Conviene all’Europa reagire con dazi ai dazi Usa? Dibattito fra economisti

Ferve il dibattito fra economisti in Europa su come rispondere ai dazi Usa contro l'Ue. Estratto dal Mattinale Europeo

Apr 2, 2025 - 07:34
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Conviene all’Europa reagire con dazi ai dazi Usa? Dibattito fra economisti

Ferve il dibattito fra economisti in Europa su come rispondere ai dazi Usa contro l’Ue. Estratto dal Mattinale Europeo


L’Unione europea deve rispondere in modo duro alla guerra commerciale di Donald Trump oppure una politica di rappresaglie rischia di innescare una reazione a catena che aggraverebbe i danni per la sua economia?

Nel momento in cui la Commissione sta cercando di affinare la sua risposta ai primi dazi su alluminio e acciaio e sulle automobili, e mentre si prepara al “Liberation day” promesso da Trump il 2 aprile, cresce la pressione su Ursula von der Leyen per limitare l’uso delle contromisure commerciali e lasciare che gli Stati Uniti si facciano del male da soli. I governi Francia, Italia e Irlanda sono già riusciti a far rinviare l’entrata in vigore dei dazi europei sul bourbon americano per paura che Trump possa imporre un dazio del 200 per cento sui prodotti alcolici europei. Uno studio commissionato dal Parlamento europeo a un gruppo di economisti sostiene che “misure protezionistiche di reazione potrebbero esacerbare la crisi economica anziché apportare sollievo” all’economia europea.

A lungo minacciata, la guerra commerciale di Trump ha preso forma il 12 marzo, quando sono entrati in vigore i dazi su alluminio e acciaio. La scorsa settimana è arrivata la seconda salva con l’imposizione dei dazi sulle automobili e la componentistica importate dagli Stati Uniti. Mercoledì 2 aprile è atteso il “Liberation day”, come lo ha chiamato Trump: quel giorno saranno imposti “dazi reciproci” a molti altri prodotti. La definizione usata dal presidente americano è così ampia – va ben oltre i dazi imposti dagli altri paesi per includere tasse e regolamentazione – che nessuno sa esattamente cosa aspettarsi in termini di ammontare di dazi e prodotti presi di mira. Secondo il Financial Times, il commissario al Commercio, Maros Sefcovic, che è stato a Washington la scorsa settimana, ritiene che l’Amministrazione possa imporre dazi del 20 per cento sulle importazioni europee. I settori colpiti dovrebbero includere la farmaceutica, i semiconduttori e i prodotti in legno.

La Commissione di Ursula von der Leyen si era preparata alla guerra commerciale di Trump ben prima della sua rielezione. Già dalla scorsa estate è stata istituita una task force formata da un ristretto gruppo di funzionari per elaborare scenari e immaginare reazioni. Von der Leyen ha assicurato di volere il dialogo, ma anche promesso di rispondere in modo “fermo e proporzionato” se necessario. Questa espressione si riferisce alla tradizionale risposta utilizzata dall’Ue: applicare contromisure commerciali con dazi su importazioni americane di valore equivalente alle esportazioni europee colpite dai dazi degli Stati Uniti. È ciò che la Commissione ha fatto il 12 marzo, annunciando contromisure su 26 miliardi di euro di importazioni americane. Dopo il rinvio di una prima serie di dazi, l’entrata in vigore è prevista per metà aprile.

Di fronte ai dazi di Trump contro le automobili europee e al “Liberation day”, a rigor di logica, la rappresaglia dell’Ue dovrebbe espandersi ulteriormente. Le esportazioni di auto europee verso gli Stati Uniti (senza la componentistica) da sole valgono 39,5 miliardi di euro l’anno. Una delle possibilità studiate dalla Commissione è di espandere la risposta per colpire non solo le merci, ma anche i servizi americani, in particolare quelli forniti dai giganti del digitale. L’Ue potrebbe far ricorso allo strumento anti coercizione, che permette di usare un’ampia gamma di contromisure come limitazioni alle esportazioni, alla protezione della proprietà intellettuale, agli investimenti, ai finanziamenti e agli appalti pubblici. Ma la strategia della fermezza promessa da von der Leyen sta incontrando una crescente resistenza non solo da parte di alcuni governi.

Lo studio commissionato dal Parlamento europeo sui rischi per l’area euro derivanti dal protezionismo degli Stati Uniti è stato firmato da sette economisti, alcuni dei quali legati a Mario Draghi. Tra loro c’è Francesco Giavazzi, che è stato consigliere economico di Draghi quando era presidente del Consiglio in Italia. Il documento affronta sia gli scenari, i rischi e le implicazioni macroeconomici, sia quelli di politica monetaria e fiscale, suggerendo un approccio diverso dalla tradizionale risposta di dazi contro dazi che la Commissione sembrava intenzionata ad adottare. Lo studio suggerisce anche alla Bce di evitare di alzare i tassi di interesse per timore di inflazione importata. Al contrario, la Bce potrebbe giocare la sua parte, cercando di abbassare il tasso di cambio dell’euro per ridurre i costi dei prodotti europei in direzione degli Stati Uniti. Una reazione sbagliata da parte della Commissione e della Bce potrebbe portare a un “shock stagflazionistico, con un rallentamento simultaneo dell’attività economica dell’area dell’euro e pressioni inflazionistiche dell’indice dei prezzi al consumo”.

Giavazzi e gli altri economisti sostengono che la Commissione deve evitare due “passi falsi specifici”. Il primo è imporre “restrizioni alle società tecnologiche statunitensi” perché questo rallenterebbe i progressi tecnologici delle imprese europee e minerebbe la crescita della produttività in Europa. Il secondo passo falso è adottare “ampie misure protezionistiche di ritorsione, innescando una guerra commerciale globale che sconvolgerebbe le importazioni di prodotti intermedi e le catene di fornitura globali dell’Ue”. Gli autori sostengono che l’impatto sull’economia di dazi del 10 per cento americani sulle esportazioni europee sarà limitato (una riduzione del Pil dello 0,27 per cento nell’area euro). Per contro “le misure di ritorsione da parte dell’Ue potrebbero avere effetti più gravi e danneggiare direttamente i consumatori europei”.

Secondo lo studio, una guerra tariffaria simmetrica, con dazi del 10 per cento, su entrambe le sponde dell’Atlantico potrebbe ridurre il Pil dell’area dell’euro dello 0,8-1,2 per cento, far perdere più di 500.000 posti di lavoro e aumentare l’inflazione di 0,3-0,5 punti percentuali. Giavazzi e gli altri economisti suggeriscono alla Commissione e alla Bce di concentrasi su una strategia di diversificazione commerciale, incentivi all’innovazione e flessibilità monetaria “per assorbire le ricadute negative delle politiche commerciali statunitensi”.

Le raccomandazioni di Giavazzi e degli altri economisti non fanno l’unanimità. Sul Grand Continent, David Amiel e Shahin Vallée promuovono un “protezionismo di dissuasione capace di colpire in profondità”. Lo studio per il Parlamento europeo non prende in considerazione altri effetti del protezionismo di Trump, come la possibile delocalizzazione di una parte dell’industria europea negli Stati Uniti per aggirare i dazi americani. La strategia della fermezza della Commissione è stata immaginata come uno strumento di negoziato con un presidente americano transazionale: con un mix di carote (acquisti di gas naturale liquefatto e armi) e bastoni (i dazi di rappresaglia), l’Ue può offrire a Trump un “deal” che può rivendere alla sua base MAGA.

Tuttavia le conclusioni dello studio di Giavazzi saranno usate dai leader europei che vogliono evitare una guerra commerciale con Trump per interesse nazionale o vicinanza ideologica. Il presidente del Consiglio italiano, Giorgia Meloni, si è detta contraria al “circolo vizioso” delle rappresaglie commerciali. “A volte ho l’impressione che rispondiamo semplicemente d’istinto”, ha detto Meloni in un’intervista al Financial Times. “In questi argomenti devi dire, ‘State calmi, ragazzi. Pensiamoci'”.

Altri leader sono sempre più esitanti. Il premier polacco, Donald Tusk, ha chiesto alla Commissione di reagire “con buon senso, con calma, ma non in ginocchio”. Il presidente francese, Emmanuel Macron, ha assicurato che gli europei “si proteggeranno rispondendo” ai dazi di Trump, ma il suo governo è stato decisivo per spingere la Commissione a ritardare i dazi sul bourbon per non far correre rischi allo champagne. Un gruppo di governi vorrebbe da von der Leyen più coraggio. Il Belgio ha chiesto di usare lo strumento anti coercizione per colpire i giganti dei digitali.

 

(Estratto dal Mattinale europeo)