Sinodo, la base si ribella ai vescovi. Respinto il testo su gay e donne

Troppo blando il documento Cei sui nodi più delicati, voto rinviato a ottobre. E slitta l’assemblea episcopale. La delusione di Zuppi e l’ironia del vicepresidente Castellucci: non siamo stati bocciati, solo rimandati

Apr 4, 2025 - 00:11
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Sinodo, la base si ribella ai vescovi. Respinto il testo su gay e donne

Città del Vaticano, 4 aprile 2025 – La base cattolica si ribella e rispedisce al mittente il documento finale della seconda assemblea del cammino sinodale della Chiesa italiana, presentato dalla presidenza dei vescovi per il futuro della cristianità. Troppo paternalistico e clericale sull’accompagnamento delle persone omosessuali e poco incisivo sulla questione del ruolo delle donne, in particolare per la totale assenza nel dettato di una chiara sollecitazione al ripristino del diaconato femminile. Per non parlare dello scarso approfondimento sui temi degli abusi, della trasparenza economica e dell’urgenza del binomio pace e tenuta democratica in un contesto geopolitico mai come adesso in balia dei venti di guerra.

Risultato, i 957 delegati, in rappresentanza di 219 diocesi sulle 226 totali – 442 i laici, 44 i religiosi, 246 i preti, 176 i vescovi per un complessivo di 664 maschi e 293 femmine –, hanno votato ieri in Aula Paolo VI per rimandare al 25 ottobre l’approvazione del testo che dovrà essere ampiamente riformulato. Solo dodici i contrari. Di conseguenza slitta a novembre l’assemblea generale della Conferenza episcopale italiana che avrebbe dovuto adottare a maggio la relazione frutto di un cammino sinodale iniziato nel 2021 su sollecitazione di papa Francesco, nonostante le resistenze a suo tempo espresse da una parte consistente dell’episcopato. La decisione di rinviare l’assise dei vescovi è un fatto del tutto eccezionale. Negli ultimi vent’anni è accaduto solo in tre circostanze: per la morte di Giovanni Paolo II e altre due volte per l’emergenza Covid-19. Eventi imprevedibili, non certo riconducibili a divisioni interne alla Chiesa in Italia come in questo caso.

Che la strada fosse accidentata per il testo delle 50 proposizioni, messo a punto dal Comitato nazionale del Cammino sinodale, presieduto dal vice presidente della Cei, Erio Castellucci, arcivescovo di Modena, lo si era capito già martedì, all’avvio dei lavori in Vaticano. Il 95% degli interventi, provenienti dai 28 gruppi di studio, è stato all’insegna di forti critiche al documento. Troppi emendamenti avanzati per rimettere mano al testo in tempi congrui per l’assemblea di maggio dei vescovi. Quanto successo dà la misura di una fase critica che sta attraversando la Chiesa italiana. Rappresenta una battuta d’arresto per la stessa presidenza della Cei, dal 2022 nelle mani del cardinale bergogliano Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna. Tuttavia è anche il segno di una vitalità inattesa della cattolicità del nostro Paese, descritta come silente e impaludata dagli osservatori. E invece, alla prova dei fatti, risulta più progressista dei suoi vertici, di per sé non conservatori.

“Non si può parlare di bocciatura, ma di un essere rimandati a ottobre”, usa la metafora scolastica Castellucci nel commentare l’esito dell’assemblea sinodale prima di riconoscere “due peccati” nella genesi del documento: “C’è stata una mancanza di tempo per la riflessione finale e non si è tenuto troppo presente la questione della comunicazione, dando per scontate troppe cose”. Dal canto suo Zuppi, che ha perorato un clima franco in Aula, pur se non si aspettava il rinvio delle proposizioni, ammette: “Una certa delusione c’è, non nei confronti dell’assemblea dove invece c’è stato un grande senso di libertà e di senso ecclesiale, quanto piuttosto per il fatto che avremmo voluto rispettare il calendario”. Ma “non basta fissare il calendario, questa è la bellezza della vita e di una Chiesa viva”. E, a chi, sullo sfondo dei mugugni dei nostalgici di una Cei a guida ferma e senza dibattito con la base, gli chiede se intenda dimettersi dopo quanto accaduto, replica: “E perché?”.