Giulia Petrungaro: il ritorno al cinema con “Cercando Itaca”
Giulia Petrungaro in un viaggio tra identità e origini calabresi. "Il mio Itaca è un percorso, non una destinazione" L'articolo Giulia Petrungaro: il ritorno al cinema con “Cercando Itaca” proviene da Globalist.it.

di Alessia de Antoniis
Con uno sguardo che cattura e una presenza scenica che non passa inosservata, Giulia Petrungaro incarna il fascino del grande schermo: intenso, espressivo, capace di raccontare storie ancor prima che le parole prendano forma. Nata in Calabria, ha saputo conquistare il pubblico italiano con ruoli che spaziano dal dramma alla commedia, dimostrando un talento versatile e una presenza scenica che lascia il segno. L’abbiamo vista diventare una delle protagoniste della fiction “L’Onore e il Rispetto”, per poi entrare nella quotidianità degli spettatori con “Il Paradiso delle Signore Daily” nel ruolo di Elena Montemurro. E ancora, in serie di successo come “Blanca 2”, “Che Dio ci Aiuti 7” e “Il Maresciallo Fenoglio”.
Ora, il 3 aprile, torna sul grande schermo con “Cercando Itaca”, il film di Sergio Basso, prodotto e distribuito da Pega Production, che la vede protagonista in un viaggio tra radici e identità, tra passato e presente. Ma chi è davvero Giulia Petrungaro dietro i personaggi che interpreta? Qual è il suo rapporto con il mestiere dell’attore e quali sogni custodisce per il futuro?
Giulia, se dovessi raccontarti senza parlare del tuo lavoro, cosa diresti di te?
Credo di essere una persona sana di mente il più delle volte, mi piacciono le cose semplici e vivo di cose semplici. Conosco l’ironia… Credo di avere cognizione di ciò che accade intorno a me e questo mi ha permesso di cadere in piedi quasi sempre – il quasi è importante – Amo ritagliarmi i miei spazi, la solitudine a volte è una necessità. E mi piacciono le persone.
Se dovessi descriverti con una scena di un film, quale sceglieresti?
Beh direi Jim Carrey nella scena del giornalista impazzito in “Una settimana da Dio” e aggiungerei, restando in tema, The truman show, la scena della tempesta. Rispecchia me dallo psicologo.
Una scena di un film che avresti voluto vivere davvero?
Avendo fatto 16 anni di danza classica e contemporanea ti direi flash dance, soprattutto la scena dell’audizione, per una rivalsa personale
Qual è stata la cosa più inaspettata che hai scoperto su di te facendo questo mestiere?
Che la sensibilità, l’emotività è tangibile.
Qual è stato il momento in cui hai pensato: “Ok, questa è davvero la mia strada”?
Non c’è mai stato un momento particolare, sto bene quando lo faccio.
C’è stato un ruolo o un incontro che ha cambiato il tuo modo di vedere il tuo lavoro?
Tutti i ruoli che ho interpretato mi hanno permesso di crescere. Siamo in costante evoluzione. Forse ho capito che alla base c’è il gioco: giocando diventa tutto più vero. E credo sarà sempre così.
Qual è la cosa più preziosa che hai imparato osservando altri attori o registi al lavoro? E da chi senti di aver imparato qualcosa, anche solo osservandolo/a?
L’unicità della persona. Ci sono attori e registi davvero unici, per uno sguardo o per un’ inquadratura e cerco di prendere tutto ciò che mi piace.
Da chi sento di aver imparato qualcosa non so… è una domanda difficile, forse ci sono troppe risposte. Ho rivisto da poco Ozark, la serie tv statunitense dove Julia Garner interpreta Ruth: è stata un po’ una musa per alcune scene di un personaggio che ho interpretato.
Qual è il consiglio più prezioso che hai ricevuto nel tuo percorso?
Non abituarsi all’approvazione, dargli il giusto peso. Oggi è un sì, domani può non essere lo stesso.
E dalla non approvazione si impara sempre, non si perde mai.
Cosa fai quando hai bisogno di ricaricarti emotivamente?
Mi rilassa rinvasare le piante e comprarne di nuove.
Se il mondo dello spettacolo non esistesse, quale sarebbe il tuo piano B?
Sono laureata in Comunicazione e Marketing, ma avrei fatto l’architetto. Quindi chi lo sa…
Al momento forse partirei.
C’è un progetto che sogni di realizzare, magari qualcosa di completamente diverso da ciò che hai fatto finora?
Sotto l’aspetto lavorativo, vorrei fare un film action estremo tipo Mad Max.
E poi vorrei viaggiare di più.
Quali sono gli aspetti più difficili e meno raccontati di questo mestiere, soprattutto da donna?
Ci sono tanti aspetti difficili, mettersi a nudo per vestire i panni di qualcuno ad esempio, non siamo delle macchine e ci sono volte in cui si fa più fatica per miliardi di motivi. Sottoporsi costantemente al giudizio è un altro aspetto importante, ed è alle volte sfiancante perché siamo già giudicati da noi stessi e se decoriamo il tutto con un’ abbondante dose di insicurezza, raggiungiamo l’apice dell’autolesionismo. Però ci si fa l’abitudine e l’ironia salva.
Posso dire per fortuna che finora ho incontrato delle difficoltà che non hanno differenza di genere ma delle difficoltà che fanno parte dell’essere umano, uomo o donna che sia. Ma so che purtroppo ci sono.
In sala con “Cercando Itaca”. Cosa ti ha colpito di più della storia di Arianna?
Mi ha colpito la sua voglia di amare. Arianna cerca solo un motivo per poter tornare a casa. È una ragazza ingenua e sveglia allo stesso tempo, una ragazza che ha perso tutto. Io non ho mai sentito la solitudine di Arianna e non mi sono mai sentita così persa come Arianna.
E cosa avete in comune?
I sentimenti contrastanti per la terra in cui siamo nate e dalla quale entrambe ci siamo allontanate.
La Calabria e la sua cultura grecanica sono una parte essenziale del film. Qual è il tuo legame personale con questa terra?
Quella che viene raccontata è una Calabria grecanica, dove si parla ancora il greco medievale come dialetto. Io non lo conosco, e neanche i miei nonni e bis nonni lo conoscevano, perché vivevano in una di quelle provincie che si era rifiutata di tramandarlo. Sono nata in Calabria e l’ho vissuta fino si miei 18 anni, è un legame intenso, racchiude tutta la mia infanzia e adolescenza, non si può spiegare a parole.
Arianna ha un rapporto intenso, a volte contraddittorio, con le sue origini. Ti sei mai sentita allo stesso modo riguardo alle tue radici?
Assolutamente sì: io ho vissuto lo stesso conflitto interiore. Ho provato un profondo odio e un amore immenso per la mia terra. Amore per la bellezza del territorio, il mare, i legami… Odio per diverse ragioni forse troppo lunghe da spiegare. Su tutto la mentalità, spesso limitante.
Il film è un omaggio visivo al patrimonio storico-artistico calabrese. C’è un luogo o un momento delle riprese che ti ha colpito particolarmente?
Si, “Cercando Itaca” sarà soprattutto un viaggio nel patrimonio storico-artistico calabrese, abbiamo girato in molti luoghi suggestivi e forse quello che mi è rimasto nel cuore è Riace.
Cosa porti sempre con te della Calabria, anche quando sei lontana?
Il mare.
Se il pubblico potesse portarsi via un solo messaggio dal film, quale vorresti che fosse?
Direi la poesia di Kostantinos Kavafis che citiamo nel film: “Quando ti metterai in viaggio per Itaca, devi augurarti che la strada sia lunga”. Itaca non è una destinazione, ma un modo di vivere i giorni. Tutte le difficoltà cantate prima da Omero e da Kavafis successivamente, non sono incidenti di percorso, ma sono essi stessi il percorso. Ognuno ha la propria Itaca da scoprire
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