Anche gli unicorni falliscono: oltre il 70% non mantiene le promesse e ha problemi seri
Dopo anni eccezionali come il 2021 e il 2022, c'è stato un ridimensionamento. Se non falliti, il 74% degli unicorni ha distrutto valore. Ma quegli investimenti restano necessari. Nell'innovazione il prezzo da pagare è l’esposizione a moltissimi fallimenti. L'articolo Anche gli unicorni falliscono: oltre il 70% non mantiene le promesse e ha problemi seri proviene da Economyup.

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Anche gli unicorni falliscono: oltre il 70% non mantiene le promesse e ha problemi seri
Dopo anni eccezionali come il 2021 e il 2022, c’è stato un ridimensionamento. Se non falliti, il 74% degli unicorni ha distrutto valore. Ma quegli investimenti restano necessari. Nell’innovazione il prezzo da pagare è l’esposizione a moltissimi fallimenti.

Dopo Alice in Wonderland, è “Unicorns in Zombieland” la favola che si racconta di questi tempio alle startup prima di addormentarsi.
Unicorni, oltre il 70% non mantengono le promesse
Un’analisi di Carta ha studiato cosa è successo a 616 aziende che, a fine dicembre 2021, avevano lo status di unicorno (ossia valutazione superiore a un miliardo di dollari).
I dati fanno alquanto pensare.
a) 161 (il 26%) sembrano performare:
– di queste la metà (13%) hanno fatto una exit: non sappiamo a che valutazioni, ma la missione di ritornare il capitale (in tutto o in parte, con moltiplicatori remunerativi o meno) è stata compiuta;
– l’altra metà (13%) ha raccolto capitali a valutazioni superiori (up-round) o uguali ai round precedenti: per loro la fiaba continua (scopriremo il finale).
b) È il rimanente 74% che desta preoccupazione.
- 14 (2%) sono “crashed and burn”: storia finita senza happy ending;
- 67 (11%) hanno raccolto capitale a valutazioni inferiori (down-round): in questo caso la storia va avanti ma con toni cupi (ossia distruzione di valore e dilution);
- 374 (il 61%) non hanno più raccolto denaro da allora: o sono a break even oppure hanno problemi, seri.
Come leggere i dati sugli unicorni?
Comunque si leggano i dati, l’immagine è di miliardi andati in fumo o che sono lì lì a bruciare. E, come ricorda Michael Jackson (il VC, non il cantante), “a lot of LPs should be having some hard talks with their GPs”.
Che interpretazione dare? Lascio un po’ di riflessioni.
La congiuntura pesa
Il 2021 (negli Stati Uniti) e il 2022 (in Europa) sono stati degli outlier, anni eccezionali, non ripetibili a breve. Anni dove era disponibile tantissimo capitale. Questa abbondanza si traduce di solito in allocazioni non efficienti.
Se guardiamo al numero di aziende diventate unicorni anno per anno (dati Crunchbase presentati da Genè Teare allo scorso Mind the Bridge Scaleup Summit Silicon Valley) nel 2021 – così come nella prima parte del 2022 – abbiamo chiaramente vissuto dei picchi. È nomale che si sia stato un ridimensionamento negli anni successivi.
Le startup non muoiono solo in culla
Ma il fatto che molti unicorni muoiano, non è dettato dalla congiuntura, è la normalità.
Visto che sono tra amici vi faccio vedere una slide che ho mostrato agli studenti del MBA di IE con cui mi sono confrontato settimana scorsa a Madrid. ED1 una nostra rielaborazione su dati di CB Insights (un po’ datati, per quanto ancora validi. BTW stiamo lavorando per un aggiornamento con anche un focus sull’Europa).
Un messaggio emerge molto chiaramente. Posto che è assolutamente vero che, largo circa, il 90% delle idee e delle startup non sopravvivono e non ricevono neanche un dollaro o un euro di finanziamenti da chicchessia, sono i dati relativi ai round successivi che dovrebbero fare riflettere.
L’innovazione prevede i costi dell’insuccesso
In sintesi: ci sono dei tassi di “mortalità” giganteschi anche per quelle aziende che hanno raccolto capitale. Non muoiono solo le startup, ma anche le scaleup e gli unicorni.
E, per una che prosegue il suo cammino o che fa una exit, ce ne è una (rectius più di una) che muore o non produce i risultati attesi.
Il mondo dell’innovazione produce risultati fantastici (che possono creare nuovi settori o rilanciare industry esistenti). Il prezzo da pagare tuttavia è l’esposizione a moltissimi fallimenti.
Le percentuali di successo sono basse (qualche punto percentuale) ma i ritorni sono enormi. Di converso, i costi dell’insuccesso sono elevati e la frequenza più elevata. Si chiama “power law”.
Ma il costo di non provarci è l’irrilevanza (o l’uscita dal mercato per chi fosse rilevante).
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