Tutte le conseguenze dei dazi di Trump sul petrolio e l’energia
Trump ha imposto dazi sulle importazioni da più di cento paesi; alcuni prodotti, però, come quelli energetici, sono stati esentati. Gli Stati Uniti sono una superpotenza petrolifera, ma acquistano comunque greggio e derivati dall'estero. Intanto, il prezzo del petrolio cala: come reagirà l'Opec?

Trump ha imposto dazi sulle importazioni da più di cento paesi; alcuni prodotti, però, come quelli energetici, sono stati esentati. Gli Stati Uniti sono una superpotenza petrolifera, ma acquistano comunque greggio e derivati dall’estero. Intanto, il prezzo del petrolio cala: come reagirà l’Opec?
Ieri il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato nuovi dazi sulle importazioni provenienti da oltre cento paesi: la tassa base è del 10 per cento, ma sale al 20 per cento nel caso dell’Unione europea, al 34 per cento per la Cina e al 46 per cento per il Vietnam, ad esempio. Alcune merci, però, sono state esentate da questi “dazi reciproci”, come li ha definiti Trump: è il caso dell’alluminio e dell’acciaio (già sottoposti a tariffe del 25 per cento); dell’oro e del rame; di alcuni minerali critici; del petrolio, dei prodotti petroliferi e del gas naturale.
PERCHÉ TRUMP HA ESENTATO IL PETROLIO DAI DAZI?
Non ci saranno, dunque, dazi sulle importazioni energetiche dal Canada e dal Messico, che peraltro fanno parte del trattato nordamericano di libero scambio, né dagli altri paesi: si tratta di una concessione all’industria oil and gas americana, preoccupata per l’aumento dei costi di approvvigionamento che potrebbero far salire l’inflazione.
Nonostante gli Stati Uniti siano i maggiori produttori di petrolio al mondo, infatti, importano dall’estero circa il 40 per cento del greggio che raffinano: c’entra il fatto che il petrolio statunitense è di tipo “leggero” ma le raffinerie del paese, per ragioni storiche, sono meglio attrezzate per lavorare varietà “pesanti” come quelle irachena o canadese. Il paese, inoltre, è un grande acquirente di benzina e gasolio dall’Europa: questi carichi si dirigono sulla costa orientale, dove le raffinerie sono scarse.
I principali fornitori di petrolio degli Stati Uniti sono invece Canada e Messico, che valgono rispettivamente il 52 e l’11 per cento del totale delle importazioni.
I DAZI FANNO CROLLARE IL PETROLIO
L’annuncio dei dazi ha causato una diminuzione del 3 per cento dei prezzi del petrolio Brent, il contratto di riferimento basato sul mare del Nord. Mentre il West Texas Intermediate – cioè il benchmark americano – è sceso sotto i 70 dollari al barile, ha scritto Javier Blas, analista di Bloomberg.
Il calo si spiega con i timori che una vasta “guerra commerciale” tra gli Stati Uniti e i loro partner commerciali possa ripercuotersi negativamente sulla crescita economica globale, e dunque sulla domanda di energia.
Un basso prezzo del petrolio potrebbe entrare in contrasto con i piani dell’amministrazione Trump – riassunti nel motto drill, baby, drill – per stimolare la produzione petrolifera nazionale: le società estrattive, infatti, hanno bisogno di prezzi alti per trarre profitto dalle operazioni. D’altra parte, però, il presidente vuole anche che la benzina e gli altri carburanti costino poco: in questo caso, potrebbe presentare l’abbassamento dei prezzi del greggio come un successo.
COSA FARÀ L’OPEC+?
Resta poi da vedere come reagirà al calo dei prezzi del petrolio l’Opec+, l’organizzazione che racchiude alcuni dei principali paesi esportatori di petrolio, guidata dall’Arabia Saudita e dalla Russia.
Dal 2022 l’Opec+ ha adottato una serie di misure di contenimento della produzione al fine di bilanciare il mercato petrolifero ed evitare un crollo dei prezzi, riducendo il proprio output complessivo di 5,8 milioni di barili al giorno, cioè il 5,7 per cento dell’offerta globale.
Questo mese, però, otto membri dell’organizzazione dovrebbero aumentare i loro livelli produttivi di 138.000 barili al giorno; a sette membri, però, è stato chiesto di ridurre l’output per compensare il mancato rispetto dei tagli precedenti.
IL VIETNAM NON È RIUSCITO A CONVINCERE TRUMP
Uno dei paesi sottoposto a dazi più alti è il Vietnam, con un’aliquota del 46 per cento. Non sono evidentemente bastati a soddisfare Trump gli annunci dello scorso novembre in merito a un aumento delle importazioni di gas liquefatto americano per riequilibrare la bilancia degli scambi: nel 2023 il Vietnam aveva un surplus commerciale di 100 miliardi di dollari con gli Stati Uniti, che rappresentano il suo primo mercato di esportazione.