Dalla Cesaroni a Yara. Innocenti massacrati da errori delle toghe

Il tritacarne giudiziario non si ferma mai. Errori, accuse infondate, vite distrutte. La cronaca nera è piena di omicidi trattati come suicidi e di innocenti trascinati in tribunale senza prove. È una macchina infernale che si nutre di pregiudizi, superficialità e, troppo spesso, di un accanimento cieco che distrugge famiglie e carriere, lasciandosi dietro macerie umane.Prendiamo il caso di Denis Bergamini. Non si è suicidato, è stato ucciso. Ci sono voluti 35 anni dalla morte del calciatore del Cosenza calcio per arrivare a una sentenza di condanna a 16 anni di carcere: la Corte d’assise di Cosenza ha ritenuto colpevole di concorso in omicidio la sua ex fidanzata, Isabella Internò. Il 18 novembre 1989, il corpo di Denis fu trovato senza vita a Roseto Capo Spulico, in provincia di Cosenza, sulla strada statale Jonica. Per 28 anni il caso Bergamini è stato bollato dalla giustizia come un suicidio. La sua famiglia non ci ha mai creduto. E aveva ragione. Nel 2017 il processo è stato riaperto, il corpo riesumato. I consulenti hanno stabilito che Denis fu soffocato e solo dopo fu steso sull’asfalto, nel punto in cui lo investì un camion. Liliana Resinovich, detta Lilly, è stata trovata morta il 5 gennaio 2022, dopo essere scomparsa il 14 dicembre 2021 a Trieste. Anche in questo caso si è subito sentenziato: è un suicidio. La versione ufficiale? Si sarebbe infilata due buste in testa e coperta con dei sacchi neri, poi avrebbe tirato i cordini dei sacchetti per i rifiuti fino al soffocamento. Una ricostruzione che non ha mai convinto i familiari. La famiglia ha sempre sospettato del marito, Sebastiano Visentin e una superperizia di 240 pagine ha spazzato via l’ipotesi del suicidio. La nuova accusa punta il dito contro di lui, sostenendo che avrebbe ucciso la moglie per intascare la pensione, ma il marito si difende indicando nell’amante di Liliana il vero colpevole. Intanto, la verità resta avvolta nella nebbia. La morte di Luca Canfora, costumista del film Parthenope di Paolo Sorrentino, è un altro caso emblematico. Il giovane è stato trovato senza vita nel 2023 e anche questa volta tutto è finito rapidamente in archivio come suicidio. Ma qualcosa non tornava. Gli amici, i colleghi, la famiglia: nessuno credeva alla versione ufficiale. Ora la Procura di Napoli ha riaperto le indagini, ordinando la riesumazione del corpo e una nuova autopsia.E che dire di Vera Schiopu? Il suo corpo fu trovato il 19 agosto 2023 vicino a una corda. Il fidanzato, il romeno Georghe Ciprian Apetrei, ripeteva agli inquirenti che si fosse tolta la vita. La Procura di Caltagirone non ci ha creduto: Apetrei e un suo amico sono ora sotto processo per omicidio volontario.Anche il caso di Manuela Murgia, la sedicenne trovata morta nel canyon di Tuvixeddu il 5 febbraio 1995, è stato riaperto dopo 30 anni. Per decenni si è parlato di suicidio, ma nuovi indizi dicono altro. La ragazza, secondo l’accusa, è stata investita. Per fortuna la famiglia non ha mai creduto alla versione ufficiale. E, nonostante i magistrati avessero inizialmente respinto la riapertura delle indagini, grazie a nuovi indizi che appaiono concreti ora si procede per omicidio. Quanto tempo è stato perso? E soprattutto, perché ci sono voluti tre decenni per ammettere che qualcosa non tornava? Non si muore solo due volte, ma si può finire in carcere per decenni da innocenti. Basta chiederlo a Beniamino Zuncheddu. Che ha passato 33 anni in carcere per un omicidio che non ha commesso. Zuncheddu entrò in carcere quando aveva 27 anni e fu ritenuto responsabile della strage avvenuta sulle montagne di Sinnai nel gennaio del 1991. Depistaggi, bugie e false testimonianze hanno distrutto la sua vita. Nel gennaio 2024, la Corte di appello di Roma ha cancellato quell’inferno con una sentenza di assoluzione. Definitiva. Decisive sono state le intercettazioni che hanno smontato l’accusa.Giuseppe Gulotta è un altro simbolo del tritacarne giudiziario. Arrestato nel 1976 per la strage di Alcamo Marina, dove furono uccisi due carabinieri. È rimasto incastrato in quel groviglio di materiale giudiziario per 36 anni, fino all’assoluzione del 2012. Un calvario iniziato con una confessione estorta sotto tortura. Anni di silenzio e di indifferenza da parte di chi avrebbe dovuto cercare la verità. Dalla cattedra alla cella: è la storia di Nunzio Di Gennaro, professore di Italiano e Storia, accusato di violenza sessuale. Sei mesi in carcere, dieci anni di battaglie giudiziarie. Alla fine, la verità: nessuna violenza, ma un rapporto consenziente.Dieci anni persi a difendersi dal calvario giudiziario. Una vita distrutta. E nessuno che abbia mai chiesto scusa. Anche il caso Meredith Kercher è un manuale di errori. Amanda Knox, coinquilina della vittima, accusò Patrick Lumumba: ma erano solo calunnie. Lumumba trascorse 14 giorni in carcere da innocente. Raffaele Sollecito, giovane studente di informatica, finì in cella per quattro anni prima di essere assolto. Nel 2011, la Corte d’assise d’appello di Perug

Mar 13, 2025 - 23:01
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Dalla Cesaroni a Yara. Innocenti massacrati da errori delle toghe


Il tritacarne giudiziario non si ferma mai. Errori, accuse infondate, vite distrutte. La cronaca nera è piena di omicidi trattati come suicidi e di innocenti trascinati in tribunale senza prove. È una macchina infernale che si nutre di pregiudizi, superficialità e, troppo spesso, di un accanimento cieco che distrugge famiglie e carriere, lasciandosi dietro macerie umane.

Prendiamo il caso di Denis Bergamini. Non si è suicidato, è stato ucciso. Ci sono voluti 35 anni dalla morte del calciatore del Cosenza calcio per arrivare a una sentenza di condanna a 16 anni di carcere: la Corte d’assise di Cosenza ha ritenuto colpevole di concorso in omicidio la sua ex fidanzata, Isabella Internò. Il 18 novembre 1989, il corpo di Denis fu trovato senza vita a Roseto Capo Spulico, in provincia di Cosenza, sulla strada statale Jonica. Per 28 anni il caso Bergamini è stato bollato dalla giustizia come un suicidio. La sua famiglia non ci ha mai creduto. E aveva ragione. Nel 2017 il processo è stato riaperto, il corpo riesumato. I consulenti hanno stabilito che Denis fu soffocato e solo dopo fu steso sull’asfalto, nel punto in cui lo investì un camion. Liliana Resinovich, detta Lilly, è stata trovata morta il 5 gennaio 2022, dopo essere scomparsa il 14 dicembre 2021 a Trieste. Anche in questo caso si è subito sentenziato: è un suicidio. La versione ufficiale? Si sarebbe infilata due buste in testa e coperta con dei sacchi neri, poi avrebbe tirato i cordini dei sacchetti per i rifiuti fino al soffocamento. Una ricostruzione che non ha mai convinto i familiari. La famiglia ha sempre sospettato del marito, Sebastiano Visentin e una superperizia di 240 pagine ha spazzato via l’ipotesi del suicidio. La nuova accusa punta il dito contro di lui, sostenendo che avrebbe ucciso la moglie per intascare la pensione, ma il marito si difende indicando nell’amante di Liliana il vero colpevole. Intanto, la verità resta avvolta nella nebbia. La morte di Luca Canfora, costumista del film Parthenope di Paolo Sorrentino, è un altro caso emblematico. Il giovane è stato trovato senza vita nel 2023 e anche questa volta tutto è finito rapidamente in archivio come suicidio. Ma qualcosa non tornava. Gli amici, i colleghi, la famiglia: nessuno credeva alla versione ufficiale. Ora la Procura di Napoli ha riaperto le indagini, ordinando la riesumazione del corpo e una nuova autopsia.

E che dire di Vera Schiopu? Il suo corpo fu trovato il 19 agosto 2023 vicino a una corda. Il fidanzato, il romeno Georghe Ciprian Apetrei, ripeteva agli inquirenti che si fosse tolta la vita. La Procura di Caltagirone non ci ha creduto: Apetrei e un suo amico sono ora sotto processo per omicidio volontario.

Anche il caso di Manuela Murgia, la sedicenne trovata morta nel canyon di Tuvixeddu il 5 febbraio 1995, è stato riaperto dopo 30 anni. Per decenni si è parlato di suicidio, ma nuovi indizi dicono altro. La ragazza, secondo l’accusa, è stata investita. Per fortuna la famiglia non ha mai creduto alla versione ufficiale. E, nonostante i magistrati avessero inizialmente respinto la riapertura delle indagini, grazie a nuovi indizi che appaiono concreti ora si procede per omicidio. Quanto tempo è stato perso? E soprattutto, perché ci sono voluti tre decenni per ammettere che qualcosa non tornava?

Non si muore solo due volte, ma si può finire in carcere per decenni da innocenti. Basta chiederlo a Beniamino Zuncheddu. Che ha passato 33 anni in carcere per un omicidio che non ha commesso. Zuncheddu entrò in carcere quando aveva 27 anni e fu ritenuto responsabile della strage avvenuta sulle montagne di Sinnai nel gennaio del 1991. Depistaggi, bugie e false testimonianze hanno distrutto la sua vita. Nel gennaio 2024, la Corte di appello di Roma ha cancellato quell’inferno con una sentenza di assoluzione. Definitiva. Decisive sono state le intercettazioni che hanno smontato l’accusa.

Giuseppe Gulotta è un altro simbolo del tritacarne giudiziario. Arrestato nel 1976 per la strage di Alcamo Marina, dove furono uccisi due carabinieri. È rimasto incastrato in quel groviglio di materiale giudiziario per 36 anni, fino all’assoluzione del 2012. Un calvario iniziato con una confessione estorta sotto tortura. Anni di silenzio e di indifferenza da parte di chi avrebbe dovuto cercare la verità. Dalla cattedra alla cella: è la storia di Nunzio Di Gennaro, professore di Italiano e Storia, accusato di violenza sessuale. Sei mesi in carcere, dieci anni di battaglie giudiziarie. Alla fine, la verità: nessuna violenza, ma un rapporto consenziente.

Dieci anni persi a difendersi dal calvario giudiziario. Una vita distrutta. E nessuno che abbia mai chiesto scusa. Anche il caso Meredith Kercher è un manuale di errori. Amanda Knox, coinquilina della vittima, accusò Patrick Lumumba: ma erano solo calunnie. Lumumba trascorse 14 giorni in carcere da innocente. Raffaele Sollecito, giovane studente di informatica, finì in cella per quattro anni prima di essere assolto. Nel 2011, la Corte d’assise d’appello di Perugia evidenziò gravi carenze investigative e assolse Amanda e Raffaele, che nel 2009 erano stati condannati per l’omicidio.


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