Come si sopravvive a una guerra artica tra mine nascoste dalla neve ed effetti perversi della fame

L’Artico rischia di diventare la nuova cortina di ferro. Le mire delle superpotenze si sono spostate a nord, in un clima che raggela sempre di più le relazioni diplomatiche. Le esercitazioni militari aumentano e così la preparazione delle truppe

Apr 4, 2025 - 19:59
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Come si sopravvive a una guerra artica tra mine nascoste dalla neve ed effetti perversi della fame

Roma, 4 aprile 2025 – Che l’Artico sia diventato il nuovo terreno di scontro tra le superpotenze globali, ormai è assodato. Epilogo di una escalation di conflitti e tensioni che si teme non abbia ancora toccato il suo apice. È dai primi istanti dell’invasione dell’Ucraina nel 2022 che l’Unione europea teme di diventare il nuovo obiettivo delle mire espansionistiche russe, con gli Stati membri che corrono i ripari. Lo dimostra l’ingresso tempestivo nell’Alleanza Atlantica di Svezia e Finlandia agli inizi della guerra, o il recentissimo piano di riarmo da 800 miliardi di euro del Consiglio Europeo. Ma se l’Ue si sta preparando a un’ipotetica invasione, questi timori non hanno ancora trovato riscontri concreti. Forse perché le mire dei leader mondiali si stanno spostando altrove, dove pochi, tra i non addetti ai lavori, avrebbero pensato. È vero, non sono mancate le ingerenze esterne e molti indicano Mosca come responsabile degli ultimi tentativi di sabotaggio ai danni dei paesi europei. A febbraio un attacco hacker ha paralizzato i siti istituzionali italiani. Poco prima i cavi sottomarini nel Mar Baltico sono stati tranciati da un nemico invisibile. In Lituania, nel 2024, un negozio Ikea ha preso improvvisamente fuoco. Ma al momento non sembra esserci in agenda un attacco militare all’Europa. È L’Artico la nuova El Dorado della Federazione russa, ma anche di Cina e Stati Uniti. Lo scioglimento delle calotte polari, causato dal cambiamento climatico, ha aperto nuove rotte di navigazione strategiche, così come ha permesso di utilizzare le trivelle in zone irraggiungibili fino a poco tempo fa. Una ‘corsa all’Artico’ che si inserisce in un panorama geopolitico particolarmente teso e il timore è che possa sfociare in un conflitto armato. Sarà tra i ghiacci che scoppierà la prossima guerra? Ma soprattutto, come ci si muove in un ambiente così ostile? 

Sommario

Foto d'archivio Royal Navy (https://www.royalnavy.mod.uk/)

Aumentano le esercitazioni militari al freddo 

In occasione della Conferenza di Murmansk del 27 marzo, il presidente russo Vladimir Putin ha tenuto un discorso sulle pretese di Trump in Groenlandia, sulla sua apertura a un’eventuale cooperazione per un maggiore sviluppo nell’Artico (nonostante si lamenti dell’allontanamento degli studiosi europei dai programmi di ricerca) e su una presunta presenza massiccia di truppe Nato che si esercitano a combattere nella tundra e nei ghiacciai.

Secondo Putin, la Nato si sta preparando a un conflitto nell’Artico e la Russia non ha intenzione di farsi trovare impreparata. “Aumenteremo le nostra capacità militari”, ha dichiarato lo zar, lasciando intendere di essere pronto a difendere i propri interessi nazionali. Ma se non è chiaro chi ha dispiegato per primo le forze militari nell’estremo Nord, possiamo chiederci se le dichiarazioni di Putin siano legittime. 

Nel dubbio, ecco una panoramica di alcuni movimenti attorno all’Artico. Il sito ufficiale della Royal Navy britannica riferisce che duemila soldati inglesi hanno trascorso i primi mesi del 2025 affinando le loro abilità nella “brutale” tundra del nord della Norvegia. Un addestramento in reazione alla presenza in aumento di sottomarini russi e cinesi nella zona, secondo il DailyMail.

Anche l’Esercito Italiano, dall’inizio del 2025, ha portato avanti una serie di esercitazioni in ambienti montagnosi e innevati. Si è concluso da poco l’addestramento ‘Volpe Bianca’, che si tratta di una ricorrenza annuale per i militari italiani. Ma, se nel 2024 solo poche centinaia di soldati avevano preso parte agli addestramenti, quest’anno sono stati 1300 i militari che si sono confrontati con il clima rigido della Val Pusteria.

Nel frattempo, l’Esercito Tedesco riporta di un’esercitazione effettuata i primi di marzo nel circolo polare proprio nell’ottica di un potenziale attacco subito dalla regione artica norvegese. 

Consegna dei diplomi di partecipazione alla missione 'Volpe Bianca 2025' (https://www.esercito.difesa.it/)

L’Arctic Warfare: come si combatte in condizioni estreme 

Il primo nemico del soldato tra i ghiacci è la natura. Il freddo gelido inceppa le armi, i militari muoiono di ipotermia e gli spostamenti sono difficili e dispendiosi (le basse temperature consumano quantità elevatissime di carburante). Chi combatte nel circolo polare deve saper padroneggiare bene l’arte della guerra. Non bastano tecnologie innovative e armi letali per avere la meglio. Il primo errore da evitare è proprio quello di sottovalutare l’addestramento dei soldati in ambienti così ostili, dove anche mangiare diventa un’impresa. Delle condizioni climatiche particolarmente fredde, infatti, possono aumentare il fabbisogno energetico giornaliero del 50%, ma con l’effetto perverso di ridurre l’appetito. E un’alimentazione povera non solo abbatte il morale dei soldati, ma li espone anche alle malattie. La perdita della fame non è un problema da sottovalutare: in operazioni pregresse dell’esercito americano, come la famosa ‘Enduring Freedom’, sono stati diversi i militari che hanno perso dai nove ai diciotto chili durante le missioni ad alta quota. 

La prima cosa che deve fare il soldato arrivato nella regione artica è costruirsi un rifugio. In assenza di materiali, la procedura indica di costruire una nuova pseudo base con rami, ramoscelli, corde, sassi. Deve anche essere piccola, in modo tale da trattenere il calore. Dopodiché può iniziare a esplorare i dintorni, ma deve fare attenzione, il pericolo è sempre dietro l’angolo. La neve nasconde facilmente le mine antiuomo. Tuttavia, se queste sono coperte a 60 centimetri di profondità dalla superficie del manto nevoso possono diventare inefficaci. Dopo aver preso coscienza della possibile presenza degli ordigni, è necessario anche soffermarsi ad analizzare le caratteristiche del ghiaccio: basta un minuscolo errore di valutazione per far sì che esso ceda sotto il peso dei soldati. E cadere nelle acque gelide di un lago artico non solo è estremamente pericoloso, ma rallenta anche le operazioni dell’intera squadra.

Ma non sempre le precauzioni servono. Il clima glaciale può essere imprevedibile. Per questo le offensive devono essere pianificate ancora più minuziosamente del solito. Il campo di battaglia artico limita la velocità delle truppe, minandone l’effetto sorpresa. Per arginare il problema si ricorre spesso a piccole unità che possono nascondersi più facilmente. Se invece si vuole sfruttare l’ambiente ostile a proprio vantaggio, è sufficiente abbattere i rifugi del nemico: sarà il clima gelido a finire il lavoro e ad abbatterlo.

In sede di pianificazione, proprio a causa dell’impatto del gelo sulle truppe e sulle attrezzature, è necessaria anche una conoscenza approfondita di cosa comportino certe condizioni climatiche. Il freddo umido, per esempio, è più pericoloso rispetto a quello secco. Il terreno diventa fangoso, rendendo difficili gli spostamenti. Inoltre l’umidità bagna gli indumenti dei soldati, esponendoli ancora di più alle temperature gelide. L’ambiente freddo secco, invece, non comporta gli stessi rischi: i terreni sono ghiacciati e le precipitazioni generalmente nevose. Gli spostamenti risultano più agevoli rispetto a quando piove.

Ma non è tutto oro quello che luccica sulla coltre bianca. In caso di neve, le operazioni ad alta quota diventano ancora più pericolose dal momento che si riduce la visibilità dei piloti. E i caccia, si sa, sono fondamentali non solo nelle battaglie dei cieli, ma anche come supporto dello schema di manovra a terra.

Il dipartimento dell’Esercito degli Stati Uniti ha classificato accuratamente ogni tipo di precipitazione nevosa e cosa comporta. Quella leggera, per esempio, permette una visibilità di oltre mille metri e si deposita 2,5 centimetri all’ora. Quella moderata diminuisce la visuale fino a 500 metri. La neve forte la riduce a 400 metri, compromettendo la tempestività delle operazioni.