Lo Stato paga (e meno male!) i cocci delle tlc che ha distrutto

La privatizzazione delle telecomunicazioni italiane – la più sciagurata tra le svendite trafelate “commesse” negli Anni Novanta da un gruppo di anti-italiani per inseguire l’aggancio all’euro sin dalla prima fase – ha impiegato poco meno di trent’anni per tornare sui suoi passi: e meno male, perché lo Stato, avendo finalmente assecondato l’uscita dei francesi di […] L'articolo Lo Stato paga (e meno male!) i cocci delle tlc che ha distrutto proviene da Economy Magazine.

Mar 30, 2025 - 11:53
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Lo Stato paga (e meno male!) i cocci delle tlc che ha distrutto

La privatizzazione delle telecomunicazioni italiane – la più sciagurata tra le svendite trafelate “commesse” negli Anni Novanta da un gruppo di anti-italiani per inseguire l’aggancio all’euro sin dalla prima fase – ha impiegato poco meno di trent’anni per tornare sui suoi passi: e meno male, perché lo Stato, avendo finalmente assecondato l’uscita dei francesi di Vivendi (che gusto, contarne le minusvalenze!) dal capitale di Tim a favore delle Poste, torna a essere primo azionista dell’azienda che si chiamò Sip e fece grande l’Italia telefonica. Torna primo azionista attraverso un’azienda sana e dinamica e pone un’ipoteca positiva sulla possibilità di salvare il salvabile dei telefoni nazionali.

Però sono questi gli snodi che la cronaca tende a liquidare in poche righe e che invece la storia deve riclassificare affinchè siano di lezione e collochino dove devono stare personaggi e interpreti delle scelte di un tempo.

Ricordiamo brevemente lo stato dell’arte e le sue premesse. Il gruppo Stet-Telecom Italia venne privatizzato dal governo Prodi fondendo le due aziende e cedendo, per l’inezia di 26 mila miliardi di vecchie lire, un insieme che dopo appena due anni sarebbe stato valutato il quadruplo dagli scalatori dalemiani che nel ’99 l’acquisirono con l’offerta pubblica d’acquisto più ricca d’Europa.

La privatizzazione delle telecomunicazioni allora più avanzate d’Europa, rese tali dalla guida illuminata di Ernesto Pascale alla Stet e di molti bravi manager alla Sip (poi ribattezzata Telecom Italia) fu la mossa più eclatante di una campagna di svendite impostaci da uno scellerato accordo del ’93 tra Beniamino Andretta, allora ministro degli Esteri nel governo Ciampi, e il Commissario Europeo alla concorrenza Karel Van Miert.

In sostanza, a valle dell’esplosione dei debiti nel bilancio dell’Iri e dell’Efim, due degli enti delle Partecipazioni statali, Bruxelles impose all’Italia – che non seppe contrastare il diktat – di abbattere questi debiti senza emettere ulteriori titoli di Stato ma privatizzando aziende pubbliche.

L’Italia, del resto, era reduce dalla disastrosa (per certi aspetti, non per tutti) svalutazione della lira del ’92, con la maxi-stangata della manovra finanziaria emergenziale varata dal governo Amato, che incluse la pseudo-patrimoniale secca del prelievo del 6 per mille dai conti correnti degli italiani. Eravano i grandi imputati d’Europa per dissipazione di denaro pubbico, un po’ come fu la Grecia nell’autunno del 2009. Insomma, emergenza era, ed emergenzialmente si procedette. Male, però: malissimo. Svendendo pur di fare cassa. Tagliando fuori – per l’odio che le riservava Prodi – Mediobanca e il suo deprecabile ma efficiente sistema di potere, e mettendo il grosso dei “gioielli di famiglia” nelle mani di acquirenti stranieri. Non solo Telecom ma anche Autostrade, Autogrill, Aeroporti di Roma… di tutto.

La nostra posizione di debolezza finanziaria indusse la politica italiana ad accettare condizioni capestro, di tempi e modi quasi inaccettabili: e quella fase politica fu guidata da un nucleo di leader sostenuti dal Pd dalemiano, che salirono al potere dopo (e grazie a) Tangentopoli, con l’etichetta di “Ulivo”, accrocchio politico di sinistra-centro ideato appunto da Andreatta e guidato a Palazzo Chigi da Prodi.

Dunque Telecom fu svenduta. Il suo controllo fu virtualmente affidato agli Agnelli, al quale non importava nulla, che però ne guidarono per breve tempo il piccolo nucleo di soci stabili, con un pacchettino azionario di appena il 6%. Inadeguato ad assicurare stabilità proprietaria. E di fatti nell’inverno del ’99 una cordata di scalatori capeggiata dal bravo manager Roberto Colaninno ma autorizzata, se non architettata, dal governo D’Alema, lanciò l’Opa che ebbe successo. Peccato che i debiti contratti dagli scalatori per finanziare l’Opa finirono puntualmente, attraverso una serie di complesse operazioni finanziarie, ad essere tutti scaricati nelle stesse società scalate, ossia Telecom Italia e Telecom Italia Mobile, oggi Tim, impiombandole. La ricca redditività generata dalle aziende doveva infatti retribuire innanzitutto i creditori e poi gli azionisti, con pingui dividendi. Per investire, non rimaneva quasi nulla.

Quindi: primo errore, la privatizzazione fatta a quei prezzi e in quel modo, ossia cedendo non solo la società di servizi ma anche la proprietà della rete; secondo errore: aver autorizzato l’Opa, con il consenso (indispensabile) della Banca d’Italia e del Tesoro, guidato dallo stesso Draghi.

Gli scalatori di Telecom dopo due anni vendettero l’azienda alla Pirelli, con un’operazione in parziale evasione fiscale (poi perseguita). Tronchetti la gestì in modo dinamico, pur se contestato soprattutto per la discutibile fusione societaria che l’imprenditore promosse tra Telecom Italia (telefonia fissa) e Tim (mobile). Ma il sistema iniziò a cannoneggiare Tronchetti, anche con l’oggettiva concomitanza (?) di indagini giudiziarie a suo carico per farneticanti accuse di dossieraggi a lui addebitati, tutte risoltesi in archiviazioni, assoluzioni e evaporazioni varie, sabotando però una sua visionaria idea di alleanza con Sky: sarebbe stata una vendita all’estero, certo, ma ispirata a una logica industriale avanzata…

La proprietà passò a un nuovo nucleo di soci, con dentro Mediobanca a sostenere la leadership di Telefonica, colosso spagnolo che voleva solo bloccare la crescita di Telecom in Sudamerica (altro gravissimo errore italiano). Questa fase si trascinò di male in peggio, fino all’avvento di Vivendi nel capitale: l’obettivo dei francesi era fare sinergie tra il gruppo telefonico e le proprie attività mediatiche, ma pretendevano di fare le nozze coi ficchi secci, e commisero un’altra sequela di errori gestionali, tradottosi oggi in una perdita finanziaria stimabile in 2 miliardi di euro per la loro avventura nel capitale dell’azienda: un bello smacco per la “grandeur” della famiglia Bollorè, proprietaria di Vivendi. Industrialmente, nulla di utile.

Oggi, vien da dire: finalmente!, l’avvento delle Poste, che ha già ben iniziato e da molti anni la propria diversificazione nei servizi telefonici con il suo operatore virtuale mobile, PosteMobile, e potrebbe fondersi con le attività italiane di Iliad (ancora Francia, ma molto più smart di Vivendi).

Importante: nel frattempo, la rete di trasmissione telefonica di Tim è stata venduta, neanche un anno fa (1° luglio 2024) a Fibercop, una società controllata dal fondo americano Kkr, ma partecipata dal Tesoro con il 16%. Come tutti i fondi, Kkr vorrà presto uscire dal controllo, costatole 18 miliardi, e bisognerà vedere chi comprerà.

Una cosa è chiara: dalla privatizzazione dei telefoni gli interessi italiani sono stati solo danneggiati. La proprietà della rete è strategica per il Paese, e il transito di Kkr è di breve periodo. Oggi i servizi telefonici sono di nuovo in mani pubbliche, la rete solo in parte. Potrebbe valer la pena ripristinare del tutto la status quo ante, la situazione precedente la privatizzazione, riunificando Tim e Fibercop? Forse, ma forse ad oggi è infattibile.

Comunque tutti gli autori di questo vero e proprio scempio che è la parabola di Telecom – da leader mondiale a gruppetto macilento – dovrebbero essere eternamente biasimati ed emarginati per gli errori commessi e invece hanno rivestito e in qualche caso ancora rivestono ruoli chiave. Per fortuna ci sta pensando il tempo a farli da parte – come peraltro il tempo fa con chiunque; a meno di non voler considerare “presenza attiva” biliosi predicozzi su Ventotene o inconcludenti progetti sulla competitività europea…

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