La Corte d’Appello di Bari si è pronunciata in una complessa vicenda relativa a sei rapporti di gestione patrimoniale, nei quali la banca è stata convenuta per violazione degli obblighi contrattuali e normativi nella prestazione dei servizi di investimento.
La Corte ha accertato che la banca non ha rispettato i limiti contrattuali previsti per l’acquisto di strumenti finanziari ad alto rischio in due linee di gestione, superando le soglie pattuite senza adeguata giustificazione. A ciò si è aggiunta l’esecuzione di operazioni in hedge fund in assenza di autorizzazione contrattuale, spesso prima ancora che i clienti avessero sottoscritto le modifiche necessarie per abilitare tali strumenti.
Nonostante la banca avesse ricevuto talvolta istruzioni specifiche dai clienti, essa avrebbe comunque dovuto rifiutarne l’esecuzione in quanto incompatibili con la strategia di investimento concordata, come previsto dalle stesse clausole contrattuali.
Gravi responsabilità sono state inoltre individuate nella mancata diversificazione del portafoglio: la banca ha concentrato il capitale dei clienti in un numero ristretto di titoli, molti dei quali strutturati o illiquidi, esponendoli a rischi eccessivi rispetto al profilo di rischio concordato.
Questa condotta si è rivelata inadeguata sotto il profilo della diligenza professionale e ha violato i principi fondamentali della buona gestione finanziaria. La Corte ha anche evidenziato che, pur essendo stato rispettato l’obbligo di profilatura iniziale dei clienti, sono emerse gravi carenze nei doveri di informazione attiva, soprattutto in relazione a operazioni disposte direttamente dagli investitori: in tali casi, la banca avrebbe dovuto fornire adeguate avvertenze circa la rischiosità degli strumenti, cosa che non è stata provata.
Di conseguenza, l’intermediario è stato ritenuto responsabile dei danni subiti da tali investimenti.
Altri aspetti critici hanno riguardato l’acquisto eccessivo di strumenti finanziari illiquidi, spesso superando le soglie di concentrazione compatibili con la linea di gestione. Tali investimenti, oltre a essere stati effettuati in assenza di preventiva autorizzazione specifica, hanno immobilizzato capitali che avrebbero potuto essere investiti altrove, determinando non solo una perdita patrimoniale ma anche una perdita di opportunità di rendimento.
Va infine segnalato che, sebbene la banca abbia contestato la quantificazione del danno lamentando l’assenza di pregiudizi concreti, la Corte ha accolto la ricostruzione effettuata, liquidando complessivamente € 1.777.458,83 a favore degli investitori.