Ciò che stiamo vivendo supera la distopia. Dobbiamo resistere e tornare a essere partigiani.
Non sappiamo in termini pratici che forma prenderà la Resistenza, ma di certo dovrà essere un movimento di massa, possibilmente internazionale. Ogni giorno dovrà essere il nostro 25 aprile, ogni violenza dovrà trovare la nostra risposta indignata e la proposta di un’alternativa. Dobbiamo vigilare sui pilastri democratici del Paese, perché resistere vuol dire non soccombere e ricordare a chi ci governa che siamo una Repubblica antifascista e che, non essendo come loro, non smetteremo mai di essere di nuovo partigiani. L'articolo Ciò che stiamo vivendo supera la distopia. Dobbiamo resistere e tornare a essere partigiani. proviene da THE VISION.

Siamo circondati da tanti “figli del secolo”. In Italia, in Europa e nel mondo il neofascismo è uscito dall’anacronismo per divenire prassi, base purtroppo solidissima per la costruzione di governi poco inclini ai paletti democratici che per anni sono serviti da anticorpi contro il ritorno di questo morbo. Saltata la prima barriera di protezione, probabilmente il senso d’incredulità, i figli del secolo – o del nuovo millennio – hanno trovato corridoi vuoti dove poter sfrecciare in direzione del potere. Chi in passato tentava di evitare questo scenario veniva accusato di vedere fantasmi ovunque, di essere ossessionato dal “fascismo in assenza di fascismo”. Ora che la presenza è tangibile, per usare le parole di uno storico romano “concedetemi un po’ di paura”.
Ciò che stiamo vivendo ha ormai superato la distopia. Abbiamo l’uomo più ricco del mondo come braccio destro del presidente degli Stati Uniti. Già di per sé è un campanello d’allarme; se poi come esordio nelle istituzioni si presenta facendo saluti romani e invitando i tedeschi a votare i neonazisti alle elezioni, forse il corso degli eventi sta prendendo una piega poco auspicabile. Noi in Italia abbiamo già subito – scelto democraticamente, ancora peggio! – l’arrivo della fiamma tricolore tra i piani alti di Roma, con un parlamento ormai esautorato e una premier che quando si presenta in aula lo fa per oltraggiare pilastri della storia europea, come il manifesto di Ventotene. A questo aggiungiamo il fatto che siamo a un passo dallo Stato di Polizia, che vengono presentati ddl che discriminano su base etnica, che da Repubblica delle banane siamo diventati Repubblica dei manganelli. Sembra tutto inarrestabile, una valanga che continua a crescere in velocità e dimensione. Eppure una soluzione dovrà pur esserci. Se abbiamo già conosciuto, seppur in versione diversa, questo morbo, allora è doveroso ricordare come è stato debellato. È giunto il tempo di ricordare ai figli del secolo che la Resistenza non è mai finita.
È bene partire dalle premesse. Nessuna forma di violenza può essere giustificata, per lo stesso motivo per cui il modo per combattere il capitalismo non è uccidere i ricchi. Sebbene sui social abbia trovato la solidarietà di diversi gruppi di persone, il metodo Luigi Mangione non può e non potrà mai essere tollerato all’interno degli Stati democratici. E così la Resistenza che prima o poi riporteremo in auge non dovrà sfociare nel sangue o basarsi su piani di vendetta politica e sociale. Esistono tanti altri modi per contrastare gli autoritarismi. Il primo può essere associare la parola “partigiano” non a un ricordo immobile nel tempo, ma a una lezione che in caso di necessità può essere attuata. Per anni abbiamo pensato alla Resistenza con gli occhi di un’operazione-memento, un omaggio commosso ai nostri nonni che consumavamo con una tesserina dell’Anpi. Anche perché pensavamo che certi eventi non sarebbero più capitati. Anpi che nel mentre si è evoluta, ha perso fisiologicamente quasi tutti i partigiani che hanno combattuto durante la Seconda guerra mondiale e, in alcuni casi, ha persino faticato a distinguere l’invaso dall’invasore (vedasi Ucraina e Russia). Essere partigiani però non è una sigla: a modo loro lo erano anche Spartaco, i combattenti contro le forze napoleoniche in Prussia, persino alcune figure descritte da Tolstoj in Guerra e pace. Tocca solo capire cosa voglia dire concretamente essere partigiani oggi, nel 2025.
Avendo già escluso atti di violenza, gli altri mezzi possibili per portare avanti una Resistenza sono le disobbedienze civili, i boicottaggi e il ritorno nelle piazze. Quest’ultima opzione rischia di trasformarsi in un’azione di partito, con tutte le forze politiche d’opposizione già pronte ad appropriarsi di una battaglia e del suo significato. I partigiani di ottant’anni fa non avevano per forza un colore politico, potevano essere persino cristiani centristi. Li accomunava l’antifascismo. Oggi dovrebbe essere lo stesso, e abbiamo altri mezzi per esprimere il dissenso, nonostante il governo voglia metterlo a tacere. Colpire per esempio non una persona, ma le attività che porta avanti e che usa come strumento di potere – e di sopruso. C’è già stato un piccolo esodo dal fu Twitter, ora X, come protesta contro Elon Musk. No, trasferirsi su Bluesky o social affini non renderà il mondo un posto migliore, ma da qualche parte bisognerà pur cominciare. Il punto è che la Resistenza italiana è avvenuta a disastro inoltrato, quando già i cittadini si erano accorti dell’abbaglio di un Ventennio. Adesso non siamo in quella situazione, non abbiamo le bombe sopra la testa, le notti dei cristalli e i treni per la notte più buia. Gli attuali figli del secolo hanno ancora il consenso dalla loro parte. I sondaggi dicono che Meloni non perde terreno, le elezioni che le destre di tutto il mondo attecchiscono sui popoli. In qualche modo siamo negli anni Venti, ma del secolo scorso.
È dunque difficile creare una Resistenza quando il partito più votato è quello che i partigiani odierni dovrebbero contrastare. Allo stesso tempo gli statunitensi non hanno alcuna intenzione di tornare indietro di un paio di mesi e votare una persona che non sia Donald Trump, anche se quest’ultimo parla di deportazioni, vuole cacciare i palestinesi dalle loro case, appropriarsi di Gaza e renderla la sua Gardaland. E se AfD ha fatto il botto alle elezioni in Germania, la scelta è stata del popolo tedesco. Viene dunque difficile immaginare un gruppo compatto di disobbedienti, di boicottatori, di resistenti contro qualcosa che si è scelto di avere al comando. Ciò che, almeno in Italia, dovremmo prendere in considerazione è che la nazione non è meloniana. Fratelli d’Italia ha ottenuto il 26% delle preferenze con un’affluenza del 63%. Si traduce in 7 milioni di voti. A questi possiamo pure aggiungere quelli ottenuti dagli altri partiti della coalizione di centrodestra, raggiungendo i 12 milioni di voti. Lega e Forza Italia, stando alle ultime elezioni in Europa e nelle regioni italiane, ne hanno persi parecchi, ma anche se fermassimo la clessidra alle elezioni del 2022 avremmo circa 48 milioni di italiani contrari al governo attuale. Non siamo quindi una minoranza, anche se al momento è ancora silenziosissima.
Per renderla rumorosa occorrerebbe intanto informarsi sulle azioni del governo e sulle alleanze intrecciate con altri leader mondiali. Non è facile al tempo dei social, se i protagonisti del governo preferiscono i post su Instagram agli interventi in parlamento, le ospitate dai giornalisti amici alle conferenze stampa. I social non hanno mediatori, i politici possono raccontare la loro storia – vera o falsa che sia – senza alcun tipo di contraddittorio. Dunque Meloni può far credere al proprio elettorato di aver ottenuto traguardi mai raggiunti, o al limite trincerarsi nel vittimismo di fronte alle nefandezze dell’esecutivo. A quanto pare funziona. Ciò che dunque non ci rende partigiani oggi è la mancanza del proselitismo, la capacità di comprendere il tempo che stiamo vivendo per poter far svegliare le coscienze. Siamo dunque scoraggiati, pensiamo che sia inutile portare avanti qualsiasi battaglia contro i figli del secolo perché tanto hanno ancora un appoggio numericamente imponente. Eppure all’inizio anche i nostri nonni si raggruppavano in gruppetti isolati tra gli Appennini, clandestinamente e senza la certezza che la loro battaglia avrebbe rovesciato il dominio nazifascista. Non è neanche corretto spiegare a qualcuno come portare avanti una Resistenza che deve partire da un’autoconsapevolezza personale prima di tramutarsi in un fenomeno di massa. È da qui che nasce la paura per il presente e per il futuro: dalla percezione di vivere in un incubo e di non essere compresi. Ci chiediamo come facciano “gli altri” a non accorgersi della ciclicità della Storia, della disumanità di certe azioni politiche, del pericolo che stiamo vivendo dopo aver affidato a certi individui il comando delle nostre nazioni. E la paura, inevitabilmente, porta a isolarsi.
Io non so in termini pratici che forma prenderà la Resistenza, ma di certo dovrà essere un movimento di massa, possibilmente internazionale. Portarlo avanti con i cartelloni che invitano a una nuova piazzale Loreto è controproducente, alimenta il vittimismo della destra e svia il senso dell’essere partigiani oggi. Sarebbe più costruttivo far sentire la nostra voce in modo assordante ma pacifico. Li coglieremmo impreparati, non avrebbero manganelli da sfoderare e post vittimisti da pubblicare. Dobbiamo provare a essere le sentinelle della democrazia, non gli eversivi da gesti sconclusionati e impulsivi. Questo non può che partire dalla memoria. Ogni giorno dovrà essere il nostro 25 aprile, ogni violenza dovrà trovare la nostra risposta indignata e la proposta di un’alternativa. Un tempo c’erano i governi ombra, adesso avremmo bisogno di una galassia ombra, il negativo di ciò che i leader attuali ci propongono in modo tale da differenziarci da loro. Ecco, forse essere partigiani oggi vuol dire questo: non accettare di essere come loro. Dirlo a gran voce, denunciarlo sui giornali non ancora allineati, nelle poche trasmissioni televisive non ancora imbavagliate, nelle piazze e sui social. Una storia su Instagram in cui diciamo di essere diversi da loro non cambierà l’inerzia. Dieci nemmeno, e neanche mille. Quando il numero aumenterà e diventerà così consistente da allarmare chi ci governa, forse il nostro silenzio sarà finito. E se non possiamo rovesciarli possiamo almeno impedire che vadano oltre, nonostante la soglia sembra che sia già stata ampiamente superata. Dobbiamo vigilare sui pilastri democratici del Paese, perché resistere vuol dire non soccombere, non chinare la testa davanti ai vessatori di tutto il mondo. Non possiamo fare altro, ma almeno ricorderemo sempre a chi ci governa che siamo una Repubblica antifascista e che, non essendo come loro, non smetteremo mai di resistere.
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