I dazi spingono al ribasso l’economia globale | L’allarme di OCSE

La guerra commerciale, nonostante sia solo alle sue battute iniziali, getta già forti ombre sull’economia internazionale. I dazi imposti dall’amministrazione Trump, insieme alle ritorsioni da parte dei Paesi colpiti, sono secondo l’OCSE una minaccia alla crescita dei prossimi anni, oltre a impattare negativamente sui prezzi facendo salire l’inflazione. Nel suo aggiornamento sulle condizioni dell’economia globale, […] L'articolo I dazi spingono al ribasso l’economia globale | L’allarme di OCSE proviene da Osservatorio Riparte l'Italia.

Mar 20, 2025 - 11:34
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I dazi spingono al ribasso l’economia globale | L’allarme di OCSE

La guerra commerciale, nonostante sia solo alle sue battute iniziali, getta già forti ombre sull’economia internazionale.

I dazi imposti dall’amministrazione Trump, insieme alle ritorsioni da parte dei Paesi colpiti, sono secondo l’OCSE una minaccia alla crescita dei prossimi anni, oltre a impattare negativamente sui prezzi facendo salire l’inflazione.

Nel suo aggiornamento sulle condizioni dell’economia globale, l’organizzazione con sede a Parigi lancia l’allarme sulle nuove criticità.

Il PIL globale frenerà fermandosi al 3,1% nel 2025 (-0,2% rispetto alle indicazioni di dicembre) e solo al 3% nel 2026, anno in cui l’inflazione rallenterà al 3,2% pur restando ben al di sopra dell’obiettivo del 2% fissato da Fed e BCE.

A fare le spese della frenata saranno soprattutto i due protagonisti della guerra commerciale, USA e Cina, le cui economie cresceranno più lentamente del previsto: rispettivamente del 2,2% e del 4,8% nel 2025, per poi rallentare ulteriormente nel 2026 (+1,6% e +4,4%).

I dazi rappresentano un problema per tutti. Ad esempio, l’area euro dovrebbe crescere dell’1% quest’anno e dell’1,2% il prossimo.

La Germania aumenterà solo dello 0,4% nel 2025 e dello 0,7% nel 2026, mentre la Francia dovrebbe subire un calo molto più contenuto: rispettivamente 0,8% e 0,1 punti in meno rispetto alle stime di dicembre.

In questo scenario non fa eccezione l’Italia, che nei prossimi due anni dovrebbe crescere dello 0,7% e dello 0,9%, ovvero 0,2 punti in meno sul 2025 e 0,3 sul 2026 se confrontato con le previsioni di dicembre.

Dopo un +1,1% nel 2024, l’inflazione in Italia dovrebbe portarsi a +1,7% quest’anno, meno di quanto previsto a dicembre scorso (+2,1%).

Nel 2026 l’inflazione dovrebbe accelerare a +1,9% (-0,1 punti rispetto alle stime di dicembre).

Le stime per il nostro Paese potrebbero ancora peggiorare, come dichiarato dal capoeconomista dell’OCSE, Alvaro Pereira, per cui “essendo un Paese fortemente votato all’export, se il mondo diventa più protezionista potranno sicuramente esserci rischi per la sua economia”.

E nemmeno un aumento delle spese per la difesa potrebbe essere utile alla crescita asfittica dell’Europa: infatti, spiega l’OCSE, a un aumento del PIL potrebbe corrispondere in futuro un peggioramento del debito e, di conseguenza, della pressione fiscale.

Nell’area OCSE, peggio della Germania fa solo il Messico, che sull’onda della guerra commerciale innescata da Trump rischia addirittura di cadere in recessione nel 2025, penalizzato dalla dipendenza del suo export dal mercato statunitense.

Rimarrà invece in territorio positivo il Canada, l’altro grande bersaglio delle misure trumpiane, che nonostante la sua esposizione ai dazi nel 2025 dovrebbe vedere il suo PIL aumentare dello 0,7%.

In queste condizioni, secondo l’OCSE, “le banche centrali dovrebbero rimanere vigili data la crescente incertezza e la possibilità che l’aumento dei costi commerciali aumenti le pressioni sui salari e l’inflazione”. Inoltre, “una diffusione più rapida delle tecnologie di intelligenza artificiale potrebbe accelerare e migliorare la produttività”.

Per il segretario generale dell’OCSE, Mathias Cormann, “le crescenti restrizioni commerciali contribuiranno ad aumentare i costi sia per la produzione che per i consumi”, dunque resta “essenziale garantire un sistema commerciale internazionale ben funzionante e basato su regole e mantenere i mercati aperti”.

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