Fabio Florindo, nuovo presidente Ingv: “Rischio Myanmar in Italia? Da noi faglie minori”
“Vi spiego cos’è successo nella Sagaing fault”. E sui Campi Flegrei: “Non dobbiamo temere una nuova Pompei. Quell’area è strettamente controllata. Così potenzieremo la rete del monitoraggio”. L’omaggio al ‘padre’ Enzo Boschi: “M’ispiro alla sua visione”

Roma, 30 marzo 2025 - Ma un terremoto come quello di Myanmar e Thailandia si potrebbe verificare anche in Italia? “No e c’è un motivo”, chiarisce Fabio Florindo, 61 anni, geofisico dall’esperienza internazionale, dalla Gran Bretagna all’Antartide, appena nominato presidente dell’Ingv dal ministro dell’Università Anna Maria Bernini.
La storia per punti
- Cosa può accadere in Italia
- Qual è il rischio reale ai Campi Flegrei?
- “Non ci dobbiamo aspettare una nuova Pompei”
- La Puglia continua a tremare: cosa sta succedendo?
- Le ricostruzioni post terremoto in Italia
- I fenomeni della liquefazione e dell’amplificazione
- La visione di Enzo Boschi e il monitoraggio
- Gli ultimi studi in Antartide
Cosa può accadere in Italia
“La faglia che ora tutti citano, la Sagaing fault - spiega il nuovo presidente dell’Istituto di geofisica e vulcanologia -, si estende per oltre mille chilometri, per circa duecento si è rotta con questo sisma. Per fortuna noi in Italia non abbiamo questi sistemi di faglie così importanti, perché poi la magnitudo è legata alla lunghezza della rottura. Anche se nella nostra storia abbiamo avuto terremoti legati a una geodinamica più complessa, ad esempio quello di Messina del 1908 o della Marsica, del 1915, lì siamo arrivati a magnitudo 7.1 e 7”.
Qual è il rischio reale ai Campi Flegrei?
In Italia preoccupano molto i Campi Flegrei. Qual è il rischio reale? “La premessa è che bisogna seguire chi fa davvero un lavoro sul campo, l’Osservatorio vesuviano cura un bollettino continuo del monitoraggio, sismico e geofisico, del sollevamento e dell’abbassamento. Lì ci sono i termini corretti”. “Siamo in un periodo di crisi legata al bradisismo - prosegue Florindo nella sua spiegazione -, il sollevamento della crosta associata a terremoti, com’è accaduto negli anni Settanta. Ora c’è un dibattito sulla profondità reale della camera magmatica. I Campi Flegrei sono un super vulcano, abbiamo a che fare con una caldera che si genera quando c’è una grande eruzione e poi c’è uno sprofondamento perché si verifica lo svuotamento della camera, sotto. Abbiamo avuto delle eruzioni importantissime, la più recente risale a 15mila anni fa, con il tufo giallo napoletano. Prima, 40mila anni fa, c’era stata un’esplosione immane. Fra l’altro, coincide con l’estinzione progressiva del Neanderthal”.
“Non ci dobbiamo aspettare una nuova Pompei”
Ci dobbiamo aspettare una nuova Pompei? “No, no. Quella è un’area molto monitorata. C’è stato uno sciame sismico a febbraio. Subito dopo, ha ripreso il sollevamento di Pozzuoli in particolare, con 3 cm al mese, prima era di 1 cm. Nell’ultima eruzione importante del 1538 di Monte Nuovo, c’è stata una fase di sollevamento nei due secoli precedenti, di 14 metri fino a un picco di 19”. Ma, mette in chiaro il presidente Florindo, “le eruzioni non sono come i terremoti, c’è un margine di tempo per intervenire. Le allerte, di grado diverso, sono legate al monitoraggio, se c’è un aumento della sismicità, del sollevamento, se cambiano i gas legati ai fluidi magmatici. Ci sono segnali importanti, l’eruzione non arriva d’improvviso, come a Pompei. Invito tutti ad informarsi”.
La Puglia continua a tremare: cosa sta succedendo?
Anche la Puglia continua a tremare. Cosa ci aspetta? “Naturalmente i terremoti, come si sa, non si possono prevedere, allo stato attuale delle conoscenze. Ci sono tante condizioni di contorno diverse. La geologia, lo spessore della crosta, il tipo di attività...”. Cosa ci salva dai terremoti?
Qual è la carta vincente da giocare? “Costruire gli edifici seguendo le stime di accelerazione previste nelle mappe di pericolosità - è netto il geofisico -. Come si dice spesso, non ti uccide il terremoto ma la casa che ti cade addosso perché non rispetta le norme antisismiche”.
Le ricostruzioni post terremoto in Italia
Si dice che l’unica ricostruzione davvero virtuosa in Italia è stata dopo il sisma del Friuli, nel 1976. È d’accordo? “Sì, anche se stanno facendo lavori importanti altrove, ad esempio all’Aquila”. Perché le ricostruzioni sono così lunghe? “Anche per il nostro patrimonio storico, i paesi medioevali. Davvero non è semplice”. Sul fronte della prevenzione, “come Ingv facciamo molta attività, eventi nelle scuole e nelle piazze, per spiegare come bisogna agire”.
I fenomeni della liquefazione e dell’amplificazione
Anche in Italia dopo le scosse si sono verificati fenomeni di liquefazione dei terreni e di amplificazione. “Nel primo caso dipende dai sedimenti di argille e sabbie imbevute di acqua. Quando ci sono le scosse, il sedimento diventa come fluido, come un liquido. Quindi se c’è sopra un edificio, cede il terreno sotto”.
La visione di Enzo Boschi e il monitoraggio
Ha iniziato nel ’91, c’era Enzo Boschi. “La cosa più importante? Far fare esperienza ai ricercatori più giovani nei grandi centri internazionali. Questa era una delle strategie che usava il professore, che è stato il padre del nostro istituto. Un visionario”. Lei vuole tornare a quei progetti?
“Sì, io penso che sia una cosa importante. Fare esperienza e confrontarsi con i colleghi stranieri, soprattutto all’inizio, è come concentrare dieci anni in uno”. Tra i primi compiti: “Devo iniziare con i gruppi che gestiscono le reti di monitoraggio sismico, capire da loro, sul campo, quali sono le implementazioni possibili. Devo fare una verifica per vedere se ci sono stazioni da sostituire, da infittire in alcune zone più critiche, oggi ne abbiamo 500 sparse su tutto il territorio nazionale. E abbiamo anche altre reti per la parte vulcanica e geochimica. Da lunedì, almeno per una settimana, inizieremo le riunioni per capire quali sono le migliorie che possiamo apportare al nostro sistema. Che è poi la parte centrale del nostro istituto”.
Gli ultimi studi in Antartide
Il nuovo presidente dell’Ingv ha una lunga esperienza scientifica internazionale, da Southampton (Regno Unito) all’Antartide. Cos’ha capito, nella terra dei ghiacci? “Tra gli ultimi progetti di ricerca ho lavorato sul permafrost. In quel continente ci sono valli enormi senza ghiaccio, vedi proprio il suolo. L’idea è nata così, mi sono detto: perché non usiamo le sonde usate per verificare se c’è emissione di anidride carbonica e metano? I primi risultati delle ricerche mettono in luce proprio questo, inizia l’emissione di CO2 anche da lì”.