Smart working 2025, situazione in Italia: perché conviene ad aziende e lavoratori

Lo smart working continua a dividersi tra chi ne valorizza produttività e benessere e chi impone il ritorno in ufficio, con l’Italia spaccata tra apertura e resistenze

Mar 23, 2025 - 15:10
 0
Smart working 2025, situazione in Italia: perché conviene ad aziende e lavoratori

Negli ultimi anni il lavoro ibrido e lo smart working (lavoro agile) si sono affermati come nuove modalità lavorative. Dopo la spinta della pandemia, molte aziende hanno consolidato questi modelli flessibili, evidenziandone benefici in termini di produttività, benessere e risparmio. Allo stesso tempo, alcune realtà spingono per un ritorno completo in ufficio, alimentando un dibattito acceso.

Vantaggi dello Smart Working: i dati

Numerose ricerche confermano che lo smart working aumenta produttività e motivazione senza penalizzare le performance. Un ampio studio di Stanford University su oltre 1.600 dipendenti ha rilevato che lavorare da casa due giorni a settimana non ha effetti negativi sulla produttività né sulle possibilità di carriera, ma anzi riduce del 33% il tasso di dimissioni volontarie. Allo stesso modo, un sondaggio internazionale del 2024 condotto da Iwg (International Workplace Group) mostra che circa tre lavoratori ibridi su quattro si sentono più produttivi (74%) e più motivati (76%) con la settimana flessibile, e l’85% riporta una maggiore soddisfazione lavorativa.

Anche il benessere trae beneficio dal lavoro agile. Chi alterna casa e ufficio tende a dormire meglio, fare più esercizio fisico e migliorare la propria salute generale. Ben 3 lavoratori su 4 ritengono che tornare in ufficio cinque giorni su cinque danneggerebbe il proprio benessere.

Meno pendolarismo significa infatti meno stress e più tempo libero: uno studio globale pubblicato su Nature Human Behaviour stima in 72 minuti al giorno il tempo medio risparmiato evitando gli spostamenti casa-lavoro. Questo tempo viene in parte reinvestito in lavoro extra (40% dei casi) o in attività personali e familiari, migliorando il work-life balance.

Dal punto di vista economico, lo smart working riduce i costi per lavoratori e datori di lavoro. Chi lavora da casa risparmia su carburante o abbonamenti del trasporto pubblico e pasti fuori, mentre le aziende possono tagliare spese di affitto uffici e utenze energetiche grazie a spazi ridotti. Anche l’ambiente ne beneficia: secondo l’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano, il potenziale risparmio in emissioni è di 1,8 milioni di tonnellate di CO₂ in meno all’anno grazie al minor traffico pendolare.

La situazione positiva in Italia

In Italia lo smart working si è consolidato nelle realtà più strutturate. I numeri del 2024 mostrano che il fenomeno è tutt’altro che in declino: si contano circa 3,55 milioni di lavoratori da remoto, sostanzialmente stabili rispetto ai 3,58 milioni del 2023.

Nelle grandi imprese il lavoro agile è ormai la norma, coinvolgendo quasi 2 milioni di dipendenti (+1,6% sul 2023) e raggiungendo livelli prossimi al picco della pandemia. Il 96% delle grandi organizzazioni ha introdotto iniziative strutturate di smart working, segno che le aziende maggiori (soprattutto multinazionali e del settore tecnologico) hanno abbracciato modelli di lavoro ibrido. In media, un impiegato di una grande azienda italiana lavora da remoto circa 9 giorni al mese (circa due giorni a settimana), indice di un equilibrio lavoro-ufficio ormai consolidato.

Questa flessibilità ha portato miglioramenti nel work-life balance per molti lavoratori. Diverse aziende riportano dipendenti più soddisfatti e meno propensi a lasciare il posto di lavoro grazie allo smart working. Le realtà che hanno implementato in modo maturo il lavoro agile, intervenendo su policy, tecnologia e cultura aziendale, registrano prestazioni organizzative migliori e un impatto positivo sul benessere dei dipendenti.

Non a caso, migliorare il bilanciamento tra vita privata e lavoro è una delle motivazioni principali per cui le imprese italiane investono in modelli flessibili: il 91% delle aziende che stanno sperimentando iniziative come la settimana corta dichiara questo obiettivo, insieme all’aumento della soddisfazione e dell’engagement del personale (89%).

Esempi virtuosi non mancano: nel 2024 lo Smart Working Award del Politecnico di Milano ha premiato aziende come Carrefour Italia, Inps e Vaillant Group per le loro pratiche innovative, a conferma che sia il settore privato sia quello pubblico possono eccellere nel lavoro agile. Anche le filiali italiane di colossi tech internazionali mantengono politiche di flessibilità: Microsoft, ad esempio, consente ai dipendenti di lavorare da remoto gran parte del tempo, mentre Spotify ha elogiato pubblicamente i risultati positivi del suo modello “work from anywhere”.

Perché alcune aziende vogliono tutti in sede

Nonostante i benefici comprovati, alcune aziende spingono per il ritorno completo in ufficio, manifestando scetticismo verso il lavoro da remoto. Un caso emblematico è Amazon: il colosso dell’e-commerce ha prima imposto ai dipendenti di tornare in presenza almeno 3 giorni a settimana e poi ha annunciato che dal 2 gennaio 2025 tutti sarebbero dovuti rientrare in sede cinque giorni su cinque. Il Ceo Andy Jassy ha motivato la decisione sostenendo che “stare insieme in ufficio rende più semplice imparare, fare brainstorming e innovare”, ribadendo la convinzione che la vera innovazione avvenga solo di persona.

Amazon non è un caso isolato: diverse multinazionali hanno richiamato il personale in presenza. Ad esempio, Google già da marzo 2022 richiede almeno 3 giorni a settimana in ufficio ai suoi dipendenti, e poche nuove assunzioni offrono ancora l’opzione del lavoro remoto. Anche X (ex Twitter), sotto la guida di Elon Musk, ha eliminato la possibilità di lavoro da casa, pretendendo la presenza full-time. Molte aziende tradizionali (soprattutto nel settore finanziario e bancario) condividono l’idea che la presenza fisica favorisca la collaborazione, la creatività spontanea e il controllo diretto sul lavoro. Dietro al “tutti in sede” spesso vi è anche una mentalità manageriale legata al passato, che misura la produttività in base alle ore in ufficio anziché ai risultati ottenuti.

Va detto che queste argomentazioni sono oggetto di dibattito. Se da un lato stare insieme può facilitare alcune dinamiche di team, dall’altro le evidenze mostrano che performance e coinvolgimento non calano con modelli ibridi. Anzi, come visto, la flessibilità migliora la soddisfazione e riduce il turnover del personale. Le aziende che insistono sul ritorno totale rischiano dunque di perdere dipendenti qualificati e motivati, oltre a vanificare i progressi fatti in termini di digitalizzazione e nuovi modi di lavorare.

L’Italia a due facce: tra progresso e resistenze

Il panorama italiano del lavoro agile presenta un doppio volto. Da una parte ci sono imprese (tipicamente le grandi aziende e le realtà innovative) che hanno abbracciato lo smart working e ne stanno traendo vantaggi; dall’altra troviamo contesti (Pmi più tradizionali e alcuni uffici pubblici) dove persistono resistenze e ritorni al passato. I dati dell’Osservatorio Smart Working 2024 evidenziano questa dicotomia: nelle grandi aziende gli smart worker sono in crescita, mentre nelle Pmi sono in calo (520 mila nel 2024 contro i 570 mila dell’anno precedente). Anche nella Pubblica Amministrazione e nelle microimprese il numero di lavoratori da remoto è rimasto pressoché stabile dopo la fine dell’emergenza.

Le motivazioni culturali e organizzative dietro queste differenze sono evidenti. Nelle grandi società, il top management è spesso promotore attivo dello smart working (nel 53% dei casi), avendone compreso il valore strategico. Al contrario, oltre un terzo delle Pmi dichiara che i propri manager sono scettici verso il lavoro da remoto, concedendolo solo per necessità o addirittura scoraggiandolo. Questa mentalità conservatrice frena l’innovazione organizzativa: molte piccole aziende preferiscono tornare alle abitudini pre-pandemia, perdendo l’occasione di modernizzare i modelli di lavoro.

Incidono inoltre le politiche e normative recenti. Fino al 2023, lo “smart working semplificato” introdotto per l’emergenza Covid ha permesso a milioni di italiani di lavorare da casa con meno burocrazia. Dall’1 gennaio 2024 queste deroghe sono cessate per la pubblica amministrazione, e dal 1° aprile 2024 anche nel settore privato è tornato in vigore il regime ordinario che richiede un accordo individuale scritto con ogni dipendente per attivare il lavoro agile.

Inoltre, con il Ddl Lavoro, dal gennaio 2025 i datori di lavoro privati sono obbligati a comunicare telematicamente al Ministero del Lavoro i nominativi dei lavoratori in smart working e le date di inizio/fine, entro 5 giorni. Questa nuova burocrazia – pur mirata a regolamentare meglio il fenomeno – viene percepita da alcuni come un ostacolo aggiuntivo alla diffusione del lavoro agile.

D’altro canto, non mancano segnali di apertura: nel nuovo contratto collettivo delle funzioni centrali dello Stato (in vigore dal 2025) è stata prevista l’introduzione dello smart working anche per i nuovi assunti in Ministeri e Agenzie, con l’obiettivo di rendere più attrattivo il pubblico impiego. Ciò indica che persino nella Pa si riconosce la necessità di offrire flessibilità per competere sul mercato del lavoro.

Allo stesso tempo, molte grandi imprese in Italia confermano l’intenzione di mantenere il lavoro agile anche in futuro: praticamente tutte le aziende sopra i 250 dipendenti prevedono di proseguire con programmi di smart working, e oltre un terzo stimano di aumentare il numero di lavoratori agili nel 2025. Le proiezioni indicano infatti un possibile incremento del +5% di smart worker nel 2025, fino a circa 3,75 milioni, segno che la tendenza di fondo rimane positiva.