Intervista a Giulia Mei: “Il successo di ‘Bandiera’ mi ha dato una spinta per credere nel mio percorso”

Intervista a Giulia Mei, nota per la partecipazione a X Factor, che ha pubblicato il nuovo album "Io Della Musica Non Ci Ho Capito Niente" L'articolo Intervista a Giulia Mei: “Il successo di ‘Bandiera’ mi ha dato una spinta per credere nel mio percorso” proviene da imusicfun.

Apr 3, 2025 - 09:51
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Intervista a Giulia Mei: “Il successo di ‘Bandiera’ mi ha dato una spinta per credere nel mio percorso”

Intervista a Giulia Mei, cantautrice nota per la partecipazione a X Factor, che lo scorso 28 marzo ha pubblicato il nuovo album “Io Della Musica Non Ci Ho Capito Niente” (Sound To Be).

Intervista a Giulia Mei, “Io della musica non ci ho capito niente”

Giulia Mei, parliamo subito di questo nuovo progetto dal titolo decisamente provocatorio: Io della musica non ci ho capito niente. Perché hai scelto un titolo del genere e cosa rappresenta l’album nel tuo percorso artistico?
Ho scelto questo titolo come una sorta di ribellione, prima di tutto verso me stessa. È anche una sfida al mondo esterno, lo ammetto, ma principalmente a me stessa, perché in passato mi sono sentita imprigionata da certe aspettative e schemi musicali rigidi. Sentivo di dover aderire a un modello predefinito, a quello che ci si aspettava da me o che io stessa pretendevo da me. Con il tempo mi sono resa conto che tutta la musica che avevo studiato e interiorizzato mi stava limitando invece di liberarmi. La musica è straordinaria perché non ha confini, e io volevo tornare a sperimentare, a giocare con essa. Questo titolo è il mio modo di dire: “Ok, ricominciamo da capo e troviamo una strada nuova, che sia davvero mia”.

Hai descritto questo album come un diario senza sovrastrutture, pieno di vita ordinaria e di disordine. C’è stato un momento preciso in cui hai deciso di intraprendere questa direzione?
Non c’è stato un momento esatto, ma piuttosto un sentimento che è cresciuto dentro di me. La liberazione nasce sempre da un’oppressione, lo insegna la storia del mondo. Quando ho sentito di non avere più spazio per esprimermi liberamente, ho rotto le catene e ho detto: “Basta, sono pronta”. E infatti l’album si apre proprio con un brano strumentale in cui dico “Sono pronta”. Era il mio modo per dichiarare a me stessa la voglia di rimettermi in gioco.

Quanto ha influito il successo improvviso di Bandiera sulla scrittura di questo album?
Bandiera ha avuto un’influenza, ma non è stato l’elemento scatenante. L’album era già in lavorazione da due anni, mentre Bandiera è uscita circa un anno prima. È normale che il pubblico possa pensare: “Ha fatto X Factor, ora esce il disco”, ma in realtà il processo creativo era già avviato da tempo. Tuttavia, il successo di Bandiera mi ha dato una spinta in più per credere nel mio percorso.

Dal punto di vista sonoro e tematico, l’album è molto diverso da Bandiera. Quanto è stato importante per te mantenere fede alla tua identità artistica senza snaturarti?
Per me è stato fondamentale, ma anche piuttosto naturale. Il processo di evoluzione era già in atto quando è nata Bandiera. Se c’è stato un momento rivelatore, probabilmente è stato proprio mentre scrivevo quella canzone. Ho capito che potevo osare di più, che avevo tutto quello che mi serviva per farlo.

Nel disco alterni momenti ironici, profondi, amari e molto personali. Quanto è stato difficile trovare un equilibrio e rendere accessibile al pubblico un album così intimo?
È stato un lavoro delicato. Ci sono momenti molto intensi e dolorosi, ma anche momenti più leggeri che alleggeriscono il tutto. Essendo un concept album, ho voluto giocare con la musica, alternando strumentali a brani più complessi. Per esempio, c’è un pezzo intitolato Mozart, in cui inserisco un tema classico dentro un’atmosfera elettronica drum and bass. Questo serve anche per dare respiro tra i momenti più intensi.

Uno dei brani più forti del disco è Mio padre che non esiste. È stato il più difficile da scrivere?
Sì, è un pezzo molto intenso. È stato difficile, ma allo stesso tempo è venuto fuori di getto. Quando il dolore arriva e fai questo mestiere, hai bisogno di trasformarlo subito in qualcosa di concreto. È stato un momento emotivamente impegnativo, ma credo che sia uno degli apici dell’album.

Nel disco ci sono anche due brani che affondano le radici nella tua origine siciliana. Quanto è importante per te mantenere vivo il legame con la tua terra?
Tantissimo. Infatti, pur essendo un album in italiano, ho voluto inserire il dialetto palermitano, che per me è una vera e propria lingua. È una lingua assurda, particolare, a volte incomprensibile per chi non è siciliano, ma proprio per questo affascinante. Anche quando canto fuori da Palermo, magari la gente non capisce ogni parola, ma la musica è universale e il messaggio arriva comunque.

Hai collaborato con Rodrigo D’Erasmo, Anna Castiglia e Mille. Cosa vi accomuna artisticamente e perché hai scelto proprio loro?
Sono tutti artisti che hanno scelto di portare avanti un percorso personale, senza farsi incasellare in etichette o pressioni del mercato. Fanno musica molto diversa tra loro, ma li accomuna una grande autenticità. E poi, oltre che colleghi, sono amici che stimo moltissimo.

Un brano che spicca per energia e ironia è La vita è brutta. Come mai hai deciso di puntare così tanto su questa canzone?
È un pezzo dolceamaro, tragico-comico, leggero e pesante allo stesso tempo. Racconta la vita come un insieme di sfumature, con luci e ombre. È una canzone ballabile, quasi da club, ma con un testo che parla di disperazione e del baratro sociale in cui viviamo. Mi piace pensarlo come un modo per raccontare la realtà con ironia, un po’ come facevano De André o Fossati, senza ovviamente paragonarmi a loro. E poi nei live la balliamo come pazzi!

Nel vinile c’è un brano esclusivo, Cara Allegria. Perché questa scelta?
Volevo dare una vita più lunga al disco e un motivo in più per acquistarlo in vinile. È un piccolo gioiellino, e mi piace l’idea che chi ascolta il disco sappia che c’è ancora dell’altro da scoprire. Inoltre, chi acquista il vinile dal mio sito può averlo autografato, così mantengo un contatto più diretto con chi mi segue.

L’album si chiude riprendendo la title track. Cosa significa per te questa scelta?
È un modo per chiudere il cerchio. Tutto torna, panta rei. La frase iniziale, Io della musica non ci ho capito niente, la ripeto alla fine sotto un’altra veste. È come dire: hai ascoltato tutto il disco, hai vissuto questo viaggio con me, eppure io continuo a non aver capito niente. Ma in fondo, la musica è anche questo: libertà e continua ricerca.

Come sta andando il riscontro dal pubblico nei live? Hai già avuto modo di percepire le emozioni di chi ti segue dal vivo?
Finora abbiamo suonato a Torino e ci aspetta un doppio appuntamento a Milano. Per fortuna, il ritorno del pubblico è stato meraviglioso. La gente è venuta a sentirmi, ad abbracciarmi, a raccontarmi le emozioni che ha vissuto durante il live. È stato davvero intenso e gratificante. Qui il calendario e Qui il link per l’acquisto dei biglietti.

Che tipo di esperienza live proponi per questo disco?
È un live molto particolare, perché ripercorre tutte le sfumature dell’album con una formazione diversa dal solito. Sul palco siamo in trio con due musicisti straordinari, Vezeve e Dario Marchetti, che tra synth, drum pad, beatbox e loop station portano un sound ibrido e dinamico. Io sono al pianoforte, quindi c’è sempre un elemento classico, ma mi muovo anche tra synth e computer, creando un mix tra classico, pop, elettronica e cantautorato.

Dunque, il pubblico ha accolto bene questo mix di sonorità?
Sì, per ora il riscontro è stato bellissimo! Speriamo di continuare così.

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