Operai in piazza a Genova: “Salario minimo segno di civiltà. E sull’Europa: “Soldi per armi? Schifo”
Non solo le ragioni dello sciopero per il rinnovo del contratto nazionale di categoria. Nel lungo corteo che ieri ha attraversato Genova, è emersa anche la preoccupazione per salari sempre più distanti dall’inflazione e per una corsa agli armamenti che, da questa piazza, non lascia presagire nulla di rassicurante. Tra le voci raccolte dalla piazza […] L'articolo Operai in piazza a Genova: “Salario minimo segno di civiltà. E sull’Europa: “Soldi per armi? Schifo” proviene da Il Fatto Quotidiano.

Non solo le ragioni dello sciopero per il rinnovo del contratto nazionale di categoria. Nel lungo corteo che ieri ha attraversato Genova, è emersa anche la preoccupazione per salari sempre più distanti dall’inflazione e per una corsa agli armamenti che, da questa piazza, non lascia presagire nulla di rassicurante. Tra le voci raccolte dalla piazza genovese, le ragioni dell’agitazione a livello nazionale: “Protestiamo perché un milione e mezzo di metalmeccanici hanno conquistato un contratto tre anni fa, che prevedeva un recupero parziale dell’inflazione. Vogliamo mantenerla”, spiega Armando Palombo, Rsu Fiom di Acciaierie d’Italia (ex Ilva).
La richiesta di un adeguamento salariale che tenga conto dell’aumento del costo della vita traduce sul concreto i risultati emersi qualche giorno fa dal report dell’Organizzazione internazionale del lavoro delle Nazioni Unite, che collocava l’Italia all’ultima posizione tra i paesi industrializzati del G20 per retribuzioni e potere d’acquisto. “I salari non tengono il passo – spiega un impiegato, delegato Fiom a Leonardo – dal 2008, di fatto, i salari nominali, pur salendo, in realtà, contando l’inflazione, stanno diminuendo”. A manifestare sono impiegati, tecnici, operai e quadri. Tutti colpiti dalla stessa dinamica: “Per tutti i livelli, la questione salariale non tiene il passo rispetto all’inflazione”.
Se la contrattazione collettiva non sempre riesce a tutelare adeguatamente i compensi, un salario minimo sarebbe particolarmente utile per tutte le categorie oggi escluse dalla contrattazione nazionale. “C’è tanto precariato. Gente che lavora nelle aziende da 30 anni e non ha gli stessi diritti di quell’azienda, perché ovviamente li pagano meno attraverso ditte satellite che sono dentro”. Chi manifesta oggi sa in qualche modo di potersi permettere una contrattazione sindacale, a fronte di un mondo del lavoro precario e somministrato sempre meno tutelabile: “Il salario minimo, soprattutto nei settori non sindacalizzati, è fondamentale. L’Italia ha il 95% delle imprese sotto i 15 dipendenti: come negli altri paesi europei, avere un salario minimo sarebbe un segno di civiltà, un aiuto anche per fissare una base alle contrattazioni collettive”.
Anche quando le aziende, come in questi ultimi anni, fanno utili, “i salari medi restano inchiodati e i benefici dell’aumento di produttività vanno agli azionisti – si sfoga un lavoratore Ansaldo –. Si potrebbe definire una particolarità italiana: anziché investire su macchine, mezzi di produzione e qualità del lavoro, fai utili comprimendo i salari”. Oltre alla tutela salariale, emerge la necessità di contrastare la contrattazione pirata: “Bisogna debellare i cosiddetti ‘sindacati gialli’ – commenta Antonio Apa per la Uilm –, organizzazioni pseudo-sindacali che non hanno autonomia né autorità, e purtroppo invece lo fanno da pirati firmando contratti al ribasso”.
Tra i metalmeccanici, il senso di ingiustizia è profondo. “Abbiamo inserito nello scorso contratto nazionale una clausola di recupero parziale dell’inflazione che rappresenta proprio l’argine minimo. Ma non è mai abbastanza. E comunque non è per tutti”. La rabbia esplode anche davanti agli investimenti pubblici nel settore militare, che pure vengono annunciati come fonte di possibile produttività per l’industria bellica e ‘dual-use’. “Qui c’è Leonardo, che negli ultimi anni ha fatto profitti record – spiega un delegato –. Ma i salari reali non tengono il passo, nonostante gli aumenti nominali, il potere d’acquisto non regge l’inflazione”. Più in generale, lo spostamento di finanziamenti dall’automotive al comparto bellico e la possibilità di fare debito non sembra una scelta lungimirante: “Chi si illude che le politiche di riarmo abbiano delle ricadute economiche, tecnologiche e occupazionali, dice di fatto una falsità – spiega Gianni Alioti della Fim Cisl –. A fronte di poche aziende che aumentano i loro profitti, assistiamo a una sottrazione di risorse immensa da altri settori, soprattutto nel campo dell’educazione e della sanità. Quando parliamo di spese militari, è sempre un gioco a perdere”.
Da quasi un anno questi lavoratori metalmeccanici attendono che Federmeccanica e Assistal diano seguito alle trattative interrotte lo scorso novembre, mentre il confronto riguardava anche questioni normative, oltre che salariali. Prosaicamente, le imprese propongono aumenti inferiori (173 euro lordi medi mensili da fine 2028, contro i 280 richiesti per il triennio 2024-2027). Ai ripetuti cori rivolti a Confindustria, si unisce il sarcasmo verso il piano ReArm Europe: “Guarda che cosa dobbiamo fare qua per rinnovare un normalissimo contratto nazionale – commenta un lavoratore dell’Unione sindacale di base, in corteo in solidarietà con i colleghi rappresentati dai sindacati confederali –. E poi tirano fuori l’ipotesi di 850 miliardi per il riarmo. Come ci si può fidare? Voi lo comprereste un motorino usato dalla Von der Leyen? Io no”.
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