo a questo punto, la sovranità nazionale esiste ancora, vi dico difendiamola perché è l’unica cosa che ci resta in un mondo in cui gli alleati non esistono. Gli alleati e gli amici non esistono, ma esistono solo gli interessi. Come diceva Kissinger, gli Stati Uniti non hanno alleati, hanno solo interessi.
Cosa vale allora in questo contesto?
Quello che conta è appunto la sovranità degli stati. Faccio un esempio che io trovo calzante, anche se per questo io sono un fan del governo spagnolo, del governo Sánchez. Qualche giorno fa la ministra spagnola Robles ha fatto sapere che la Spagna quest’anno aumenterà la spesa della difesa passando dall’1,2 all’1,3% e che permette di raggiungere il 2% nel 2029, a patto che questo aumento non vada comunque a intaccare la spesa sociale, cioè il welfare.
Dunque dovremmo prendere Madrid come modello?
In un’epoca in cui tutti ci dicono di spendere di più per la difesa – a partire dalla Nato che ci dice di spendere almeno il 3,5% o gli Stati Uniti che ci dicono che dobbiamo spendere il 5%, perché loro che spendono il 3,3% vogliono spendere meno dei prossimi anni – c’è una nazione, la Spagna, con un governo apertamente di sinistra, che dichiara sovranamente che spenderà i soldi che deciderà lei per la sua difesa e non quello che vogliono dettare da Bruxelles o dagli Stati Uniti. Ecco, io credo che questo spagnolo sia un esempio ottimo per tutte le nazioni europee. Considerate che l’invasione russa è una sciocchezza gigantesca, la minaccia dell’invasione russa, io la considero forse la madre di tutte le bufale che abbiamo sentito negli ultimi tempi.
Il rischio in un’Europa che ha una forte instabilità politica, oltre che economica, è che si continui a promettere cannoni a un’opinione pubblica che chiede burro. E di questo rischio mi pare che la nomenclatura europea, quella che scrive i libricini bianchi, e fai programmi Readiness 2030, se ne frega altamente. Qualche Stato invece, forse perché i governi dei singoli Stati europei vengono ancora eletti dai cittadini, questo problema se lo pone.