Oro e petrolio: chi sale e chi scende con i dazi di Trump
La tempesta dei dazi ha travolto il mondo intero con tariffe che arrivano al 34% per la Cina, al 24% per il Giappone e al 20% per l’Europa. A salvarsi, sebbene solo in parte, è Londra con un 10%. Da ricordare che queste stesse cifre possono ampiamente oscillare a seconda dei prodotti. Economia 3 Aprile 2025 Sono dazi amari per tutti Intanto crollano le borse mondiali con il segno meno che impera ovunque e con interi settori in allarme 3 Aprile 2025 dazi Guarda ora Ma una cosa è certa: alcune voci non sono state chiamate in causa. Tra queste petrolio, gas ed altre fonti energetiche mentre acciaio e alluminio già hanno dovuto accusare una tassa del 25%. Gli USA come è noto, da tempo sono diventati una potenza produttrice ed esportatrice di petrolio, materia prima che, nonostante tutto, però, continuano anche ad importare. Questo perché dai tempi della crisi energetica degli anni 70 gli USA hanno adottato una politica che vietava le esportazioni per riuscire a proteggere l’industria interna. Recentemente, però, soprattutto grazie alla rivoluzione dello scisto e quindi allo sfruttamento di bacini petroliferi e bituminosi che precedentemente era impossibile utilizzare, gli States hanno registrato un verticale aumento della produzione. Economia 31 Marzo 2025 Per Goldman Sachs i dazi di Trump aumenteranno i rischi di recessione Intanto i mercati europei hanno aperto in netto calo 31 Marzo 2025 trump donald Guarda ora Un aumento talmente alto da permettere anche di abolire l’ormai inutile divieto all’export. Resta, però, un problema infrastrutturale. Infatti, come detto, Washington, avendo a che fare prevalentemente con petrolio importato, ha sviluppato nel tempo una rete di raffinerie adatte solo alla lavorazione del cosiddetto petrolio pesante, tipicamente mediorientale o canadese mentre è carente sugli impianti in grado di lavorare lo scisto. Da qui la necessità di importare ancora il 40% del petrolio di cui necessita la sua industria. Inoltre i grandi nomi del petrolio sono stati sponsor particolarmente importante durante la campagna elettorale del tycoon e molti di loro hanno espresso non poche preoccupazioni per le possibili conseguenze che si sarebbero abbattute sul settore energetico a stelle e strisce, gas compreso.

La tempesta dei dazi ha travolto il mondo intero con tariffe che arrivano al 34% per la Cina, al 24% per il Giappone e al 20% per l’Europa. A salvarsi, sebbene solo in parte, è Londra con un 10%. Da ricordare che queste stesse cifre possono ampiamente oscillare a seconda dei prodotti.
Ma una cosa è certa: alcune voci non sono state chiamate in causa. Tra queste petrolio, gas ed altre fonti energetiche mentre acciaio e alluminio già hanno dovuto accusare una tassa del 25%. Gli USA come è noto, da tempo sono diventati una potenza produttrice ed esportatrice di petrolio, materia prima che, nonostante tutto, però, continuano anche ad importare. Questo perché dai tempi della crisi energetica degli anni 70 gli USA hanno adottato una politica che vietava le esportazioni per riuscire a proteggere l’industria interna. Recentemente, però, soprattutto grazie alla rivoluzione dello scisto e quindi allo sfruttamento di bacini petroliferi e bituminosi che precedentemente era impossibile utilizzare, gli States hanno registrato un verticale aumento della produzione.
Un aumento talmente alto da permettere anche di abolire l’ormai inutile divieto all’export. Resta, però, un problema infrastrutturale. Infatti, come detto, Washington, avendo a che fare prevalentemente con petrolio importato, ha sviluppato nel tempo una rete di raffinerie adatte solo alla lavorazione del cosiddetto petrolio pesante, tipicamente mediorientale o canadese mentre è carente sugli impianti in grado di lavorare lo scisto. Da qui la necessità di importare ancora il 40% del petrolio di cui necessita la sua industria. Inoltre i grandi nomi del petrolio sono stati sponsor particolarmente importante durante la campagna elettorale del tycoon e molti di loro hanno espresso non poche preoccupazioni per le possibili conseguenze che si sarebbero abbattute sul settore energetico a stelle e strisce, gas compreso.
Sono, infatti, piuttosto importanti anche i quantitativi di gas importato dall’Europa. Anche in questo caso sullo sfondo si evidenzia una serie di problematiche sul fronte logistico. La materia prima importata, infatti, giunge via mare sulla costa orientale dove esistono poche raffinerie. I trasporti, quindi, incidono in maniera sensibile sul costo di una materia prima che, con la zavorra dei dazi, rischiava un’impennata troppo forte per riuscire ad essere ammortizzata.
Nonostante tutte queste accortezze, però, l’ondata emotiva nata all’indomani dell’annuncio da parte del presidente USA dei dazi ha portato ad un crollo delle quotazioni del petrolio. Il mondo intero, infatti, è spaventato dallo spettro di un rallentamento dei consumi e, quindi, del ritorno di una recessione.
I timori di una possibile recessione sono stati confermati anche dalle ultime dichiarazioni della direttrice del Fondo monetario Kristalina Georgieva che ha definito la politica protezionistica dell’amministrazione Trump “chiaramente un rischio significativo alle prospettive globali in un momento di crescita lenta”. La Georgieva ha inoltre sottolineato che è “importante evitare misure che potrebbero danneggiare ulteriormente l’economia mondiale. Condivideremo i risultati della nostra valutazione nel World Economic Outlook, che sarà pubblicato al momento delle Riunioni di primavera del Fmi/Banca mondiale” previste per i prossimi giorni.
Diverso, invece, l’andamento dell’oro che, proprio in virtù della sua natura di bene rifugio, risulta avvantaggiarsi nei periodi di difficoltà. Il metallo giallo ha registrato un rialzo costante che lo ha portato a superare la quota record dei 3.150 dollari l’oncia e che va a coronare un trimestre ottimale a sua volta caratterizzato dalle serpeggianti incertezze che hanno iniziato a moltiplicarsi dopo il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca.
In realtà quello sul mercato dei metalli preziosi è un impatto indiretto. Infatti il rialzo del metallo giallo è la conseguenza, indiretta appunto, di una più ampio aumento dei costi dei beni importati, beni che spesso sono primari per l’economia. La prima conseguenza è un aumento delle pressioni inflazionistiche dal momento che i costi maggiorati delle merci, che spesso si sommano anche a quelli di altre voci come trasporti, packaging ed altro, vengono scaricati sul consumatore finale. Aumentando l’inflazione aumenta parallelamente anche la domanda del primo degli strumenti considerati un rimedio contro il rialzo dei prezzi, quindi dell’oro. E come si sa, l’aumento della domanda tende inevitabilmente a far salire il prezzo del bene cercato. In questo caso, l’oro.
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