Il mito del Manifesto di Ventotene: tra tecnocrazia e perdita di sovranità
Il Manifesto di Ventotene viene spesso celebrato come un faro del federalismo europeo, un appello lungimirante alla pace e all’unità dei popoli, nato in un periodo di oscurità segnato dal […]

Il Manifesto di Ventotene viene spesso celebrato come un faro del federalismo europeo, un appello lungimirante alla pace e all’unità dei popoli, nato in un periodo di oscurità segnato dal secondo conflitto mondiale. Tuttavia, dietro la sua apparente aspirazione alla democrazia sovranazionale, si cela una visione che, nella pratica, ha favorito una tecnocrazia capace di limitare la sovranità degli Stati nazionali, consolidando un potere centralizzato che oggi si manifesta non solo nelle politiche economiche, ma anche in quelle militari. (Questa tensione emerge dalla contraddizione tra l’ideale di un’Europa unita e il trasferimento di competenze sovrane agli organismi dell’UE, come previsto dall’art. 3 del Trattato sull’Unione Europea – TUE – che assegna all’Unione obiettivi di integrazione economica e politica, spesso a scapito dell’autonomia statale.) Questa celebrazione nasconde un’ambiguità profonda, che emerge chiaramente analizzando il vero progetto dietro il Manifesto.
Un progetto oltre la pace: il vero volto del Manifesto
Il documento redatto da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi non è un semplice manifesto pacifista, ma un piano per la costruzione di un’entità sovranazionale dotata di un potere superiore a quello degli Stati nazionali. Secondo i suoi autori, la guerra era il prodotto delle sovranità nazionali e, dunque, il superamento dello Stato nazionale sarebbe stata l’unica via per la pace. Questo ragionamento, apparentemente logico, si basa però su un’errata semplificazione storica: le guerre non sono il frutto esclusivo della sovranità nazionale, ma di dinamiche politiche, economiche e strategiche complesse. Eliminare le sovranità nazionali non significa eliminare i conflitti, ma solo trasferire il potere decisionale a un livello più alto e meno controllabile dai cittadini. Inoltre, il Manifesto poneva le basi per un sistema di governance sovranazionale che avrebbe inevitabilmente concentrato il potere nelle mani di un ristretto gruppo di tecnocrati e burocrati. L’idea di un’Europa federale, invece di garantire una maggiore partecipazione democratica, ha favorito una crescente distanza tra le istituzioni e i cittadini, riducendo progressivamente la capacità delle comunità nazionali di determinare il proprio destino. (Sul piano giuridico, questo si riflette nella progressiva erosione del principio di sussidiarietà – art. 5 TUE – che dovrebbe limitare l’intervento dell’UE alle sole materie in cui gli Stati non possono agire efficacemente, ma che nella pratica è stato spesso scavalcato da decisioni centralizzate, come quelle in ambito economico.) Questa distanza non è un effetto collaterale, ma il risultato diretto di un progetto che ha sacrificato la sovranità in nome di un’utopia centralizzatrice.
Federalismo o tecnocrazia? Il deficit democratico dell’UE
Da qui nasce un interrogativo cruciale, che tocca il cuore del sistema giuridico europeo: il Manifesto ha davvero favorito il federalismo democratico? Uno degli argomenti più ricorrenti a favore del Manifesto di Ventotene è che esso abbia gettato le basi per una maggiore democratizzazione dell’Europa. Si sostiene che la creazione di istituzioni sovranazionali abbia reso le decisioni politiche più trasparenti e meno influenzate dagli interessi ristretti dei singoli Stati. Tuttavia, nella realtà, il processo di integrazione europea ha portato a un rafforzamento di un potere tecnocratico sempre più distante dai cittadini.
La tecnocrazia europea si manifesta nel predominio di istituzioni non elette, come la Commissione Europea, che ha il monopolio dell’iniziativa legislativa senza essere direttamente responsabile di fronte agli elettori. Anche il Parlamento Europeo, pur essendo eletto democraticamente, ha poteri limitati rispetto agli esecutivi nazionali. Inoltre, molte decisioni cruciali vengono prese da organi sovranazionali come la Banca Centrale Europea o il Consiglio Europeo, spesso senza un vero controllo democratico. (Ad esempio, l’art. 17 TUE attribuisce alla Commissione il potere esclusivo di proporre atti legislativi, mentre l’art. 130 del Trattato sul Funzionamento dell’UE – TFUE – garantisce alla BCE un’indipendenza che la sottrae a qualsiasi accountability elettorale, creando un vuoto di legittimazione democratica.) Si potrebbe obiettare che un certo grado di tecnocrazia sia necessario per affrontare questioni complesse come la politica monetaria o la regolamentazione finanziaria, evitando decisioni populistiche dannose. Tuttavia, questa giustificazione non elimina il problema fondamentale: la tecnocrazia, per sua natura, sostituisce la volontà popolare con la competenza tecnica, creando un sistema in cui le decisioni più importanti sono prese da un’élite non sottoposta a un effettivo processo di legittimazione democratica. La perdita di sovranità nazionale ha reso impossibile per molti Stati adottare politiche economiche autonome, obbligandoli a conformarsi a direttive imposte da un sistema burocratico non responsabile di fronte agli elettori. Questo si è visto chiaramente durante la crisi del debito sovrano, in cui la Troika (Commissione Europea, BCE e FMI) ha imposto misure di austerità che hanno aggravato la recessione in diversi Paesi membri, senza possibilità di opposizione da parte dei parlamenti nazionali. In tal senso, più che un progetto di unione democratica, il Manifesto ha fornito il fondamento ideologico per la creazione di un’Europa in cui il potere non risiede nei cittadini, bensì in una classe dirigente svincolata dalle dinamiche elettorali e politiche nazionali. (Questo è evidente nella prassi della governance economica dell’UE, come il Semestre Europeo, che vincola gli Stati a parametri rigidi – art. 121 TFUE – spesso in contrasto con le scelte dei governi eletti.) La promessa di un’integrazione europea basata sulla democrazia e sulla partecipazione è stata sostituita da un modello in cui le decisioni più importanti vengono prese in stanze chiuse, lontano dagli interessi dei popoli, un’evoluzione che tradisce gli ideali originari e apre la strada a ulteriori contraddizioni.
L’Europa e la militarizzazione: un progetto per la pace?
Tra queste contraddizioni spicca il ruolo dell’Europa in ambito militare, che solleva interrogativi anche sul piano giuridico. Uno dei paradossi più evidenti del progetto europeo nato dal Manifesto di Ventotene è il crescente coinvolgimento dell’UE in politiche di sicurezza e difesa che vanno ben oltre la semplice autodifesa. Se l’Europa doveva essere un baluardo di pace, perché oggi si parla sempre più di esercito europeo, di incremento delle spese militari e di alleanze strategiche che rispondono a logiche geopolitiche più vicine agli interessi di potenze esterne che a quelli dei cittadini europei? Un esempio emblematico è l’iniziativa ReArm Europe, che punta a rafforzare le industrie militari europee e aumentare la produzione di armamenti. Questa strategia, lungi dall’essere un progetto per la sicurezza collettiva, rischia di trasformare l’Europa in un attore sempre più coinvolto in logiche di riarmo e competizione bellica, piuttosto che in un mediatore di pace.
Inoltre, la spinta alla militarizzazione, giustificata con la necessità di una maggiore autonomia strategica, finisce per rendere l’UE ancora più vincolata agli interessi dell’industria bellica e delle alleanze militari esistenti, sottraendo ulteriormente potere decisionale ai cittadini. (Sul piano giuridico, questo si scontra con il fatto che la politica di difesa resta di competenza intergovernativa – art. 42 TUE – e non è ancora pienamente trasferita all’UE, ma la pressione per una cooperazione rafforzata, come previsto dall’art. 46 TUE, mostra un’erosione graduale della sovranità statale anche in questo ambito.) Questo passaggio segna una deviazione profonda dal sogno pacifista del Manifesto, rivelando come il progetto sovranazionale si sia trasformato in qualcosa di molto diverso da ciò che prometteva.
Conclusione: un sogno tradito o un progetto errato?
Alla luce di tutto ciò, ci si chiede se il Manifesto sia stato davvero un sogno tradito o un progetto errato fin dall’inizio, una questione che ha profonde implicazioni giuridiche. Il Manifesto di Ventotene viene spesso presentato come un ideale tradito, ma forse il problema è alla radice: l’idea stessa di un governo sovranazionale che espropria gli Stati della loro sovranità non garantisce automaticamente democrazia e pace. Al contrario, ha dato vita a un’Unione Europea in cui le decisioni cruciali sono prese da un’élite tecnocratica e non da rappresentanti direttamente scelti dai cittadini. Oggi ci troviamo di fronte a un bivio: continuare a percorrere la strada di un’Europa sempre più centralizzata e tecnocratica, oppure riconoscere che l’integrazione non può essere sinonimo di annullamento delle sovranità nazionali. La storia insegna che i popoli non possono essere governati senza consenso, e il modello attuale dell’UE rischia di alimentare un crescente distacco tra le istituzioni e i cittadini, con conseguenze imprevedibili per il futuro dell’Europa stessa. L’Unione Europea ha dimostrato di essere irriformabile: la sua struttura tecnocratica e centralizzatrice non può essere modificata senza snaturarne l’essenza. L’unica via percorribile è il ritorno alla sovranità statale, riscoprendo il concetto di Grande Spazio, teorizzato da Carl Schmitt, in cui comunità politiche, economiche e culturali possano cooperare liberamente, senza essere soggette a un governo sovranazionale che soffoca la volontà dei popoli. (Da un punto di vista giuridico, il “Grande Spazio” di Schmitt si basa su un ordine internazionale pluralistico, opposto al monismo sovranazionale dell’UE, e implica un recupero della sovranità come capacità decisionale ultima dello Stato – un’idea che richiama il principio westfaliano, ma adattato a una cooperazione regionale senza cessione di competenze a un’autorità superiore.) Questa soluzione, ispirata a Schmitt, non è solo una possibilità tra tante, ma l’unica strada capace di superare l’impasse attuale, restituendo agli Stati la capacità di esercitare il loro potere normativo e politico in modo autonomo, come previsto dal diritto internazionale classico, e garantendo una cooperazione che non soffochi la legittimità democratica.
E così, mentre l’Europa tecnocratica si erge come un colosso d’acciaio senz’anima, forgiato con fredda precisione per dominare i popoli, i Grandi Spazi di Schmitt sorgono all’orizzonte come fari di libertà, pronti a illuminare un continente che si libera dalle catene di un disegno ordito per strangolarne l’essenza.