Trump ha rubato il mito della nuova frontiera

Se l’idea kennediana era di cancellare le guerre e aprire strade luminose alle nuove generazioni, quella trumpiana è primitiva, feroce, disumana L'articolo Trump ha rubato il mito della nuova frontiera proviene da Economy Magazine.

Apr 3, 2025 - 12:40
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Trump ha rubato il mito della nuova frontiera

Ha travolto tutto Donald Trump. Non solo quel minimo di ordine che il mondo globale si era dato dopo la Seconda guerra mondiale ma anche dopo il crollo del muro di Berlino nell’89 pur con sempre maggiori difficoltà ed equilibri sempre più incerti tra Brics, Sud globale e crisi delle democrazie occidentali.

Ha travolto anche il mito americano della “frontiera” che, nel nostro immaginario, non è solo il West feroce e assassino della conquista stragista (di amerindi, i pellerossa) alla maniera di John Wayne ma anche la “saga americana”, le radici di una nazione insomma, che è infatti il sottotitolo di quell’altro (ultimo) filmone di Kevin Costner (sì, quello di “Balla coi lupi”) che ridà un nome mitologico e quasi umanistico alla frontiera che si apriva al di là del fiume Ohio chiamandola “Horizon”, l’orizzonte della nuova nazione bianca nata con la guerra d’indipendenza (dalla corona britannica) e un incontenibile bisogno di libertà.

Il palazzinaro newyorchese che immagina Trump Tower perfino sulle spiagge di Gaza sta riscrivendo a suo uso e consumo anche il più americano dei miti fondativi della Nazione, quello della frontiera che pure, al netto delle stragi, era diventato in qualche modo una bandiera democratica da quando, nel 1962, come a dire mille anni fa, un presidente giovane e pieno di energia, John Kennedy, l’aveva indicata come un traguardo – la Nuova Frontiera, appunto – per le nuove generazioni – baby boomers – e per un mondo che si preparava a diventare globale ( e nella vecchia Europa, va detto, anche un po’ anti-americano al grido “Yankee go home” contro la guerra del Vietnam).

La frontiera kennediana – al netto delle tante contraddizioni della storia – era una frontiera democratica, l’idea di un mondo che avrebbe cancellato le guerre e avrebbe aperto strade luminose alle nuove generazioni (i baby boomers, appunto). La frontiera trumpiana è, invece, primitiva, feroce, disumana come ha scritto uno degli storici più attenti e sensibili a quanto si muove sotto la pelle della società americana, Richard Slotkin, un ottantenne che ha insegnato a Brooklyn e all’università del Connecticut, che ha scritto decine di saggi (ma anche di romanzi) sulla storia degli Stati Uniti e che, quasi contemporaneamente all’elezione di Trump, ci ha consegnato un’analisi perfetta di quel che sta accadendo da quelle parti con il suo ultimo saggio “A Great Disaster, National Myth and the Battle for America”, pubblicato da Harvard University Press.

Seguiamo Slotkin e partiamo dal discorso pronunciato da Trump il 4 marzo al Congresso con l’annuncio di volersi annettere – con qualsiasi mezzo, si badi – la Groenlandia per garantire la sicurezza degli Stati Uniti e offrendo in cambio ricchezza e benessere ai pochi abitanti dell’isola (che, al momento e dopo le elezioni dell’11 marzo, hanno respinto al mittente l’offerta trumpiana, come del resto hanno fatto i canadesi).

Ora le opinioni pubbliche europee si scandalizzano, paragonano Trump al John Wayne della “Conquista del west”, ma c’è poco da scandalizzarsi: il palazzinaro, anzi “il capo mandamento di Washington” come l’ha bollato il nostro Saviano, non fa altro che rinverdire – alla sua maniera, rozzamente – il grande mito della frontiera che è alla base della storia americana (“È scritto nei nostri cuori” ha detto nel suo discorso d’insediamento il 20 gennaio scorso). E forse questo, spiega la simpatia di una consistente parte della società yankee.

Basta leggere quel che ha scritto Eric Teetsel, presidente del think tank conservatore “The center for renewing America”, nel suo magazine “World” (il cui pay-off è “Un giornalismo che si basa sui fatti e sulle verità della Bibbia”, così non ci si sbaglia): “L’idea di Trump di annettersi la Groenlandia va nella tradizione degli esploratori che sfidano le avversità per andare alla ricerca di una vita migliore…Per anni la politica interna ed estera degli Stati Uniti è stata dettata dall’imperativo storico di controllare il nostro destino da un oceano all’altro…Con Trump rivive questo spirito”.

E sentite ancora che cosa scrive un altro magazine della nuova destra, IM-1776, vicino alle posizioni del vicepresidente J.D. Vance: “La colonizzazione della Groenlandia – dice proprio così: la colonizzazione! – rappresenterebbe l’apertura di un nuovo territorio per gli uomini bianchi che, in questo modo, creerebbero un nuovo popolo, temprato dal freddo e dalla durezza dell’ambiente”.

È, in fondo, lo spirito della frontiera così come l’ha raccontato il suo principale aedo, lo storico americano (del Wisconsin) Frederick Jackson Turner (scomparso nel 1932) nel suo saggio-capolavoro “The Significance of the Frontier in American History”, Il significato della frontiera nella storia americana, del 1893.

Per Turner la conquista di nuovi territori è il vero fondamento della democrazia americana. È nel Grande Ovest – è così che lo definisce – che il “bianco europeo”, il discendente dei Padri Pellegrini sbarcati dal “Mayflower” a Plymouth e degli anglosassoni (e dei tedeschi) sbarcati dal “Susan Constant” in Virginia, forgia il suo carattere e diventa americano.

L’Ovest, dirà in un discorso diventato celebre, il cuore della sua storiografia, è come una fontana di giovinezza per la Nazione. Ma anche un modo per evitare la lotta di classe che, all’epoca, si stava già diffondendo in Europa. Lo aveva scritto un secolo prima, nel 1787, uno dei primi presidenti degli Stati Uniti, James Madison: “Ampliate il territorio di una Nazione e fermerete l’estremismo politico e la lotta di classe”. Gli avrebbe fatto eco, nel 1805, il presidente Thomas Jefferson, dopo l’acquisto della Louisiana dalla Francia: “Più ci allargheremo e meno saremo vittime delle passioni e degli odi intestini”.

Trump ha appreso la lezione della crescita senza fine e ora interpreta l’ideologia della Frontiera (e della Nuova Frontiera se vogliamo citare Kennedy del 1962 ma anche Bill Clinton del 1993 quando disse che “l’economia globale è la nostra Nuova Frontiera”) nella maniera più rozza e primitiva come ha scritto sul New York Times lo storico Greg Grandin che insegna alla Yale University. Anche per una ragione, diciamo così, personale legata alla sua storia di palazzinaro (fallito più volte) e di evasore fiscale.

La Frontiera, infatti, è un territorio senza regole dove il cosiddetto “frontiersman”, insomma il cowboy alla John Wayne può rubare e saccheggiare senza rispettare le leggi e continuando a conservare l’immagine di eroe. Lo scrive la sociologa Olena Leipnik che insegna all’università di Houston in un saggio che purtroppo non è stato ancora tradotto in Italia “Donald Trump in the Frontier Mythology”.

Con il mito della Frontiera, scrive la Leipnik, Trump ha avuto la straordinaria opportunità di ripulire la sua immagine di businessman criminale e di presentarsi all’opinione pubblica americana più conservatrice come il vero “frontiersman”, portatore dei valori dell’individualismo e del successo. Incontrando su questa strada le ideologie libertarie dei tecno-capitalisti della Silicon Valley, da Elon Musk a quel Peter Thiel (l’inventore di Paypal e “padrino politico” del vicepresidente J.D. Vance) che finanzia il Seasteading Institute, una onlus di San Francisco che promette di “aprire le frontiere dell’umanità”. Dalle isole galleggianti fuori dalle acque territoriali (così non si pagano le tasse e non si rispettano le leggi) fino ad arrivare a Marte con i razzi di Musk. Insomma, un cattivo cowboy che ci ha rovinato anche il mito kennediano della Nuova Frontiera.

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