Nel gioco dell’Opa la Borsa chiede rilanci per almeno 1,5 miliardi

Il gioco dell’Opa, ufficialmente partito lunedì 17 marzo a Piazza Affari con l’offerta da 1,78 miliardi di Banco Bpm su Anima, è anche un gioco di strategia e di rilanci, effettivi o solo sperati dal mercato e dagli azionisti. Il gruppo milanese guidato da Giuseppe Castagna, a seguito di un ritocco al rialzo del prezzo […] L'articolo Nel gioco dell’Opa la Borsa chiede rilanci per almeno 1,5 miliardi proviene da Iusletter.

Mar 24, 2025 - 15:15
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Nel gioco dell’Opa la Borsa chiede rilanci per almeno 1,5 miliardi

Il gioco dell’Opa, ufficialmente partito lunedì 17 marzo a Piazza Affari con l’offerta da 1,78 miliardi di Banco Bpm su Anima, è anche un gioco di strategia e di rilanci, effettivi o solo sperati dal mercato e dagli azionisti. Il gruppo milanese guidato da Giuseppe Castagna, a seguito di un ritocco al rialzo del prezzo da 6,20 a 7 euro, si prepara a mettere le mani sulla società del risparmio gestito, dopo avere abbattuto alcuni dei paletti inizialmente posti. Non sarà più necessario raggiungere almeno il 66,67% di Anima ma basterà anche il 45% più un’azione. Tale barriera è già stata superata il giorno di partenza dell’offerta pubblica di acquisto, grazie anche agli impegni ad aderire delle Poste, all’11,7% della società del risparmio gestito, del fondo Fsi, al 9,6 per cento, e dei manager con l’1,5% del capitale.

Chi non ha ancora scoperto le carte è il gruppo Caltagirone, in base al documento di offerta dell’Opa al 5,3% ma in realtà al 7% di Anima. A Banco Bpm, poi, non servirà nemmeno più ottenere dalla Bce il via libera allo sconto sul capitale previsto dal cosiddetto Danish compromise. Castagna si è detto fiducioso che il via libera arriverà, ma anche se non dovesse essere così la ex Popolare milanese punta comunque a mantenere l’indicatore di patrimonio Cet1 ratio sopra il 13 per cento. Di diverso avviso Andrea Orcel, ad di Unicredit, banca che il 25 novembre, pochi giorni dopo l’annuncio dell’Opa di Banco Bpm su Anima, si è detta intenzionata a lanciare un’offerta pubblica di scambio (Ops) al piano di sopra, sullo stesso Banco Bpm. L’Ops prevede che i soci del gruppo guidato da Castagna, per ogni titolo, ricevano 0,175 azioni Unicredit di nuova emissione, operazione che al momento dell’annuncio implicava un premio dello 0,5% sui prezzi di Borsa, per un totale di 10,1 miliardi. Alle quotazioni di venerdì mattina, quando i titoli di Piazza Gae Aulenti stazionavano poco sopra 53 euro l’uno e quelli di Piazza Meda appena oltre 10 euro, l’offerta risulta a sconto: manca all’appello poco più di 1 miliardo solo per pareggiare la Borsa.

Da qui l’ipotesi di un rilancio in contanti, un po’ in scia a quanto fatto nel 2020 da Intesa Sanpaolo per portare a casa Ubi Banca. Interpellato in proposito proprio nei giorni scorsi, Orcel non l’ha escluso, ma a patto che in Banco Bpm ci sia più valore. E ciò, a detta del numero uno di Unicredit, potrebbe non accadere se dalla Bce non arrivasse luce verde sul Danish compromise: in questo caso, «latransazione» sulla Sgr consumerebbe «miliardi di capitale», motivo per cui quello che si acquisterebbe sarebbe «molto meno capitalizzato di quello che si aveva all’inizio; non sarebbe un elemento positivo, ma negativo». Senza lo sconto danese sul capitale, insomma, non solo sembra essere poco realistico un ritocco all’insù dell’offerta ma Orcel potrebbe addirittura decidere di mettere in discussione l’intera operazione. Nel frattempo, Castagna è impegnato in un tour a tappe serrate per convincere soci e imprese a non cedere le azioni a Unicredit. Anche la Popolare di Sondrio (Bpso), dal 6 febbraio nel mirino di un’Ops di Bper, non gradisce la prospettiva di finire come preda nel movimentato risiko bancario italiano. Ne è la prova il nuovo piano industriale del gruppo valtellinese, incentrato non solo su un futuro in autonomia ma anche su un raddoppio dei dividendi agli azionisti, per tentare appunto di convincerli a non cedere alle sirene “avance” modenesi. La proposta di Bper ai soci di Bpso è di scambiare ogni singolo titolo con 1,45 azioni modenesi di nuova emissione, per una operazione dal controvalore iniziale di 4,32 miliardi. Anche in questo caso l’Ops, agli attuali prezzi di Borsa, risulta a sconto: per pareggiare la richiesta del mercato il gruppo modenese dovrebbe alzare l’asticella di quasi 230 milioni. La scorsa settimana, gli esperti di Intermonte e Websim hanno sottolineato come, con un rilancio in contanti, per Bper sarebbe vicino il 66,67% di Sondrio, ottenendo così i due terzi del capitale necessari per far passare la fusione in assemblea.

Il gruppo guidato da Gianni Franco Papa, tuttavia, in questa fase non sembra intenzionato a rivedere i termini dell’offerta, tanto più che fin da subito ha fatto sapere che potrebbe accontentarsi anche solo del 35% più un’azione di Bpso. Una soglia che appare già piuttosto vicina se si considera che Unipol, azionista comune con una quota appena sotto il 20% in entrambi i gruppi, si è già schierata a favore del matrimonio. Tale benedizione bolognese non ha entusiasmato il vertice valtellinese. Non a caso, nella conferenza stampa per la presentazione del nuovo piano al 2027, l’amministratore delegato di Popolare di Sondrio, Mario Alberto Pedranzini, ha ricordato le parole di settembre del presidente di Unipol, Carlo Cimbri, secondo cui una fusione tra Bper e Bpso sarebbe stata «sbagliata, con il rischio di un pasticcio». La forte accelerazione del risiko bancario negli ultimi mesi deve avere spinto il gruppo assicurativo bolognese a fare qualcosa per evitare di restare indietro, considerato anche che un’operazione su Monte dei Paschi sarebbe stata politicamente complessa. Lo stesso istituto senese, con l’annuncio dell’Ops su Mediobanca risalente al 24 gennaio, è andato a collocarsi direttamente al centro delle grandi manovre sulle banche italiane. Da ricordare che Mps conta tra i maggiori azionisti il ministero dell’Economia, il gruppo Caltagirone, la Delfin della famiglia Del Vecchio e Banco Bpm con Anima. L’istituto di Rocca Salimbeni propone di scambiare 2,3 proprie azioni di nuova emissione per ogni titolo di Piazzetta Cuccia, cosa che al momento dell’annuncio implicava un premio del 5% e un controvalore di 13,3 miliardi. A caldo, il mercato ha accolto l’operazione con freddezza, spingendo l’Ops a sconto del 9% nel primo giorno di Borsa utile. La settimana scorsa, però, tale forbice si è assottigliata fino quasi ad annullarsi, grazie anche a uno studio di Deutsche Bank che raccomandava l’acquisto del titoli senesi. Ai prezzi di venerdì mattina, il mercato chiede a Mps un rilancio da almeno 300 milioni. Mediobanca fin da subito ha bollato la proposta senese come «ostile e fortemente distruttiva di valore». Ancora la settimana scorsa l’ad Alberto Nagel ha voluto sottolineare come dall’operazione possano scaturire non sinergie bensì «dissinergie». Mentre l’ad di Mps, Luigi Lovaglio, ha replicato a distanza spiegando che eventuali dissinergie «saranno minime e gestite nel modo migliore mettendo molta attenzione ai clienti e alle persone».

Al di là dei botta e risposta tra banchieri, che la settimana scorsa non sono mancati, nelle tre maggiori operazioni del risiko, la Borsa chiede almeno 1,5 miliardi in più, preferibilmente in contanti, rispetto ai 33,7 miliardi messi sul piatto con le Ops (ai valori di venerdì mattina). La parola passa alle banche “offerenti”, oltre che al mercato, che potrebbe nuovamente rimescolare le carte.

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