Appello per uno sciopero generale a favore della popolazione di Gaza e per porre fine al genocidio dei palestinesi

Le immagini dell’immane tragedia vissuta dal popolo palestinese a Gaza prorompono nella nostra quotidianità senza che siano in grado di suscitare una reazione adeguata nell’opinione pubblica occidentale. Di quell’Occidente che […]

Mar 28, 2025 - 08:59
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Appello per uno sciopero generale a favore della popolazione di Gaza e per porre fine al genocidio dei palestinesi

Le immagini dell’immane tragedia vissuta dal popolo palestinese a Gaza prorompono nella nostra quotidianità senza che siano in grado di suscitare una reazione adeguata nell’opinione pubblica occidentale. Di quell’Occidente che si proclama superiore al resto del mondo in virtù della celebrazione delle libertà e dei diritti fondamentali dell’uomo. Poco più di ottant’anni fa, un’altra tragedia, che è in parte mallevadrice di quella odierna, si svolgeva nell’indifferenza delle pubbliche opinioni di quegli stati occidentali in cui ancora sopravviveva la democrazia. Ma, se lo sterminio degli ebrei si svolgeva con modalità che rimanevano segrete ai più, oggi, il proliferare di immagini che investono le pubbliche opinioni contemporanee non consentono un’attenuante per l’ignavia e l’indifferenza con cui viene accolta, salvo sporadiche e minoritarie eccezioni, la strage di Gaza. Come si può tollerare il ritorno del nazismo alle porte di casa nostra? L’ipocrisia liberale permette una giusta indignazione e un altrettanto sacrosanto grido di allarme per l’ascesa delle destre dichiaratamente fasciste nel cuore dell’Europa, ma consente di girarsi dall’altra parte quando il nazismo è già praticato appena fuori dei confini europei.

L’assenza di reazioni ha delle ragioni ben precise. Il senso di impotenza che attanaglia le donne e gli uomini dell’epoca del neoliberalismo, ossia dell’epoca degli individui senza società, e il declino della democrazia spiegano perché, pur inondati da immagine drammatiche che colpiscono la nostra sensibilità, non viene articolata una protesta costruttiva. Oggi, è estremamente difficile che si innesti un movimento spontaneo all’interno dell’opinione pubblica analogo a quello che contribuì alla fine della guerra del Vietnam. Nelle condizioni attuali, è praticamente impossibile un moto spontaneo che dia vita a una rivolta di massa contro la palese complicità che i governi occidentali e la gran parte dei loro media stanno ostentando verso il genocidio palestinese. La politica non promana più dal basso; quella capacità di mobilitazione spontanea che caratterizzava la democrazia dei primi trent’anni della seconda metà del Novecento si è dissolta negli ultimi decenni di propaganda antideologica. Herbert Marcuse, ne L’uomo a una dimensione, si chiedeva in quale modo delle persone che sono state soggetto di un dominio efficace e produttivo potessero creare da sé le condizioni della libertà.

La paralisi nell’iniziativa politica dal basso, pone l’esigenza che ciò che è rimasto delle organizzazioni di massa muova un primo passo per invertire la tendenza verso il degrado politico e umano. Mi riferisco in particolare alle organizzazioni dei lavoratori, le meno implicate nella mutazione antropologica che è stata subita dalle sinistre, le quali vengono percepite come forze interne all’establishment. Il sindacato, in primis la Cgil per quanto riguarda l’Italia, riesce ancora a declinare le logiche della solidarietà contrapposte a quelle della competizione e dell’individualismo. Immaginare uno sciopero generale indetto dai sindacati europei, su iniziativa della Cgil, a favore di una pressione verso i governi occidentali perché si uniscano in un’azione comune volta a interrompere il genocidio a Gaza, potrebbe riportare i lavoratori del vecchio continente a un ruolo politico da protagonisti. Potrebbe interrompere una tendenza che vede le masse condotte per mano da poteri reazionari e cadere nella trappola di condividere politiche demagogiche e populiste. Si darebbe un carattere deciso a quella piazza radunata a Roma il 15 marzo. Una piazza popolatissima, ma anche molto ambigua e che deve la sua partecipazione di massa proprio a quell’ambiguità che ne faceva un omnibus sul quale ognuno poteva salire per seguire un proprio percorso distinto da quello di altri.

Una tale iniziativa da parte del sindacato conferirebbe un connotato all’Unione Europea che non sia quel warfare scaturito dall’agenda von der Leyen. E si rimetterebbe al centro di un’azione  politica quell’umanità che è scomparsa da anni in piattaforme rivendicative che non vanno oltre il perseguimento di interessi immediati e materiali. Ma il deteriorarsi delle condizioni materiali delle classi lavoratrici è diretta conseguenza di un’azione che ha fatto scomparire dall’agenda politica ogni rivendicazione che non sia strettamente riconducibile ai canoni dell’utilitarismo.

Il sindacato, in virtù di un ruolo che è sì politico ma che lo esclude però dalla competizione elettorale, è l’unico soggetto organizzato che attualmente può promuovere un’iniziativa di questo tipo. Per il fatto di rappresentare una platea che, senza alcun dubbio, non ha alcun interesse materiale a che si inneschino nuovi conflitti che non possono che peggiorarne le condizioni di vita. Platea che deve immedesimarsi oggi nella popolazione palestinese perché questa rappresenta la vittima sacrificale sull’altare del capitalismo guerrafondaio.