Perché l’Ue tampona Byd in Ungheria

I rapporti tra l'Ue, l'Ungheria di Orban e la Cina rischiano di inasprirsi se dovesse essere confermata la nuova indagine di Bruxelles su Byd per presunti aiuti di Stato. Ma il marchio avrebbe problemi anche in Messico. 

Mar 20, 2025 - 14:11
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Perché l’Ue tampona Byd in Ungheria

I rapporti tra l’Ue, l’Ungheria di Orban e la Cina rischiano di inasprirsi se dovesse essere confermata la nuova indagine di Bruxelles su Byd per presunti aiuti di Stato. Ma il marchio avrebbe problemi anche in Messico. 

 

“Non ci sorprende: è noto che ogni investimento che viene effettuato in Ungheria appare sul radar della Commissione molto rapidamente e che la Commissione segue con raddoppiata attenzione ogni decisione di aiuto di Stato che viene effettuata in Ungheria”. I rapporti tra l’Ungheria di Viktor Orban e la Ue rischiano di deteriorarsi ulteriormente. Questa volta al centro del contendere non ci sono né i diritti civili né il sostegno a Kyev ma l’impianto che la cinese Byd ha aperto nel Paese magiaro per aggirare i dazi europei. Quelle infatti sono le parole del ministro ungherese per l’Europa, Janos Boka, in merito alla notizia anticipata dal Financial Times di un’indagine di Bruxelles circa l’esistenza di sussidi illeciti che il marchio potrebbe aver ricevuto da Pechino per aprire il suo primo impianto del Vecchio continente.

BYD UNGHERIA
Byd è un investitore importante per l’Ungheria, come dimostra il materiale presente sul sito di Orban

L’INDAGINE SU BYD METTE A RISCHIO I RAPPORTI CON CINA E UNGHERIA

Una indagine che, oltre a logorare i rapporti con l’Ungheria, rischia di danneggiare ulteriormente anche quelli con la Cina. Del resto Alfredo Altavilla, Special Advisor Europa del gruppo orientale, non lo ha mai nascosto: il gruppo farà investimenti solo nei Paesi amici del Dragone. “L’Italia è ancora in corsa – ha spiegato recentemente a Quattroruote parlando del progetto di una terza gigafactory sul suolo comunitario -, ma difficilmente andremo in un Paese poco amico delle auto cinesi. Certo, tutto può ancora cambiare: è auspicabile trovare modi di collaborazione tra player cinesi ed europei”.

COSA RISCHIA IL COSTRUTTORE CINESE

Al momento sull’indagine si sa ben poco: la Commissione europea avrebbe aperto un fascicolo per accertare presunte sovvenzioni estere per l’impianto Byd. Più che il fatto in sé saranno le conseguenze ad avere un peso specifico nel ginepraio politico interno ed esterno alla Ue appena ricordato: se dovesse emergere che l’azienda cinese ha beneficiato di aiuti di Stato considerati vietati in Europa in quanto alterano il gioco della concorrenza (le aziende europee non possono ricevere sussidi dai rispettivi Paesi), Byd potrebbe essere costretta come misure riparatrici e riequilibratrici a vendere alcune attività, ma anche a frenare la propria capacità produttiva, a restituire le sovvenzioni oltre al possibile pagamento di una sanzione.

LA CORSA DI BYD PER PRIMEGGIARE IN EUROPA

Una grana non di poco conto per il colosso asiatico che dal 2022 ha messo nel mirino il mercato europeo finora presidiato con 250 punti vendita in 19 Paesi del Vecchio continente. I dazi di Bruxelles hanno accelerato la costruzione dei primi due impianti, in Turchia e in Ungheria, entrambi considerati “amici” di Pechino. Per lo stesso motivo per il futuribile terzo hub già ventilato voci di stampa lo danno localizzato in Germania, che ha mantenuto una posizione pro-Cina riguardo ai dazi. Mentre l’Ue lo è sempre meno.

LA CONTROFFENSIVA SUI DAZI

Byd, assieme alle connazionali Geely e Saic, negli ultimi mesi ha depositato il materiale necessario per avviare una causa sui dazi maggiorati che dallo scorso autunno gravano sui produttori di auto elettriche accusati di concorrenza sleale in Europa avendo ricevuto aiuti di Stato in casa propria per vendere le loro auto elettriche nei 27 Paesi membri Ue. La Casa del Guangdong con la novella autunnale alla dogana deve aggiungere dazi del 17% alla tariffa base preesistente del 10%.

NON SOLO UNGHERIA, BYD HA PROBLEMI ANCHE IN MESSICO

Ma ci sarebbero anche problemi al di là dell’oceano, in Messico. E non riguarderebbero i dazi che Trump vuole mettere alle merci che oltrepassano la frontiera sud degli Stati Uniti. Il governo cinese avrebbe rinviato l’approvazione del progetto per la realizzazione di un impianto nel Paese temendo che il Messico, in cerca di sponde col nuovo inquilino della Casa Bianca, trasferisca il know-how recepito dai cinesi agli statunitensi. Inoltre, il partito comunista al potere, che ha poteri di veto sui progetti di espansione delle imprese nazionali, starebbe esercitando pressioni, sempre secondo il FT, perché gli investimenti siano focalizzati sui Paesi, come l’Ungheria, che stanno dando un contributo alla “Belt and Road Initiative”, ovvero la replica su scala globale la Via della Seta di epoca medievale.