Soccorsi in Myanmar. Corsa contro il tempo: "I bimbi sono i più esposti"
Della Longa (Croce Rossa): operare con le infrastrutture collassate è difficilissimo "Alla catastrofe si aggiungono il caldo tremendo, la guerra e l’arrivo dei monsoni".

di Riccardo
Jannello
L’operazione umanitaria nel Myanmar può durare molto anche perché sullo Stato del Sud Est asiatico piove sul bagnato. Paese complesso socialmente, distanze siderali, guerra civile, condizioni meteorologiche estreme complicano i soccorsi comunque subito scattati. In primo piano c’è la Croce Rossa. Ne parliamo con il portavoce della Federazione Internazionale, Tommaso Della Longa, romano, che ci risponde dal suo ufficio di Ginevra.
Della Longa, come si sta muovendo la Croce Rossa?
"Siamo presenti dalle prime ore con la nostra delegazione del Myanmar che ha subito messo in campo gli interventi necessari".
Quali le prime mosse in un evento del genere?
"Capire bene quale sia la situazione. La Croce Rossa birmana ha riserve di beni umanitari che sono state adoperate in queste prime quarantotto ore".
Manderete altro personale?
"Noi lavoriamo attraverso le associazioni nazionali, sarebbe una forte dispersione di mezzi e tempo fare arrivare gente da Paesi lontani. La Croce Rossa cinese, che è vicina, è intervenuta subito e sta operando per la ricerca dei dispersi e il soccorso dei feriti. La nostra sede di Kuala Lumpur è allertata e l’hub di Dubai sta lavorando".
Come affronterete l’emergenza?
"Con un appello col quale contiamo di raccogliere 100 milioni di franchi svizzeri, circa 105 milioni di euro, attraverso le nostre associazioni, compresa quella italiana che ha già cominciato a lavorare. E poi contiamo su donatori pubblici e privati".
Questi soldi per cosa serviranno?
"Per supportare le comunità colpite nei prossimi 24 mesi".
Un tempo lungo: come definirebbe la situazione attuale in Myanmar?
"Catastrofica perché comunque il territorio colpito si stava appena riprendendo dalle alluvioni e da un disastroso tifone, senza contare che la temperatura giornaliera è sui 42-43 gradi. Il caldo lo scorso anno ha ucciso numerose persone, e ora senza un tetto sulla propria testa non è facile sopravvivere. In più la stagione dei monsoni è dietro l’angolo: una corsa contro il tempo perché la finestra di sta drammaticamente chiudendo e dobbiamo trovare riparo per i sopravvissuti".
E in più c’è la guerra civile…
"Nelle zone di conflitto è molto difficile operare, per quello si sta coordinando il Comitato Internazionale della Croce Rossa, delegato alle zone di guerra".
Quali le urgenze da mettere in campo?
"Il supporto alla salute dei cittadini, quindi rendere di nuovo l’acqua potabile e la zona sanificata. E poi anche quello psicologico è fondamentale, lo abbiamo sperimentato bene con le tragedie de L’Aquila e di Amatrice. L’importante è avere un quadro completo della situazione".
Come la definirebbe questa situazione con la sua esperienza?
"La tempesta umanitaria perfetta: il terremoto è stato potentissimo ed è andato a colpire comunità molto deboli e vulnerabili con bisogni immensi. E per i nostri colleghi birmani operare con infrastrutture collassate, strade non percorribili, telecomunicazioni ed elettricità interrotte non è certo facile".
Quanto può durare l’emergenza e quindi il vostro intervento?
"Mesi, forse anni".
La situazione dei bambini è terribile: che cosa si può fare?
"Per noi sono sempre la priorità e laggiù la situazione è tragica. Ma un po’ per tutti i gruppi più fragili come gli anziani, le donne sole, i portatori di handicap. Per loro bisogna lavorare di più". L’allarme sui più piccoli è venuto da associazioni come Save the Children o l’Unicef: come vi muovete con loro?
"Siamo in stretto coordinamento: dobbiamo evitare di fare interventi duplicati".