Perché Meta fa marameo al fisco italiano?

Lo scorso dicembre, alla chiusura delle indagini, Meta aveva dichiarato di essere “fortemente in disaccordo” con il teorema accusatorio che dà un peso specifico monetario agli iscritti ai suoi social: anche per questo, insomma, non sono giunti da Menlo Park tentativi di accordarsi col Fisco. La Big Tech Usa teme probabilmente richieste analoghe dagli altri Stati europei

Apr 2, 2025 - 16:18
 0
Perché Meta fa marameo al fisco italiano?

Lo scorso dicembre, alla chiusura delle indagini, Meta aveva dichiarato di essere “fortemente in disaccordo” con il teorema accusatorio che dà un peso specifico monetario agli iscritti ai suoi social: anche per questo, insomma, non sono giunti da Menlo Park tentativi di accordarsi col Fisco. La Big Tech Usa teme probabilmente richieste analoghe dagli altri Stati europei

Con la fine di marzo è scaduto il termine per aderire all’accertamento con adesione davanti all’Agenzia delle entrate che ha contestato a Meta un’omessa dichiarazione dell’Iva, con mancato pagamento della stessa nel periodo tra il 2015 e il ’21, per un totale di 877 milioni di euro.

VERSO LO SCONTRO IN AULA

Come era prevedibile il colosso dei social fondato e guidato da Mark Zuckerberg si appresta quindi a intavolare una battaglia fatta di carte bollate nel tentativo di ottenere una giurisprudenza favorevole, da far valere eventualmente anche nel resto d’Europa se fosse chiamato, con logiche simili, a saldare l’imposta sul valore aggiunto.

Nel frattempo, si legge sul Sole24Ore, sul fronte penale si profila una richiesta di rinvio a giudizio per i due “director” di Meta Platforms Ireland Limited, già Facebook Ireland Ltd, ossia la costola irlandese a cui materialmente, nelle indagini dei pm di Milano Giovanni Polizzi, Giovanna Cavalleri e Cristian Barilli e del Nucleo di polizia economico finanziaria della Gdf milanese, è stata contestata la presunta maxi evasione fiscale.

Secondo le indagini della Gdf in collaborazione con l’Agenzia delle Entrate, infatti, Meta Platforms Ireland Limited, attraverso i due canali social, avrebbe offerto “servizi digitali agli utenti” italiani “in cambio dell’acquisizione e gestione per fini commerciali dei dati personali” di ciascuno e “delle informazioni inerenti relative alle interazioni sulle piattaforme”.

LA TESI ARDITA DEL FISCO CONTRO META

Per Fiamme gialle e magistratura requirente ci sarebbe stata una “permuta tra beni differenti” che deve essere tassata attraverso l’Iva. Invece, i rappresentanti di Meta, secondo le accuse, per “evadere l’imposta”, a loro giudizio non dovuta, non avrebbero presentato “le dichiarazioni relative” a sette anni.

Insomma, secondo la tesi tutta italiana gli iscritti gratuiti rappresentano comunque per i gestori una fonte di reddito, dal momento che gli internauti cedono i loro dati che vengono monetizzati dalle piattaforme con inserzioni pubblicitarie su misura.

QUANDO IL DATO E’ L’UTENTE

L’idea è ardita, ma è stata in realtà suggerita al Fisco proprio dalle piattaforme di Mark Zuckerberg ed Elon Musk quando hanno iniziato a predisporre abbonamenti a pagamento, mettendo nero su bianco che coloro che avessero voluto continuare a usufruire dei servizi in modo gratuito che avrebbero allora “pagato” coi propri dati.

Un escamotage cui le Big Tech Usa hanno fatto ricorso essenzialmente per non infrangere le norme europee – sempre più restrittive – sull’uso dei dati dei propri iscritti, ma che di fatto ha evidenziato un business model rimasto fino a quel momento nell’ombra. Potrebbe essere il classico sassolino che, ruzzolando, dà il via a smottamenti assai più importanti. Del resto subito dopo Meta è stata avviata l’indagine fiscale tutta italiana che ha portato la Procura di Milano a formulare anche nei confronti dell’ex management di X (ai tempi si chiamava Twitter) l’ipotesi di “dichiarazione infedele” bussando alla porta della società ora di Elon Musk per chiedere indietro 12,5 milioni di euro.