I dazi di Trump e gli impatti su innovazione e startup: che cosa potrà succedere dopo il 2 aprile

I dazi annunciati dal presidente Donald Trump preoccupano l'ecosistema europeo. Perché il protezionismo rischia di rallentare l'innovazione e mettere in difficoltà la crescita delle startup, sia per lo la crescita dei costi sia per l'incertezza che frena gli investimenti L'articolo I dazi di Trump e gli impatti su innovazione e startup: che cosa potrà succedere dopo il 2 aprile proviene da Economyup.

Apr 4, 2025 - 11:20
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I dazi di Trump e gli impatti su innovazione e startup: che cosa potrà succedere dopo il 2 aprile

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I dazi di Trump e gli impatti su innovazione e startup: che cosa potrà succedere dopo il 2 aprile



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I dazi annunciati dal presidente Donald Trump preoccupano l’ecosistema europeo. Perché il protezionismo rischia di rallentare l’innovazione e mettere in difficoltà la crescita delle startup, sia per lo la crescita dei costi sia per l’incertezza che frena gli investimenti

Pubblicato il 4 apr 2025

Giorgio Del Re

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Donald Trump

Dazi di Trump, innovazione e startup: che effetti aspettarsi? Grande è la preoccupazione dopo il 2 aprile, il Liberation Day, come l’ha definito il presidente degli Stati Uniti, quando ha annunciato dazi reciproci su una vasta gamma di prodotti importati da 180 Paesi, con aliquote variabili tra il 10% e il 49.

“Sarà doloroso”, ha titolato Sifted, testata del Financial Times dedicata all’ecosistema europeo. Vediamo quali potrebbero essere i rischi e l’impatto di una svolta che comunque mette in discussione gli equilibri commerciali e finanziari con un Paese leader del mondo occidentale, nelle tecnologie e nell’innovazione.


I dazi di Trump e i precedenti storici

Il protezionismo è sempre stato presente nella storia economica e non mancano quindi i precedenti, anche negli Stati Uniti, che nel XIX secolo adottarono politiche protezionistiche per favorire lo sviluppo delle industrie nascenti. Quella situazione storica viene ricordata come un caso di successo di un protezionismo “strategico”, con dazi elevati per proteggere le industrie nascenti.

Quel periodo coincide, però, anche con una forte spinta interna all’innovazione, sostenuta da brevetti e un ampio mercato interno. Questo concetto fu sostenuto da economisti come il tedesco Friedrich List, che evidenziavano come il protezionismo potesse stimolare l’industrializzazione e l’innovazione tecnologica.

Tuttavia, l’esperienza storica mostra che le politiche protezionistiche possono avere effetti contrastanti.

La Gran Bretagna, ad esempio, adottò misure protezionistiche nel XVIII secolo per sviluppare l’industria della lana, ottenendo inizialmente successo. Tuttavia, nel lungo periodo, il mantenimento di tariffe elevate portò a una diminuzione della competitività, poiché altre nazioni adottarono politiche diverse, superando la Gran Bretagna in termini di innovazione e crescita industriale.

I dazi di Trump e gli effetti sull’innovazione: cosa dicono gli economisti


Gli economisti hanno dibattuto a lungo sugli effetti dei dazi sull’innovazione. Secondo alcune teorie, le barriere commerciali possono incentivare le imprese locali a innovare per compensare la riduzione della concorrenza estera.

In particolare, il concetto di “protezionismo strategico” è stato discusso da autori come Paul Krugman, che nel suo libro “Pop Internationalism” (1996) sostiene che, in alcune circostanze, proteggere le industrie emergenti può stimolare l’innovazione locale, spingendo le aziende a migliorare i propri processi e prodotti per sopperire alla mancanza di competizione internazionale.

Interessante notare che oggi, invece, Krugman, premio Nobel per l’economia, definisce i nuovi dazi di Trump semplicemente “una follia”, anche per come sono stati calcolati.

Altri economisti, tra cui Joseph Stiglitz e Arvind Subramanian, mettono in guardia contro i pericoli di un approccio protezionista eccessivo. In Globalization and Its Discontents” (2002), Stiglitz esamina come le politiche protezionistiche possano effettivamente rallentare l’innovazione, aumentando i costi di produzione e limitando l’accesso a tecnologie avanzate.

La sua posizione, più critica verso il protezionismo, si fonda sull’idea che le barriere commerciali creano inefficienze, portando a una minore competitività e, di conseguenza, a un rallentamento degli sviluppi tecnologici.

Adam Smith e David Ricardo, i padri fondatori della teoria economica del libero scambio, avevano già sottolineato che i dazi ostacolano il flusso di beni e idee, compromettendo il vantaggio competitivo che deriva dalla concorrenza internazionale. Ricardo, con la sua teoria dei vantaggi comparati, sosteneva che ogni paese dovrebbe concentrarsi su ciò che sa fare meglio e commerciare liberamente con gli altri, favorendo così l’innovazione grazie alla disponibilità di risorse globali e alla competitività.

Inoltre, le misure protezionistiche possono portare a ritorsioni da parte di altri Paesi, creando un clima di incertezza che può disincentivare gli investimenti nel settore tecnologico. Secondo Douglas Irwin, nel suo libro “Peddling Protectionism” (2017), il protezionismo alimenta conflitti commerciali che, oltre a penalizzare il commercio, aumentano i rischi per le aziende che operano su mercati globalizzati. Irwin evidenzia come la chiusura dei mercati e le misure punitive possano ridurre la fiducia degli investitori e fermare l’afflusso di capitali necessari per l’innovazione tecnologica, in particolare nelle startup e nelle industrie ad alta intensità di ricerca e sviluppo.

Quindi, sebbene alcuni economisti vedano nel protezionismo una via per stimolare l’innovazione, la maggior parte degli studi suggerisce che i dazi, aumentando i costi e creando incertezze economiche, finiscono per ridurre gli incentivi all’innovazione, in particolare in settori tecnologici ad alta competitività.


L’impatto dei dazi sulle startup

La mossa di Trump ha suscitato preoccupazioni significative tra le startup tecnologiche europee, che temono ripercussioni su catene di approvvigionamento, costi operativi e accesso al mercato statunitense.

Le startup che lavorano con hardware o software americano sono le più colpite dalle nuove tariffe, che faranno immediatamente i costi su importazioni di hardware, licenze software e infrastrutture cloud. Il primo effetto? Ridurre ulteriormente la competitività delle startup europee, già minore rispetto a quelle americane.

Le startup che producono hardware e dipendono da componenti esteri, inoltre, dovranno affrontare un ulteriore aumento di significativi. Un fondatore di una startup di chip in Europa, citato da Sifted, ha espresso preoccupazione per l’aumento dei costi legati alle tariffe su aziende come TSMC (Taiwan Semiconductor Manufacturing Company): “Qualsiasi azienda che utilizza prodotti e tecnologie da TSMC ha appena visto aumentare la propria base di costi”.

I nuovi dazi americani rischiano di far saltare le supply chain globali, specialmente per le aziende che dipendono da fornitori asiatici. Per una una startup europea che, ad esempio, dipende da chip prodotti negli Stati Uniti o lì acquista hardware e software ad alta prestazione, la tabella di marcia è appena diventata molto più incerta. Basti pensare al campo dell’intelligenza artificiale.

C’è poi da valutare l’impatto sul flusso di capitali. Quanto l’andamento dei tassi di interesse e la distruzione di valore finanziario determinato dal crollo delle Borse ridurrà la disponibilità di risorse per investimenti a rischio come quelli sulle startup? Quanto è destinato a ridursi l’allocazione di venture capital americano fuori dal perimetro degli Stati Uniti? Il nuovo clima protezionistico spingerà i fondi ad accentuare la priorità di investimento in territorio americano?

Sono tutte domande che preoccuperanno i founder nei prossimi mesi.

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