15 operatori sanitari uccisi dall’esercito israeliano e sepolti in una fossa comune
L’attacco israeliano è avvenuto il 23 marzo ma è venuto allo scoperto solo nei giorni scorsi. Secondo fonti locali è stata un’esecuzione.

- Il 23 marzo l’esercito israeliano ha colpito un convoglio di ambulanze nei pressi di Rafah.
- Nell’attacco sono morti in 15 tra paramedici, soccorritori e personale Onu.
- Per giorni le truppe israeliane hanno impedito il recupero dei corpi, poi ritrovati in una fossa comune.
L’esercito israeliano ha ucciso e sepolto in una fossa comune almeno 15 operatori sanitari che operavano nella Striscia di Gaza. La vicenda è avvenuta il 23 marzo ma è venuta allo scoperto solo negli ultimi giorni, grazie alla denuncia dell’Ufficio Onu per gli affari umanitari (Ocha). Dopo un bombardamento israeliano nei pressi di Rafah, nel sud della Striscia, diversi convogli umanitari si erano recati nelle aree colpite per prestare soccorso. A quel punto sono finiti sotto il tiro di nuovi raid e spari e sono stati raggiunti via terra dai soldati israeliani. Il persone medico è stato poi ritrovato una settimana dopo sepolto in una fossa comune, con segni sul corpo che rimandano a una vera e propria esecuzione.
Secondo i dati dell’Onu, dal 7 ottobre 2023 Israele ha ucciso oltre mille operatori sanitari.
“È stata un’esecuzione”
La Croce Rossa e Mezzaluna Rossa (Ifrc), di cui facevano parte alcuni degli operatori uccisi, ha detto che è stato il più grave attacco ai suoi membri dal 2017. E i dettagli che giorno dopo giorno stanno emergendo su questa storia lo confermano.
Il 21 marzo Israele, che da qualche settimana aveva ripreso i bombardamenti sul nord della Striscia di Gaza dopo due mesi di cessate il fuoco violati unilateralmente, ha ripreso ad attaccare anche il sud, in particolare l’area di Rafah. Il 23 marzo, secondo la ricostruzione dell’Ufficio Onu per gli affari umanitari (Ocha) ripresa dal giornale britannico Guardian, un nuovo attacco ha causato diversi feriti e un’ambulanza è stata mandata sul posto per prestare soccorso. Il mezzo è riuscito a tornare in ospedale con alcuni dei feriti, ma un’altra ambulanza che era stata inviata a sostegno è stata colpita da raid israeliani, che hanno causato la morte dei due paramedici a bordo.
A quel punto un convoglio di cinque veicoli, con a bordo personale sanitario e della protezione civile, oltre che delle Nazioni Unite, è stato inviato sul posto per prestare soccorso e recuperare i corpi. Anche questi mezzi sono però finiti sotto il fuoco israeliano. La Croce Rossa e Mezzaluna Rossa era in contatto con il convoglio e pochi minuti dopo l’attacco ha sentito persone parlare in ebraico, segno che i mezzi erano stati raggiunti dai soldati israeliani. A quel punto per diversi giorni non c’è stato modo per i mezzi umanitari di raggiungere il luogo dell’attacco, dal momento che l’esercito israeliano ha impedito ogni movimento nell’area. Solo il 30 marzo l’Ocha è riuscita a recuperare i corpi e si è trovata davanti una scena raccapricciante. Le vittime erano 15, di cui otto della Croce Rossa e Mezzaluna Rossa, sei della protezione civile e uno dell’Agenzia Onu per i rifugiati palestinesi (Unrwa). Le persone erano sepolte in fosse comuni e una di loro aveva le mani legate, mentre perfino i mezzi del convoglio erano parzialmente sepolti dalla sabbia.
Sul The Guardian c’è la testimonianza del medico forense Ahmad Dhaher, che ha sottolineato che i paramedici e i soccorritori sono stati colpiti da proiettili in testa, al petto e sul dorso, mentre per una persona non è stato possibile analizzare il corpo perché è stato sbranato presumibilmente da un cane. “Un’analisi preliminare suggerisce che sono stati giustiziati, non da una distanza distante, poiché le posizioni delle ferite da proiettile erano specifiche e intenzionali”, ha aggiunto.
La strage di medici palestinesi
“Sono stati uccisi a sangue freddo da Israele nonostante la natura chiara della loro missione umanitaria”, ha denunciato Raed al-Nimis, portavoce della Mezzaluna Rossa, mentre il capo dell’Unrwa, Philippe Lazzarini, ha parlato di una “grave violazione della dignità umana”.
Israele ha detto che i convogli sono stati colpiti nel corso di un’operazione contro Hamas perché non recavano segni riconoscibili della loro natura umanitaria, una versione usata frequentemente per giustificare i frequenti attacchi al personale sanitario e umanitario palestinese. L’Onu ha smentito questa versione, sottolineando che i mezzi recavano le bandiere di segnalazione e identificazione. Riguardo il recupero dei corpi, Israele ha detto di averlo permesso il prima possibile. Ma come emerge dalle testimonianze dell’Onu e della Mezzaluna Rossa, alcuni di questi erano in stato di decomposizione, prova di come siano passati diversi giorni prima di poterli raggiungere.
L’organizzazione non governativa Amnesty International ha sollecitato l’avvio di un’indagine indipendente e imparziale riguardo alla strage dei 15 operatori sanitari e soccorritori palestinesi. Dal 7 ottobre 2023 gli attacchi israeliani hanno ucciso oltre mille operatori sanitari palestinesi, secondo le stime dell’Onu. Intanto Israele non ha fermato i suoi bombardamenti sulla Striscia di Gaza, comprese le strutture sanitarie. Il 2 aprile pesanti raid hanno raggiunto un ospedale dell’Unrwa nel campo profughi di Jabalia. Il bilancio è di almeno 22 morti, tra cui diversi bambini.